sabato 30 dicembre 2017

Il castello di domenica 31 dicembre




PETRELLA TIFERNINA (CB) – Palazzo Girardi (o dei “Sette Medici”)

Il più antico documento di cui si parla del paese è la Pergamena montaganese del 1039. Nel frattempo il territorio veniva riordinato nel Contado di Molise, ex circondario del castaldato longobardo di Bojano. Tale Contado nel periodo degli Svevi (XIII secolo) fu unito al Giustizierato d'Abruzzo con capitale Sulmona, successivamente ripartito nel settore della Terra di Lavoro. Dal passaggio del dominio Svevo a quello Angioino non ci sono molte notizie, tranne che Petrella nel 1270 veniva ceduta da Carlo I d'Angiò a Pandolfo di Pietro De Grossis, mentre la zona della Rocca andava a Tommaso di Agnone. Tuttavia già 9 anni dopo, sempre per intercessione di Carlo, il feudo passò ad altri signori, ed era uno dei più fiorenti del Molise per le campagne circostanti. Nel '400 la famiglia Stella fu feudataria, finché nel 1443 passò ai De Sangro per concessione di Alfonso I d'Aragona, e di seguito Petrella venne venduta a Camillo Mormile per 13.000 ducati. Nel 1456 il paese fu danneggiato da un grave terremoto che sconvolse gran parte del Molise, verificatosi tra le montagne del Matese e Pontelandolfo. Nel 1562 il paese passò a Raimondo Carafa, nuovo padrone, fino alla vendita nel 1570 ai Pignatelli. Per un secolo intero Petrella non ebbe padroni fissi, ma venne continuamente ceduta a famiglie della zona di Termoli e Larino. Una prima battuta di arresto nella bolgia del feudalesimo si ebbe nel 1799, durante la Repubblica Partenopea, quando i feudatari erano i Pulce da Montepulciano. Lo smembramento del Molise assegnò a Petrella il posto nel cantone di Campobasso, e con l'abolizione del feudalesimo nel 1806, a Petrella si costituirono associazioni della terra con capi uomini dell'alta borghesia. Nacque così il latifondo, e Petrella non uscì gravata al livello sociale ed economico, dopo la fine del feudalesimo, tanto che il Molise, con legge speciale, fu staccato dalla Capitanata di Foggia, e nel 1808 il paese divenne comune. Il Palazzo Girardi, detto anche dei “Sette Medici”, sorge fra gli stretti vicoli del paese, poco lontano dalla splendida chiesa di S. Giorgio. La struttura, risalente al 1615, fu oggetto di numerosi interventi di ricostruzione, il più importante dei quali agli inizi del XVII secolo. L’edificio costituisce un esempio di architettura rinascimentale sovrapposta ad una costruzione medievale. Nella sua facciata principale, è particolarmente suggestivo il loggiato con 4 archi a tutto sesto su colonne lavorate, a cui si accede tramite una importante scalinata d'ingresso. E’ stato acquisito al patrimonio comunale come “Centro Sociale Polivalente”, Centro Espositivo di Arti Figurative” e sede dell’archivio storico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Petrella_Tifernina, http://www.comunitamontanamolisecentrale.it/palazzo_petrella.htm, http://www.regione.molise.it/cstc/files/e3edcc7051cdb883c1256a6e003a939f.htm, http://www.borghiandsagre.it/Borgo/petrella_tifernina_campobasso.html

Foto: la prima è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Molise/campobasso/petrella02.jpg, la seconda è presa da http://www.regione.molise.it/cstc/files/e3edcc7051cdb883c1256a6e003a939f_file/0.jpg



venerdì 29 dicembre 2017

Il castello di sabato 30 dicembre




VILLAFRANCA IN LUNIGIANA (MS) – Castello Malaspina in frazione Virgoletta

L'origine del castello di Virgoletta è da collocare presumibilmente nel XII sec., con la costruzione di una torre a base quadrata con cinta muraria poggiata sul colle Vignale, un deposito alluvionale sulla sponda sinistra del torrente Bagnone, da questa fortificazione deriva il nome Virgoletta per traslitterazione del nome “Verrucoletta”. Nella base della torre esiste tutt'oggi in un architrave un bassorilievo rappresentante un intreccio appartenente all'iconografia Longobarda, non si esclude quindi un'origine precedente. I primi signori di Virgoletta furono i Corbellari, una famiglia operante verosimilmente per conto del Vescovo di Luni o dei Marchesi Obertenghi. Da questa famiglia deriva il primo nome di “Verrucola Corbellariorum”. La famiglia Malaspina dominò a lungo nelle terre della Val di Magra dividendo nel 1221 la valle in Spino Secco (alla destra del Magra) e Spino Fiorito (alla sinistra del fiume), Virgoletta entrò nello Spino Secco. Questa adozione non venne sempre rispettata infatti ritroviamo l'arme di Jacopo Malaspina, marchese di Fosdinovo, discendente dal ramo dei marchesi di Verrucola e Fivizzano quindi dello "spino fiorito"che pone nella sua arme lo "spino secco". La prima notizia di Virgoletta è contenuta nell'atto di divisione tra i Malaspina dello Spino Secco nel 1275. I Malaspina nel XIII sec. innalzarono nuove mura alte 11 metri sul lato meridionale della verrucola, e realizzarono un'ampia cisterna per l'acqua all'interno del castello. Nel pieno periodo malaspiniano iniziarono a sorgere le prime case sull'unica via che percorre il crinale della collina in direzione ovest, dando origine a quell'aspetto unico che caratterizza il borgo di Virgoletta. L'accesso al castello venne spostato in direzione dell'abitato. In questi anni Dante fu ospitato dai Malaspina e a Corrado dedicò la chiusura del canto VIII del Purgatorio. Nel 1449 Galeotto Campofregoso si impadronì di Virgoletta e fino alla sua morte (1471) si adoperò a trasformare il maniero feudale in palazzo signorile ingentilendolo nelle forme, realizzando il loggiato interno alla corte. I Campofregoso fortificarono le scarpate del colle Vignale e realizzarono il barbacane, eressero inoltre la torretta cilindrica di fiancheggiamento a meridione. Con la morte del Campofregoso i Malaspina rientrarono in possesso del feudo per tutto il XVI sec. Proseguendo l'opera iniziata da Galeotto realizzarono un amplissimo salone a volta sull'ingresso che guarda il borgo con ampi spazi, numerose decorazioni e sale signorili. A completare l'opera fu Federico Malaspina signore di Virgoletta e Villafranca che appose lo stemma – a forma sannitica - col leone rampante bianco sullo spino secco attualmente esistente sull'ingresso del castello. Il leone fu concesso da Luigi IX a Corrado, capostipite del casato dei Malaspina dello "spino secco", come riconoscimento degli aiuti da quest'ultimo presentati al re di Francia nella spedizione in terra d'Egitto al tempo delle Crociate. Ai lati del leone due rami dello spino secco, un protome d' angelo circonda con le ali l'arme, mentre un protome di demone conclude lo scudo. Un cartiglio sottostante riporta "FED. MAL. MAR. VILL.F VIR. VILLE. ET ROCCHE". Entrati nella corte si possono ammirare portali che riproducono il modello "rigato" del borgo. Un breve scaleo conduce ad un primo arco dietro il quale si dipartono due scale in direzioni opposte, una rivolta a sinistra porta ai piani superiori dove troviamo la torre del castello, mentre la seconda, volta a destra raggiunge il già citato loggiato che introduce ai grandi saloni del castello. Un vasto salone apriva ed apre tutt' oggi le sue grandi finestre sull'arco di accesso al cortile del castello, sicuramente collegato al borgo da un ponte levatoio. Ai due lati del salone, una serie di ampi ambienti consente la vista su tutto il territorio da Bagnone a Villafranca e Castiglione. Le sovrapposte di ogni ambiente erano decorate da grandi stucchi arabescati con elementi fitomorfi e teste di amorini. Gli stessi decori incorniciavano affreschi e specchiere collocate sopra i caminetti di ogni stanza. Il grande salone, recentemente restaurato, mostra affreschi e stucchi ben conservati. Nell'ampio salone esisteva fino agli inizi del Novecento un imponente camino in pietra portante anch'esso lo stemma dei Malaspina (venduto durante lo scorporo dei beni della Lunigiana agli antiquari e oggi perduto, ne resta una fotografia), inoltre l'ambiente era arricchito da decorazioni, arazzi e stucchi lasciati dalle due famiglie nobili precedenti. Nel periodo del rococò vennero aggiunti sulle sovrapporte del salone degli stucchi con rappresentati paesaggi e borghi. Nel 1705 gran voce fu data nelle cancellerie europee per la ribellione del popolo di Virgoletta contro il marchese Giovanni Malaspina. Intendevano con questo atto riconoscere la sovranità di Filippo V di Spagna e agevolare l'invasione franco-spagnola dei feudi lunigianesi. Le truppe imperiali del Granducato di Toscana respinsero l'invasione e il Malaspina tornò al potere. Tutti i ribelli (praticamente l'intera popolazione) furono allontanati di otto miglia dal feudo. Nel 1796 Napoleone pose fine al sistema feudale che fino ad allora aveva retto la Lunigiana. Virgoletta si fuse col capoluogo Villafranca ed entrò a far parte della Repubblica Cisalpina prima e del Regno d'Italia poi. Nel periodo post-napoleonico entrò nel ducato di Modena e nel 1849 nel ducato di Parma fino al 1859, data dell'unificazione nazionale. Il terremoto del 1920 ha abbattuto parte del mastio quadrangolare e danneggiato fortemente il borgo. Durante la seconda guerra mondiale Virgoletta venne a trovarsi sulla “linea Gotica” al centro della cruentissima “battaglia della Lunigiana”, il castello divenne sede di un comando tedesco e gli archivi e il mobilio furono bruciati. Il resto dei danni al castello è opera delle spartizioni interne degli abitanti, dell'incuria e degli adattamenti abusivi operati durante la seconda metà del secolo. Attualmente è in corso una lenta opera di recupero attuata da privati tra cui la ristrutturazione completata del salone di Federico Malaspina. Il castello si trova al culmine della collina e chiude la strada detta dei Calzolai. Nel suo attuale aspetto è formato da corpi di fabbrica riuniti ma edificati in tempi diversi. La parte più antica, risalente al periodo premalaspiniano, è costituita dalla grande torre quadrata del maschio e da alcuni locali contigui. Gli edifici successivi sono quanto restano del palazzo signorile edificato alla metà del Quattrocento dai Campofregoso e in seguito abbellito dai Malaspina. Altri link per approfondire: http://www.amalaspezia.eu/virgoletta.htm (dove trovare diverse foto), https://it.wikipedia.org/wiki/Virgoletta_(Villafranca_in_Lunigiana).

Fonti: testo di Simone Agnetti su http://www.castellitoscani.com/italian/virgoletta.htm, http://www.terredilunigiana.com/borghi/borgovirgoletta.php, http://www.virgoletta.eu/borgo.php?lang=ita

Foto: la prima è presa da http://www.amalaspezia.eu/fotografie/ABC_9781.jpg, la seconda è presa da http://logotel.it/it/culture/news/lunigiana-ny-times



Il castello di venerdì 29 dicembre




RIPALIMOSANI (CB) - Palazzo Marchesale

La più lontana notizia su Ripalimosani proviene dal suo stesso nome che, secondo alcune fonti, è stato tratto da Limosano quando i suoi abitanti vi si rifugiarono per nascondersi da scorrerie bellicose. L’apposizione Ripa ben si addice alla configurazione di questo agglomerato sito su di un costone arenaceo declinato sul vallone "Ingotte" alla destra del fiume Biferno. Dunque, come testimonia la “Pergamena montaganese” il paese esisteva già prima del 1039. In seguito alla disgregazione dell’impero romano, Ripalimosani finì nelle mani di varie dinastie nobili. Primo signore fu Rodolfo il normanno che, per trentaquattro once, acquistò da Carlo d’Angiò tutto il territorio; poi la cessione alle famiglie Alemagna (XVI sec.), Aldomoresco (XVII Sec.), e ai casati dei Gambacorta, Di Capua, Mastrogiudice, Pappacoda, Castrocucco ed infine nel 1803 Mormile. I signori che governarono Ripalimosani vissero molto spesso nell’ozio non curanti delle esigenze del popolo. Fu questa la causa principale che, insieme alle profonde distinzioni tra i ceti sociali, non fece mancare atti di violenza nonché un vero e proprio fenomeno di brigantaggio. Ripalimosani, tuttavia, con le signorie regnanti si arricchì di un prestigioso valore artistico e di un rilevante spessore culturale: non a caso alla fine del XIX secolo il paese godeva di una tranquilla situazione anche a livello economico. Il Palazzo Marchesale, ubicato nella parte più alta del centro antico, in origine era un castello del X secolo, poi modificato in età barocca. Sorse come centro di controllo e non come struttura difensiva. Vi risiedevano per lo più i notai e i burocrati del centro. Per potervi accedere bisogna percorrere una gradinata, attraverso la quale si giunge anche alla Chiesa di Santa Maria Assunta. Il palazzo è una struttura molto ricca: la parte esterna quadrangolare mostra ancora i segni del castello per quanto concerne i bastioni ed un ingresso sul prospetto laterale dove sono visibili ancora i punti di innesto dell'antico ponte levatoio. L'edificio si sviluppa per ogni lato con altezze differenti. In particolare, il lato nord conserva una torre edificata nel 1616. Una volta entrati nel cortile appaiono immediatamente al visitatore sul lato nord le scalinate che conducono ai piani nobili; tra i due accessi alle scalinate vi è poi un arco, che indica l'antico ingresso alle scuderie. I locali collocati al di sotto del cortile venivano adibiti a stalle o cantine. La struttura si eleva su più livelli : il piano sotterrato veniva utilizzato come una prigione; il piano terra adoperato per i servizi; due piani superiori erano destinati ad abitazioni ed infine vi era un terrazzo. All'interno le stanze nobili sono rimaste perfettamente conservate, con arredamento in rosso porpora (in una di esse si conserva un altare murale ornato a mosaico risalente all’800, con la bolla papale del tempo). Il castello si presentava caratterizzato da una sala di dimensioni molto grandi collocata al piano nobile, che veniva adottata per lo svolgimento delle rappresentazioni teatrali. Accanto a quasta sala vi era una cappella privata barocca (con altare decorato da una tela raffigurante la Madonna in trionfo) e di fronte ad essa un "trabocchetto" vale a dire una struttura composta da paletti in legno a punta che veniva utilizzata per punire gli ospiti poco graditi. Il castello era dotato anche di una prigione, scavata nel tufo denominata dalla popolazione “carfudio”. Il portale principale è in stile cinquecentesco classico, costituito da un arco in pietra che è sormontato da una lapide in memoria di Marino Mastrogiudice, che nel 1516 divenne signore di Ripa e al quale bisogna attribuire la vera e propria opera di trasformazione in struttura propriamente residenziale. Nel 1828, una parte del castello venne adibita a rimessa mentre una delle sale venne trasformata ad abitazione, per volere del proprietario, ossia il signor Marinelli. Il palazzo ducale propone una certa particolarità rispetto alle altre strutture fortificate del tempo, in quanto sono visibili diverse finestre esterne; solitamente sulle facciate erano consentite solo feritoie per scopi difensivi, mentre le altre aperture dovevano affacciarsi solo nel cortile. Altri link utili: http://www.ripalimosanionline.it/palazzo.php

Fonti: http://www.comune.ripalimosani.cb.it/ripalimosani/zf/index.php/storia-comune, https://it.wikipedia.org/wiki/Ripalimosani, http://turismo.provincia.campobasso.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/431, http://www.molise.org/territorio/Campobasso/Ripalimosani/Arte/Castelli/Palazzo_Ducale

Foto: è presa da http://molisiamo.it/la-festa-delle-quercigliole-a-ripalimosani-e-la-mostra-simposio/ 

mercoledì 27 dicembre 2017

Il castello di giovedì 28 dicembre





VICENZA – Fortificazioni dei Della Scala (mura, torre di Porta Castello e Rocchetta)

Nel 568 fu occupata dai Longobardi (secondo Paolo Diacono fu occupata dallo stesso Alboino) e subito eretta a sede ducale. Durante i circa tre secoli del periodo longobardo e del successivo periodo carolingio Vicenza rivestì un ruolo regionale di un certo rilievo e nel 589 ebbe il suo primo vescovo, Oronzio. Durante il Medioevo a Vicenza trovarono sede molti benedettini che si occuparono, tra l'altro, della bonifica del territorio. La città in origine sorgeva infatti su un terreno acquitrinoso e subito a nord confinava con un lago che andò progressivamente prosciugandosi durante l'epoca medievale. La presenza di due corsi d'acqua (gli attuali Bacchiglione e Retrone) e la scarsa elevazione del terreno favorirono il verificarsi di frequenti alluvioni fino ad epoche recenti. Nel 1184 dei sicari al soldo dei grandi feudatari assassinarono sulla piazza del Duomo il vescovo Giovanni Cacciafronte, che venne poi beatificato da papa Gregorio XVI. Dopo essere stata sotto il controllo di Ezzelino II il Monaco nel 1211, la città finì sotto l'egida degli Scaligeri, cui si deve la costruzione delle mura trecentesche, la trasformazione in torre del campanile della basilica dei SS. Felice e Fortunato e il conio dell'unica moneta cittadina, l'aquilino d'argento. Dal 1404 al 1797, donando nel 1414 le chiavi della città a Venezia (come fecero altre città venete e lombarde) entrò a far parte della Repubblica Serenissima Veneta con la sua capitale o dominante Venezia. Seguirono quattro secoli di pace e benessere, in cui le arti raggiunsero livelli eccelsi e l'economia prosperò. Il 12 giugno 1486 gli ebrei furono espulsi da Vicenza e, per sopperire alle richieste di prestiti di denaro, fu istituito contemporaneamente il Monte di Pietà. Il Cinquecento fu il secolo del grande architetto tardo-rinascimentale Andrea Palladio. Giunto giovane a Vicenza dalla nativa Padova, preso a cuore dal mecenate vicentino Gian Giorgio Trissino che lo fece studiare, Palladio si rivelò come una delle personalità più influenti nella storia dell'architettura occidentale. Le numerose famiglie nobili vicentine (i Porto, i Valmarana, i Thiene, i Trissino solo per citarne alcune) commissionarono a Palladio numerosi palazzi in città nonché altrettante ville che ridisegnarono completamente la scenografia vicentina. Con l'arrivo dei francesi nel 1797 e la caduta della Repubblica di Venezia, nel Veneto si assistette a un cambio epocale. Il sistema politico basato sull'oligarchia del patriziato veneziano era considerato talmente superato che, quando il Congresso di Vienna restaurò l'ordine precedente, neppure prese in considerazione la rinascita della Serenissima. Dopo pochi mesi di occupazione (dall'aprile 1797 al gennaio 1798) a Vicenza e nel Veneto, in base agli accordi del Trattato di Campoformio, ai francesi subentrarono gli austriaci, che abrogarono molte delle decisioni prese dalla Municipalità provvisoria e riportarono in vigore la situazione precedente all'invasione napoleonica. I francesi ritornarono nuovamente in città per pochi mesi tra il 1800 e il 1801, ma la pace di Lunéville ridiede Vicenza e il Veneto agli austriaci. Il 4 novembre 1805, per la terza volta, in seguito alla pace di Presburgo che ridiede il Veneto, l'Istria e la Dalmazia alla Francia, le armate di Napoleone rientrarono in Vicenza, che venne annessa al Regno d'Italia - parte dell'Impero francese - e vi rimase fino al novembre 1813. Le principali architetture militari della città risalgono al periodo di dominazione scaligera (fine Trecento) e, nonostante buona parte delle fortificazioni sia stata inglobata, nel corso dei secoli, in nuove strutture, viale Mazzini conserva tuttora le mura medioevali che sono oggetto di un sofisticato restauro. Oltre alle mura, la maggiore testimonianza di architetture militari si ha con le porte che fungevano da accesso al centro storico:
Porta Santa Croce, uno dei più importanti resti ancora intatti delle antiche fortificazioni, è l'ultima ad essere costruita dagli scaligeri (venne eretta nel 1385). Da questa porta partono le mura scaligere di viale Mazzini. La porta ha ancora una funzione di ingresso al centro storico (si accede a corso Fogazzaro). Date le precarie condizioni, nel 2012 è stata oggetto di importanti lavori di restauro conservativo.
Porta Nova è stata costruita nel 1381 da Antonio della Scala per difendere ulteriormente il complesso fortificato della Rocchetta (dove si trovavano armi e munizioni per la città). Nel 1848 accanto a questa porta vennero combattute feroci battaglie per la difesa della città dagli austriaci. La porta è stata abbattuta nel 1926, in occasione della visita di Benito Mussolini. Nelle vicinanze è stato aperto un varco nelle antiche mura a cui viene dato il nome di Porta Nova, ma che nulla ha a che spartire con la porta originaria.
Porta Castello, la porta più vicina al centro (entrando ci si trova in piazza Castello) e di principale ingresso alla città per chi proviene da ovest, rappresentava il passaggio attraverso le strutture del castello scaligero, da cui trae il nome. Sorge a poca distanza dalla più antica porta Feliciana che venne chiusa e sostituita dall'attuale la quale fa parte, assieme alla possente Torre di piazza Castello, di un complesso fortificato voluto ancora dagli Ezzelini.
Porton del Luzo, in origine casa torre della famiglia Lucii risalente all'XI secolo, il Porton del Luzzo appartiene allo stesso periodo della prima cerchia medioevale ed è considerato una delle porte più antiche di Vicenza. Chiusa nel XIII secolo, venne riaperta nella metà del XVI secolo. Più volte rimaneggiata e restaurata con i materiali di scavo ricavati dal vicino teatro romano di Berga, è caratterizzata da una merlatura anch'essa rifatta.
Porta Santa Lucia, edificata nel 1369, porta all'omonimo borgo. È caratterizzata da un bassorilievo con il Leone di San Marco che è stato scalpellato alla caduta della Repubblica di Venezia e da una lapide che ricorda i nomi dei vicentini morti durante la battaglia contro gli austriaci del maggio-giugno 1848. Nel 2012 la via che conduce alla porta è stata oggetto di lavori al sistema fognario della zona a seguito dell'alluvione del 2010.
Porta San Bortolo, porta costruita in epoca veneziana (precisamente nel 1455), più che per scopo difensivo, era la barriera per il dazio. Testimone anch'essa dei combattimenti del 1848 è sopravvissuta al feroce bombardamento del 18 novembre 1944 che colpì duramente il quartiere di San Bortolo (allora il più popoloso della città). La porta è stata ristrutturata dal gruppo alpini del quartiere tra il 1993-1994 e negli stessi anni il comune riorganizzò la viabilità attorno alla porta (che sorge in uno degli incroci della circonvallazione interna, vicino all'ingresso storico dell'ospedale San Bortolo). La porta è diventata un monumento inserito all'interno di una rotatoria e non ha più la funzione di permettere il passaggio sotto ad essa.
Nel 1343 (17 marzo, podestà Bernardo degli Scannabecchi, nobile bolognese) fu edificato il complesso del castello scaligero di porta Nova San Felice che aveva nell'alta torre ezzeliniana del mastio la sua principale difesa. Non è ben certo se il coronamento merlato munito di torretta che ancora oggi sormonta la poderosa costruzione, sia da far risalire a questo periodo o alla successiva dominazione viscontea. Il castello, interamente circondato da fossato anche dalla parte della città era ben munita opera militare con quattro torri agli angoli, cortile d'armi, pozzo, alloggiamenti per il presidio, magazzini e scuderie. Attraverso il cortile passava l'androne di transito munito di pusterle, porte carraie con levatoi, saracinesche, portoni e battiponti. Gli Scaligeri rimasero a Vicenza fino al 1388, quando Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano e vicario imperiale per la Lombardia, alleatosi con i Padovani, prese a tradimento Verona riuscendo così ad occupare contemporaneamente pure Vicenza. Dopo il dominio visconteo, morto Gian Galeazzo nel 1402, inutilmente i Carraresi di Padova tentarono di impadronirsi di Vicenza perché la città berica, memore di secolari asperrime rivalità, si diede piuttosto a Venezia fornendo così occasione alla guerra che portò alla rovina lo stato padovano con la definitiva affermazione della supremazia veneziana in terraferma. Sotto Venezia il castello conservò per parecchio tempo un ruolo difensivo. Nel 1507, nell'imminenza della guerra di Cambray, fu restaurato e rimesso in efficienza; altro intervento si ebbe nel 1536. Perduta l'importanza militare, fu acquistato verso il 1630 dai nobili Valmarana che lo adattarono e residenza. Il 3 novembre 1805, le truppe napoleoniche del generale Massena attaccarono la retroguardia austriaca, attestata in Vicenza per proteggere la ritirata dell'esercito dell'Arciduca Carlo d'Asburgo, con un furioso bombardamento che arrecò gravissimi danni alla porta e lasciò i suoi segni pure sul mastio. Del castello scaligero, salvo l'imponente mastio, oggi non rimane più nulla perché tutto fu progressivamente smantellato un po' alla volta dai Vicentini (1767, 1792, 1795, 1797, 1805, 1812). Anche le fosse furono colmate. Scriveva il Rumor con giustificato rimpianto: "Di tanto barbaro maestà più non rimane che un torrione", torrione che riuscì a scampare all'annientamento e ad evitare un rovinoso degrado unicamente grazie al fatto che nella metà inferiore erano stati ricavati alloggi privati. Superata la secondo guerra mondiale con non gravi conseguenze, il grande mastio è stato fatto oggetto in questi anni di un attento restauro da porte degli attuali proprietari su progetto dell'architetto Pozzato. L'intervento, attuato con cautela e con rispetto per il valore documentale del manufatto, rendendo possibile la visita all'interno e la salita alla ghirlanda merlata, ha finalmente consentito ai cittadini e ai turisti di fruire più da vicino della potente suggestione promanante da questo eccezionale testimonianza dell'architettura fortificata militare del Medioevo vicentino. La Torre di Porta Castello è disponibile per iniziative commerciali, promozionali e pubblicitarie, per eventi artistici e culturali, mostre ed esposizioni, incontri istituzionali, visite guidate, celebrazioni, cocktail party, buffets e cene private, splendide ed esclusive serate. La pregevole disposizione degli spazi interni del monumento si presta o soddisfare le più svariate esigenze. La parte occidentale della città, così importante sotto l'aspetto strategico perché rivolta verso Verona, fu ulteriormente rafforzata con la costruzione della Rocchetta. Era un cospicuo manufatto su base quadrata, di 32 metri di lato, con torri angolari scudate, circondato totalmente da fossato – allo scopo, la Seriola era stata deviata all'interno – con due porte munitissime, ponti levatoi e più robustissime chiuse. I muri andavano da uno spessore di 3,20 m, verso la campagna, a 1,50 m, verso la città; attorno al cortile, su tre lati, si addossavano edifici per tre piani, destinati ad una numerosa guarnigione. Nella costruzione della Rocchetta - così come per la Porta santa Croce - si fece uso solamente della pietra di Montecchio, molto resistente e dura. In realtà questa fortezza non fu mai utilizzata e un paio di secoli più tardi, probabilmente intorno al 1570, Andrea Palladio redasse uno studio per adattarla a uso abitativo, essendo stata dal 1565 circa ceduta in affitto dal Demanio Veneto al patrizio Jacopo Contarini. C'era ormai disinteresse per un complesso del tutto superato dalle nuove tecniche militari. Davanti all'arco di pietra rimangono i resti della cosiddetta casa del Boia. Costitui uno dei perni della difesa della città nel maggio 1848.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Vicenza, http://www.vicenzanews.it/it/territorio/palazzi-e-monumenti/la-torre-di-porta-castello, https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_delle_mura_e_fortificazioni_di_Vicenza, http://archivio.vajenti.com/opac.php?screen=scaffale1&loc=S&osc=scaffale1&orderby=Titolo

Foto: la prima (raffigurante la torre di Porta Castello) è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda, relativa alle mura scaligere, è di Claudio Gioseffi su https://it.wikipedia.org/wiki/Vicenza#/media/File:Mr_scaligere_Mazzini-2-2.jpg. Infine, la terza (relativa alla Rocchetta) è presa da http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Veneto/MuraVicenza.html



martedì 26 dicembre 2017

Il castello di mercoledì 27 dicembre



PITIGLIANO (GR) – Palazzo Orsini

La prima notizia di Pitigliano appare in una bolla inviata da papa Niccolò II al preposto della cattedrale di Sovana nel 1061, dove viene già indicato come luogo di competenza della famiglia dei conti Aldobrandeschi. La loro permanenza al potere fu, però, relativamente breve in quanto nel 1293 Anastasia, figlia della contessa Margherita Aldobrandeschi (e ultima erede di quel ramo familiare), sposò Romano Orsini portando in dote la contea di Sovana e la sede della contea fu trasferita proprio a Pitigliano. Gli Orsini governarono la Contea di Pitigliano per secoli, difendendole dai continui tentativi di sottomissione da parte di Siena e Orvieto prima, e della Firenze medicea poi. Fu solo nel 1574 che Niccolò IV Orsini cedette la fortezza ai Medici e nel 1604 Pitigliano fu annessa al granducato di Toscana, ceduta dal conte Gian Antonio Orsini per saldare i propri debiti. I Medici tuttavia si disinteressarono delle sorti della città, che cadde presto in declino, e soltanto nel 1737, anno in cui il granducato passò ai Lorena, Pitigliano conobbe una lenta ripresa economica e culturale. Il Palazzo Orsini, imponente palazzo fortificato, sorse come antico convento religioso, quasi certamente tra l'XI e il XII secolo. Acquistato dagli Aldobrandeschi, fu trasformato in Rocca aldobrandesca a metà Duecento, che divenne la loro residenza, nonché sede istituzionale, di Pitigliano. Divenuto poi sede della contea degli Orsini, venne ristrutturato consistentemente nel XVI secolo per volere di Niccolò Orsini, su progetto dell'ingegnere Antonio da Sangallo il Giovane, il quale fu incaricato non solo di fortificare ulteriormente le strutture preesistenti, ma anche di dare un'impronta di eleganza all'intero complesso, introducendo i caratteristici elementi stilistici rinascimentali. Altri interventi erano stati effettuati, a suo tempo, anche da Baldassarre Peruzzi. L'aspetto attuale è dovuto ad alcune ristrutturazioni effettuate dai Lorena tra il 1777 e il 1840, anche se in epoche recenti la Sovrintendenza ai beni artistici e culturali di Siena e Grosseto ha imposto un'intonacatura esterna di dubbia qualità. Il complesso di Palazzo Orsini è costituito da un cassero, due torri e un torrione, con strutture murarie esterne prevalentemente rivestite in intonaco e alcuni tratti in conci di tufo; le parti sommitali presentano merlature. L'ingresso avviene attraverso una prima rampa che conduce ad un portale ad arco tondo, oltre il quale un'altra breve rampa dà accesso al cortile interno, dove è collocato il caratteristico pozzo-cisterna in stile rinascimentale, a cui risulta coevo il loggiato che vi si affaccia su un lato, con arcate tonde poggianti su colonne con capitelli ionici. Dal cortile, una breve gradinata conduce al portale d'ingresso del palazzo, architravato, in travertino riccamente scolpito alla fine del secolo XV con festoni e un emblema inneggiante alla fedeltà militare di Niccolò III, chiamato nel 1495 da Venezia come Governatore in campo delle milizie della Serenissima: due mani stringono con forza un collare da mastino munite di punte e il motto «Prius mori quam fallere». All’interno del palazzo è ospitato il Museo diocesano d'arte sacra, ricco di opere d'arte che coprono un periodo di tempo dal medioevo all'età moderna; sul lato opposto, un'altra scalinata conduce all'entrata del Museo archeologico, dove sono custoditi vari reperti provenienti dalle vicine aree archeologiche. All’interno di Palazzo Orsini, nelle 21 sale si possono vedere:
- la Madonna con Bambino di Jacopo della Quercia (XV secolo)
- la Madonna con Bambino di Guiduccio Cozzarelli (1494)
- la statua lignea di Niccolo III Orsini
- il Cassero del XV secolo

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pitigliano, https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Orsini_(Pitigliano), http://www.palazzo-orsini-pitigliano.it/ (sito web ufficiale), http://www.pitigliano.org/palazzo_orsini_it.html,

Foto: la prima è presa da http://www.beweb.chiesacattolica.it/istituticulturali/istituto/2447/Museo+diocesano+nel+Palazzo+Orsini, la seconda è una cartolina della mia collezione



sabato 23 dicembre 2017

Buon Natale !!



Un caro augurio a tutti coloro che transitano per questo blog e leggono le storie dei castelli quotidianamente o anche più di rado, non faccio distinzioni :-) Ci rivediamo nei prossimi giorni

Valentino

Il castello di domenica 24 dicembre



GAIS (BZ) – Castel Casanova

Conosciuto anche come Castello Neuhaus (il primo nome è infatti la traduzione letterale dal tedesco all'italiano, voluta dal fascismo), è un castello medievale che si trova nel territorio comunale di Gais, all'inizio della Valle Aurina, in Alto Adige, raggiungibile percorrendo il sentiero n° 5 che parte dal paese di Gais. Il castello venne edificato tra il 1240 ed il 1245 dai signori di Taufers, durante i periodi di lotte contro i signori di Rodank. Il termine "Neuhaus" è riferito all'antica sede fortificata di Tures; i signori non risiedevano in questo castello, ma nel Castello di Tures (già trattato qui nel blog: http://castelliere.blogspot.it/2015/08/il-castello-di-lunedi-3-agosto.html), ben più grande ed situato in posizione strategica. Già nel 1248 il vescovo di Bressanone Egno propugnò la demolizione del castello; ma questa non fu eseguita. Dopo l’estinzione dei signori di Taufers, il castello passò nelle mani dei nobili di Gorizia-Tirolo. Molte furono le famiglie che si succedettero nel suo possesso come i Neuhaus di Bressanone dal 1504 al 1543 seguiti dai Teutenhofen, i Soll von Aichberg, i Kunigl ed altri. In seguito ad una serie di cambiamenti di possesso dell'edificio, nel 1914 si iniziò a ricostruire il castello che era andato nel corso dei secoli in decadimento. Si erano tuttavia conservati il mastio e una parte delle mura perimetrali. Nella piazza inferiore del castello, nel 1601 fu costruita una piccola cappelletta, mentre il palazzo venne ricostruito all'inizio del XX secolo sulla base dell'antica ala residenziale. Nel 1752 il proprietario conte Künigl fece costruire ai piedi del colle Pfleghaus ("casa del curatore"), in stile barocco. Alla fine del secolo, la famiglia di artisti Bacher divenne proprietaria della Pfleghaus, e la fece diventare un vero e influente laboratorio artistico. Infine nel 1924 il conte Cäsar Straßaldo-Grafenberg acquisì la proprietà, dandole l'attuale aspetto. Durante la sua storia, non sempre pacifica, il castello ha ospitato negli anni 1422-1426, Oswald von Wolkenstein, uno dei poeti e compositori maggiormente noti del primo XV secolo, nella zona del Tirolo. Egli cantava il paesaggio e le belle donne della valle di Tures e proprio in quegli anni scrisse anche “Jetterin von Lanebach”, uno dei suoi capolavori. Durante il periodo della seconda guerra mondiale trovò rifugio al castello, il famoso poeta statunitense Ezra Pound, assieme alla sua famiglia. Attualmente il castello è di proprietà privata, ed appartiene al signor Siegfried Hofer, uno dei figli della famiglia contadina Brugger di Lutago. Per mantenere viva la storia e le tradizioni del castello, anche al giorno d'oggi, periodicamente i Cavalieri di Castel Neuhaus si incontrano per le loro cene, proprio come in antichità facevano i loro precursori, quando celebravano le loro vittorie. Il castello ospita periodicamente mostre d’arte (in genere sono tenute nel mastio, che con i suoi 29 metri di altezza sovrasta tutta la struttura medioevale), manifestazioni teatrali e musicali. È possibile usufruire di alcuni locali del castello per celebrare feste come matrimoni e battesimi. Sulle mura dell'originario bagno termale contadino, è stato inserito il ristorante.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Casanova, https://www.val-pusteria.net/it/cultura-e-territorio/castelli/castello-di-casanova/, https://www.sentres.com/it/castello-neuhaus, http://castelliedintorni.blogspot.it/2008/09/castel-neuhaus-di-gais.html,

Foto: la prima è presa da http://www.kronplatz.com/sales-b2b/it/mice/centri-congressi/castello+neuhaus/casanova_i-62509, la seconda è di Olymca su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/385523/view



Il castello di sabato 23 dicembre




ISOLA DEL CANTONE (GE) – Castello Spinola-Mignacco in frazione Piano

Nel 1235 Isola divenne feudo dei Malaspina e nel 1256 passò sotto il controllo degli Spinola. Il castello Spinola-Mignacco o castello di Piano è stata un'antica dimora nobiliare della famiglia Spinola in località Piano. Le fonti storiche attribuiscono al capitano Guglielmo II Spinola la decisione dell'edificazione di una nuova residenza, opera che avvenne molto probabilmente tra il 1553 e il 1562 e quindi in epoca più tardiva rispetto al castello Spinola di Isola. L'attuale denominazione Mignacco venne aggiunta dopo l'acquisizione del castello, nel 1865, da parte di Michele Mignacco e ancora oggi la proprietà sul castello appartiene ai discendenti della famiglia. Destinato a dimora residenziale più che a fortezza difensiva si presenta su uno sperone di roccia, nei pressi della confluenza tra il torrente Vobbia con lo Scrivia, con una struttura a pianta quadrata. La corte della fortezza, formata da un muro spesso, è raggiungibile attraverso un portale tra le due torri circolari; il corpo principale, anch'esso di forma quadrata, è sviluppato su tre livelli. Il castello presenta, sul lato opposto all'ingresso, ai due angoli opposti, due strutture in aggetto simili a garitte per l'avvistamento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Spinola-Mignacco, http://www.spinola.it/work/castello-spinola-del-piano-mignacco-di-isola-del-cantone/,

http://www.culturainliguria.it/cultura/it/Temi/Luoghivisita/architetture.do;jsessionid=2776D62B2AD843FE1FC1E57782A7C627.node2?contentId=28650&localita=2183&area=212, scheda di Antonella Pasquale su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Liguria/genova/piano.htm

Foto: la prima è presa da http://www.dodecapoli.com/pagine/castelli/h-i-l-m/isola_del_cantone.jpg, la seconda è presa da http://www.spinola.it/work/castello-spinola-del-piano-mignacco-di-isola-del-cantone/



venerdì 22 dicembre 2017

Il castello di venerdì 22 dicembre




CASALGRASSO (CN) – Castello in frazione Carpenetta

Già nel XII secolo queste terre erano bonificate ed il termine "Casalgrasso" sembra derivare difatti dalla fusione di casali e grassi proprio ad indicare la fertilità di queste campagne. Poco fuori del paese, in direzione Racconigi, si staglia austera in mezzo alle campagne la Rocca di Carpenetta. Essa fu probabilmente eretta a difesa di un ricetto nell’XI secolo e appartenne al monastero delle Monache di Rifreddo e all’abbazia di Staffarda, ricche e potenti istituzioni religiose del territorio. Fu poi proprietà degli Scalenghe, dei Biandrate, dei Belli e poi, dal Cinquecento, divenne un feudo consortile di numerose famigli di consignori: tra queste i De Curtet, i Balegno, i Pipino, i De Castello e, infine, ai Carron di San Tommaso. Circondata da cascine e tenute, proprietà un tempo di ordini religiosi e famiglie aristocratiche, è inserita nei percorsi ciclabili del Parco del Po Torinese e può essere raggiunta anche seguendo l’itinerario “Strada del Sale” del Progetto Cyclo Monviso. Il Castello presenta una planimetria ad “L”. Nei suoi pressi è localizzata una cappella a pianta rettangolare, adiacente ad una fabbrica rurale. L’intera struttura è realizzata in materiale laterizio. L’imponenza del castello è sottolineata dalla presenza di una torre a pianta quadrata, con caditoie, e da una torre angolare a pianta circolare. Quest’ultima è decorata con elementi laterizi in altorilievo. Sui prospetti del complesso è possibile leggere la storia delle trasformazioni che sono intervenute nel corso del tempo. Sono infatti visibili tracce di merlature, aperture finestrate tamponate, profili delle linee di colmo dei manti di copertura di edifici abbattuti. Abbandonato e degradato nel corso del tempo, l’edificio è ora in fase di restauro.

Fonti: http://www.visitterredeisavoia.it/it/guida/?IDR=732, https://it.wikipedia.org/wiki/Casalgrasso, http://www.castellideisolaro.it/pdf/casalgrasso.pdf, http://www.paesaggiopocollina.it/paesaggio/cascine/dwd/carpenetta.pdf

Foto: la prima è presa da https://piemontefantasma.files.wordpress.com/2014/09/93838-800x600.jpg, la seconda è di Alessandro1953 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/378164/view

giovedì 21 dicembre 2017

Il castello di giovedì 21 dicembre



NOGAREDO (TN) – Castel Noarna

Le prime notizie del castello risalgono al XI secolo anche se probabilmente nello stesso luogo era già presente una fortificazione romana e poi longobarda. Fu dominio dei signori di Noarna fino al 1308, per passare in seguito ai Castelbarco, vassalli dei principi vescovi di Trento. Nel 1456 il principe vescovo di Trento Georg Hack ordinò a Pietro e Giorgio Lodron di occupare il castello strappandolo con la forza a Giovanni di Castelbarco che era insorto contro di lui. Il maniero entrò quindi a far parte dei domini della famiglia Lodron che lo possedettero per più di 500 anni. Nicolò Lodron (1475-1556), nipote di Pietro, fece ristrutturare profondamente il maniero adeguandolo al nuovo gusto rinascimentale e al nuovo status residenziale. Di quest'epoca sono gli affreschi sopra lo scalone principale. Il principe vescovo Paride Lodron vi fece probabilmente costruire la cappella opera del suo architetto di corte Santino Solari. Altre stanze decorate risalgono al XVI e XVII secolo. Nel 1873 i Londron lasciarono il castello per stabilirsi nel più comodo palazzo fatto costruire a Nogaredo. Nel 1974 il maniero fu venduto alla famiglia Zani di Rovereto, che lo trasformò in un'azienda vinicola biologica tuttora in attività. Il castello è aperto al pubblico solo in occasione di speciali eventi. Nel XVII secolo il castello fu teatro di un famoso processo alle streghe in quanto sede del potere giudiziario della zona. Correva l’anno 1646. Nella piazza di Nogaredo, Mercuria accusò Domenica di furto chiamandola strega; per questo motivo le due donne vennero imprigionate nelle carceri del castello, ad entrambe vennero tagliati i capelli come segno delle accuse mosse nei loro confronti. Mercuria, che venne a sua volta accusata di stregoneria, affermò che erano state Domenica e sua figlia a insegnarle come diventare una strega, trattenendo l’ostia consacrata sotto la lingua dopo la comunione e imprimendole il marchio del demonio sulla spalla. In seguito a queste accuse, le donne imprigionate nel castello vennero sottoposte a tortura durante gli interrogatori. Le torture praticate in quel periodo comprendevano il “tratto di corda” (che consisteva nell’appendere la persona per le mani fino a spezzarle i tendini o le ossa), e i “sibilli” (spezzare le ossa delle mani con cunei di legno fra le dita). Sotto tortura Mercuria ammise di essere una strega, di andare al sabba con altre donne dei dintorni, di aver praticato guarigioni con unguenti satanici e polvere di ossa di morto. Ella asserì inoltre di aver avuto rapporti con uno stregone di nome Delaito. A seguito di questi interrogatori Mercuria viene rilasciata. Rimasero invece imprigionate Domenica Chemella e la figlia Lucia. Esse erano donne di ceto sociale molto basso e Domenica era solita recarsi alla corte dei Lodron a vendere gamberi pescati nell’Adige. Sotto tortura Lucia raccontò come lei e le altre stregarono tal Cristoforo Sparamani: trasformate in gatti si inoltrarono nottetempo nella camera da letto del malcapitato e lo cosparsero con un unguento dato loro dal diavolo in persona, poi, riprese le sembianze umane, si diedero ai festeggiamenti con pietanze sottratte alla sua cucina (pane formaggio e un boccale di vino). Il diavolo spesso si univa a loro in questi festeggiamenti sia sotto sembianze umane sia in forma di capra. A seguito di questi interrogatori vennero incarcerate altre donne delle giurisdizioni di Castel Noarna e Castellano (Zenevra, Caterina, Benvenuta ). Domenica, Lucia e le altre stremate dalla tortura ammisero tutto ciò che i giudici attribuirono a loro: uscirono così altri dettagli sui sabba, ricette di pozioni magiche, ecc. Il processo si protrasse per un anno coinvolgendo decine di persone di tutti i paesi della Vallagarina. Nella fase finale del processo entrò in scena l’avvocato difensore Marco Antonio Bertelli di Nomi, che mise in evidenza come gli interrogatori fossero stati eseguiti scorrettamente; fece sottoporre a perizia medica le donne dove risultò che non portavano segni di diabolici sul corpo e dichiarò che le colpe delle donne erano sempre inferiori perché esse erano “fragili, imbecilli nell’intelletto, ignoranti, credulone e facilmente soggiogabili. Ma nonostante le tesi sostenute dalla difesa, i Lodron vollero dare un esempio di fermezza; le donne vennero dichiarate colpevoli e 5 di loro furono condannate alla decapitazione e successivo rogo, sentenza che venne eseguita nella vicina frazione di Brancolino dal boia Ludovico Oberdorfer di Merano alla quale dovettero assistere tutti gli abitanti delle giurisdizioni. In questo processo venne incriminato anche un uomo: Santo Graziadei, che morì in prigione nel 1651. Girolamo Tartarotti in due suoi libri: “Il congresso notturno delle Lammie”, del 1749, e “Apologia del Congresso notturno delle Lammie”, del 1751, criticò fortemente le teorie canoniche che giustificarono tale processo parlando di effetti della fantasia e che le streghe non meritano la pena di morte. Il castello si presenta come un antico borgo medioevale, praticamente intatto. La base dell’impianto attuale (il mastio, le fortificazioni e la merlatura guelfa) si fa risalire al XIII secolo. La torre di guardia è primo punto di accesso al castello che serviva a controllare il ponte levatoio in legno. Passata la torre, percorrendo un camminamento si arriva al secondo posto di guardia, formato da un portone in legno e una finestra con inferriata, di fianco alla quale troviamo un muro merlato con all’interno i segni del camminamento di ronda. All’interno del castello si trova il Mastio, elemento fondamentale della struttura difensiva di un castello, formato dalla torre principale ornata da una merlatura guelfa, due locali di guardia e le prigioni. Nei muri che circondano il Mastio, che rimane l’unica parte non modificata da successive ristrutturazioni, troviamo inseriti nelle mura di epoca rinascimentale archi a tutto sesto e in pietra rossa a testimonianza delle preesistenti strutture medioevali. Dal cortile del mastio si può accedere alla Cappella. All’interno vi è un abside quadrato con finestre a tutto sesto. Le volte dell’abside e della navata sono a crociera. Di notevole importanza è la pala “L’incoronazione della vergine con i santi Nicola e Francesco”, risalente al 1580. In essa troviamo rappresentato San Nicola in abiti vescovili con mitra e pascolare, le tre palle d’oro che ha in mano simboleggiano l’elemosina fatta dal santo. La predella dell’altare è decorata con scene di vita del santo. San Francesco è rivolto verso la scena dell’Incoronazione della vergine. La sua presenza è motivata dai legami con S. Nicola protettore degli oppressi. Dedicata a San Nicola sia in onore di Nicolò Lodron, padre di Gasparo che la commissionò, sia in quanto San Nicola figura come protettore dalle pestilenze che in quell’epoca infestavano la zona, la pala è stata attribuita a Paolo Naurizio, pittore che operò in trentino mediando la cultura veneta, introdottavi da Jacopo e Francesco da Bassano, con suggerimenti nordici. Un altro suo importante dipinto, “L’incoronazione della vergine e i santi patroni della città” è attualmente esposto al museo diocesano di Trento. Da notare anche la preziosa loggia lignea decorata con motivi floreali. Sempre dal cortile del mastio si accede alla galleria dove troviamo una volta affrescata a graticcio corrente con alla base da parte una fascia con festoni, putti, teste virili e gli stemmi delle famiglie Lodron, Castellalto e Arco, dall’altra affreschi di carattere agreste che rappresentano episodi mitologici. L’autore di questi affreschi risulta a tutt’oggi sconosciuto. Una porta gotica connette la galleria alla volta affrescata. L’atrio d’onore è un raro esempio di copia pittorica (parziale) della volta michelangiolesca, risalente alla seconda metà del 1500. Al centro della volta troviamo la Creazione degli Astri, la Separazione della luce dalle tenebre, e un figura di Ignudo. Nelle due fasce sottostanti due file di profeti e sibille. Nelle lunette troviamo invece scene cavalleresche ed epiche ambientate nelle nostre valli. In particolare nella lunetta a fianco della porta gotica possiamo ammirare in una veduta della vallagarina da sud verso nord: Castel Noarna, Castel Pietra e Castel Beseno con in primo piano due cavalieri. La volta è stata attribuita a Giovan Battista Cavalieri (Villalagarina 1825 – Roma 1601), importante e famoso incisore che visse tra Roma e il Trentino, di cui è famosa anche una riproduzione del giudizio universale di Michelangelo. Al piano superiore troviamo la Stuba Magna che contiene un ciclo di affreschi composto di 24 scene che raffigurano le guerre d’indipendenza e religiose dei Paesi Bassi. Esso è stato ripreso da una serie di Geschichtblaetter prodotti dalla bottega del fiammingo Franz Hogenberg. Tali fogli di storia svolgevano funzione di documentario sugli avvenimenti salienti dell’epoca; quelli della bottega di Hogenberg, divennero famosi per l’accuratezza delle descrizioni e per la rapidità con cui seguivano gli eventi descritti. Essi erano inoltre completati da brevi commenti in rima. Gli affreschi furono realizzati in occasione delle nozze tra Massimiliano Lodron (figlio di Gasparo Lodron e Anna Berka) e Sibilla Fugger, nel 1602. I Fugger furono infatti grandi finanziatori delle imprese militari della corona di Spagna. Nella sala troviamo infatti rappresentati gli stemmi dei Lodron, dei Berka e dei Fugger. Da notare anche il soffitto ligneo a cassettoni arricchito con decorazioni floreali. All'ingresso del castello, passato il portone, vi è la corte principale, con il forno del pane e una bella bifora del 1200. Degni di citazione sono anche: lo stupendo giardino d'inverno con gli affreschi e le sue grottesche, la Madonna con il latte e il "trompe l'oeil", le antiche prigioni che ricordano il processo alle Streghe di Nogaredo, la cantina ricavata negli antichi avvolti del castello. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=bNtWVp3TkRA (video di Travel And Discover), https://www.youtube.com/watch?v=tAe9lMZZZQg (video di Marco Zani), https://www.iltrentinodeibambini.it/castel-noarna/, https://www.histouring.com/strutture/castel-noarna/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Noarna, http://www.castelnoarna.com/visite/, http://www.castelnoarna.com/storia/

Foto: la prima è presa da https://www.visitrovereto.it/gusta/cantine/castel-noarna/, la seconda è di Sergio Sironi su http://mapio.net/pic/p-80767039/

mercoledì 20 dicembre 2017

Il castello di mercoledì 20 dicembre






PIRAINO (ME) - Torre Saracena e Torre delle Ciavole

Chiamata anche "torrazza" e situata nel centro storico, serviva per il controllo del traffico navale della costa, e per inviare e ricevere segnali dalle zone limitrofe. La costruzione doveva far parte del sistema di avvistamento litoraneo, svolgendo, al contempo, una funzione basilare nella difesa del centro antico. La sua particolare posizione geografica consentiva infatti una visione panoramica a 360°. La "Torrazza" oltre che con la cinquecentesca Torre delle Ciavole, posta lungo la costa, comunicava con la Guardiola, situata nord del paese e quindi con il Castello Brolo e quello di Capo d’Orlando. E’ alta 16m e si articola su tre livelli e una terrazza, collegati tra loro da una scaletta interna. Di forma cilindrica, è dotata di murature mediamente spesse 2 m, costruite con la tecnica chiamata a "faccia a vista" cioè realizzate con mattoni pieni privi di ulteriore rivestimento (tipo intonaco); le mostre degli infissi consistono di conci ben squadrati e definiti. Nel 1500 venne trasformata in carcere e nel 1978 restaurata. A discapito del nome, non vi è alcuna certezza che sia stata costruita dai Saraceni. Il suo stato di conservazione è buono. E' di proprietà del Comune di Piraino, sottoposta a vincolo L.1089/39. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=gdVqkV3YKfE (video di videosangiorgio), https://www.youtube.com/watch?v=STqd8kDoNb0 (video di Sandro Cusmà).

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Situata nella frazione costiera di Gliaca, la Torre delle Ciavole venne progettata nel 1500 come complemento alle già esistenti torri di guardia e completata nel Seicento. Il nome deriva dagli uccelli che vi trovavano rifugio, ghiandaie, chiamate Ciàula in siciliano. Edificata ai piedi di una collina, con grossi blocchi di pietra, su uno sperone roccioso, che il mare lambisce, è di base quadrata su tre elevazioni. La torre venne successivamente venduta a privati. È inagibile a causa dell'erosione del mare che l'ha resa pericolante. Altri link: http://www.cantineamato.com/public/articoli/181120150911221589862761_La_leggenda_della_principessa_e_del_guardiano_innamorato.pdf (la leggenda della principessa e del guardiano innamorato), https://www.youtube.com/watch?v=4DhUvoJy_Lc (video di Bella Sicilia), https://www.youtube.com/watch?v=pmcjomWQJxY (video di Bella Sicilia), https://www.canalesicilia.it/piraino-soldi-torre-delle-ciavole-nessun-motivo-oscuro/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Piraino, https://www.lasiciliainrete.it/monumenti/listing/castello-di-piraino-torre-saracena, http://www.visitpiraino.com/2017/05/12/la-torre-saracena/, http://www.messinaweb.eu/messinesit%C3%A0/storia/i-comuni/item/268-piraino.html, http://www.spreafotografia.it/photo-28865-torre-delle-ciavole.html

Foto: la prima, relativa alla Torre Saracena, è presa dalla omonima pagina Facebook https://www.facebook.com/Torre-Saracena-70961319368/. La seconda immagine, relativa alla Torre delle Ciavole, è di Canale Sicilia su http://www.canalesicilia.it/wp-content/uploads/2017/03/TorreDelleCiavolePiraino.jpg

martedì 19 dicembre 2017

Il castello di martedì 19 dicembre






PIRAINO (ME) - Palazzo Ducale

Fu fondato dagli arabi nel sec. IX e appartenne ad alcune famiglie feudali: ai Lancia (dal sec. XIII al sec. XV), a Vincenzo Denti e all'Averna, il quale fu duca di Piraino dal 1656. Secondo la tradizione, il nome Piraino deriverebbe dal nome del ciclope che viveva su quella collina, Piracmone, e che, sempre secondo la tradizione, avrebbe costruito il primo nucleo abitato in quella zona, intorno all'827 a.C. Fin qui la leggenda. Per quanto riguarda invece le fonti storiche, le prime prove sull'esistenza di Piraino sono da collocarsi temporalmente intorno l'epoca della dominazione greca nell'isola (quindi intorno al VI secolo a.C.). Da qui in poi, Piraino subì la stessa dominazione che toccò al resto della Sicilia: romana, barbara, bizantina, saracena. Proprio durante la dominazione saracena, ed esattamente nel 967 d.C., per ordine dell'emiro Ahmod, venne dato inizio alla costruzione della Torre Saracena (tutt'oggi intatta) e delle mura del paese, mentre le varie chiese, prima cristiane, vennero tutte trasformate in moschee. Durante la dominazione normanna, Piraino fu probabilmente trasformata in semplice terra demaniale, sotto il diretto controllo dello Stato. Grazie al matrimonio di stato fra Enrico VI, figlio dell'imperatore Federico Barbarossa, e Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II, anche Piraino, passò sotto la dominazione sveva. Fu in questo periodo che l'imperatore Federico II concesse il paese in feudo ai Lancia, marchesi del Vasto e del Monferrato. Tale concessione avvenne grazie al matrimonio che, nel 1246, Federico II stesso, aveva contratto con Bianca Lancia, figlia di Bonifacio, conte di Agliano. Durante il decennio che vide la lotta fra Svevi e Angioini, i Lancia combatterono in difesa della famiglia Sveva, e per questo, dopo l'avvento al potere dei signori d'Angiò, vennero confiscati loro tutti i beni, che riebbero solo dopo la guerra del Vespro, nel 1282, e cioè con l'avvento degli Aragonesi in Sicilia. Inoltre Giovanni d'Aragona, fratello di re Federico III, ed Infante d'Aragona, prese in moglie una figlia di Pietro Lancia. Sempre durante il regno degli Aragona, Piraino dovette subire le incursioni degli arabi. In una delle quali, nel 1544, guidata dal pirata arabo Khayr al-Dīn Barbarossa (Ariadeno), venne ucciso a colpi di scimitarra l'arciprete di rito ortodosso Giovanni Maria Scolarici, mentre tentava la fuga dal paese per salvare, non solo se stesso, ma, soprattutto, le sacre particole dalle mani degli infedeli. L'evento è tutt'oggi ricordato nel paese durante il periodo estivo, dove viene inscenato proprio l'arrivo dei Saraceni a Piraino, il tutto in abiti d'epoca. L'attacco del Barbarossa fu così grave da causare la mancanza di sacerdoti di rito ortodosso nella zona, la cui eredità spirituale fu presa in custodia da quelli di rito romano nel 1576. Il 27 settembre 2009 la Chiesa Ortodossa in Italia ha proclamato santi padre Giovanni Maria Scolarici e suo figlio Giuseppe. Durante il periodo di dominazione spagnola dell'isola, e più specificatamente, nel 1627, il feudo di Piraino passò sotto il controllo di Vincenzo Denti, il quale, nel 1656, per privilegio del re Filippo IV di Spagna, ottenne il titolo di duca. Piraino, dunque, da semplice feudo era diventato un Ducato. La residenza dei Denti era il Palazzo Ducale, che esiste ancora oggi, sebbene fatiscente, e proprio sulla facciata frontale si possono ancora ammirare la meridiana e lo stemma ducale, simbolo del potere dei Denti. Il palazzo fu fatto costruire dai Lancia tra il XV-XVI sec. e fu da questi abitato fino al 1641. L'edificio era anche la sede del governo feudale e in certe occasioni anche del baiulo (bagghiu in siciliano), un giudice giudice competente a dirimere questioni penali e civili tra cittadini. Il cortile dietro l’ingresso principale era il luogo di riunione. Il palazzo, oggi non agibile, contava 36 stanze, 12 magazzini ed una cappella privata. Venne abbandonato dai Denti nel 1812, a causa della Costituzione Siciliana che aboliva il feudo, e successivamente utilizzato come caserma dei carabinieri e poi scuola media nel 1963. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=1LOqqPyEoB4 (video di Pandia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Piraino, http://www.messinaweb.eu/messinesit%C3%A0/storia/i-comuni/item/268-piraino.html

Foto: la prima è di Marie Thérèse Hébert & Jean Robert Thibault su https://www.flickr.com/photos/jrthibault/3426915301, la seconda è presa da http://iluoghidelcuore.it/luoghi/piraino/palazzo-ducale-/83319

lunedì 18 dicembre 2017

Il castello di lunedì 18 dicembre




ZERBO (PV) - Castello

Come per molti altri paesi e località con nome simile, Zerbo deriva dal lombardo “Zerb”, acerbo e indica quindi terra incolta. L’insediamento ebbe forse origine, così come quello della frazione Torre Selvatica, da fortificazioni erette sulla riva sinistra del Po ai tempi delle prime rivalità tra pavesi e piacentini, che spesso si scontrarono lungo il fiume. Nei più antichi documenti è chiamato Gerbo, Gerbi, Villa Gerbidi e risulta possedimento di Corte Olona, sede regale longobarda, e del monastero di S. Agata in Pavia, uno dei primi nella Lombardia cristiana, fondato nel 672 dal re Bertarido. In un documento dell’8 giugno 1187 papa Urbano III conferma a Sjbilia, badessa di S. Agata, alcuni beni, tra cui “Jerbum”, con due cappelle, una di S. Martino, l’altra di S. Donnino. Nell’anno 1181 Gerbo paga per fodro(1) e giogatico(2) 140 soldi e questo rivela una certa importanza dell’abitato. Nel 1374 Zerbo e Torre Selvatica appartengono al Vicariato di S. Colombiano, nel XV secolo al Vicariato di Belgioioso, infeudato a casa d’Este, nel 1500 alla nobile famiglia Lucini. Il castello nei primi tempi fu proprietà di una famiglia decurionale pavese di parte guelfa, Pavaro o Paveri; nel 1453 passò ai Bracazoli, che lo ripararono dopo le battaglie dei Beccaria contro i Visconti. Con diploma del re Carlo II di Spagna del 7 Aprile 1683, signore di Zerbo e Torre Selvatica divenne il marchese Pio Ghislieri – Ajzaga – Malaspina, decurione di Pavia. Nel 1749 i Ghislieri cercarono, con tenace vertenza, di separare le due comunità di Zerbo e Torre Selvatica. Nel 1771 il feudo fu trasferito dai Ghislieri ai conti Gallarati-Scotti. Nelle varie e ripetute guerre, questa zona, situata sulle rive del Po, fu più volte attraversata da truppe, nel 1746 abbiamo notizia di un saccheggio di Zerbo per mano dei franco-spagnoli. Al centro del paese, in posizione dominante, sorge un palazzo, chiamato comunemente castello, che risale al 1600 ed è circondato da una depressione, corrispondente al vecchio fossato. La costruzione è disposta su tre lati chiusi da un muro di cinta convesso, a profilo ondulato e saliente (caratteristica tipica del Settecento): l’insieme appare piuttosto maestoso e scenografico. Tipologicamente presenta un impianto ad ‹‹U›› che ricorda quello dei castelli rurali dell'area pavese (Celpenchio di Cozzo, Valle Salimbene). Attualmente è di proprietà privata ed ospita un ristorante. Ai lati si notano ancora edifici antichi, probabilmente fortificati; sul muro di uno di questi è dipinto lo stemma della famiglia Roverselli. Dietro il palazzo vi sono abitazioni note col nome di Colombarone (dalle colombaie, un tempo molto diffuse), fra le quali si trovano una torre riadattata in cui si intravede la sagoma di una finestra rinascimentale e resti di quella che, presumibilmente, fu la rocca medioevale.

Fonti: http://halleyweb.com/c018188/zf/index.php/storia-comune/, http://www.visitapavia.it/itinerari/Castelli%20nel%20Pavese/Castelli-del-Pavese-Zerbo.html, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00611/

Foto: la prima è presa da http://compagniadeigourmet.weebly.com/11-i-templari-zerbo.html, la seconda è presa da https://it.pinterest.com/pin/575757133581391893/

sabato 16 dicembre 2017

Il castello di domenica 17 dicembre




GROPPARELLO (PC) – Castello di Montechino

Si trova nella val Riglio, una piccola valle all'interno della val Nure, in provincia di Piacenza. Sorge sul monte Occhino, posto a picco sul torrente Riglio. Riconducibile al XII secolo, fu costruito come avamposto strategico a difesa della val Riglio. Fu prima di proprietà dei Confalonieri, apparsi in Piacenza alla fine dell'XI secolo, ai quali nel 1393 Gian Galeazzo Visconti concesse l'investitura feudale delle terre che già tenevano nel piacentino. Si racconta in Val Riglio che fu un uomo d’arme dei Confalonieri di Piacenza quello che circa otto secoli fa scavò la montagna e posò a terra la primissima pietra su una pre-esistente fortificazione romana. Una pietra che, da allora, è rimasta nello stesso luogo intatta a sostegno della torre. Fu l'inizio del castello di Montechino, un'opera imponente costruita con la sola forza delle mani. Nel 1492 i Confalonieri vendettero il castello alla potente famiglia dei Nicelli, signori per secoli della val Nure. Di questo maniero si conosce con precisione la storia a partire dal 1441, quando Filippo Maria Visconti, duca di Milano, investì della contea di Montechino Bertolino e Cabrino Nicelli. Di Montechino, ricordato nelle vecchie carte anche come Monte Occhino, furono, come si è detto, feudatari i Confalonieri, i quali nel 1492, nella persona di Niccolò, vendevano il castello omonimo e le terre pertinenti a Bartolino Nicelli il quale, per intercessione di Orlando Lampugnani, con rescritto ducale successivo, ottenne l'investitura feudale sul luogo stesso e su Rossoreggio e, in seguito, il titolo di conte. Con rogito del 20 luglio 1842 del notaio Baciocchi il castello fu venduto per 40mila lire al signor Giacomo Riva il quale, a sua volta, lo alienava ai conti Marazzani. Nel 1944 ospitò il Distaccamento «Ursus» della Divisione partigiana val d'Arda. Posto in vendita nel 1955, dopo la guerra, in seguito a una vertenza sorta fra gli eredi del conte Filippo Marazzani, il castello venne acquistato da mons. Stefano Fumagalli, arciprete di San Polo, il quale due anni dopo lo donò all'Ordinariato delle Suore per essere destinato a luogo di riposo delle monache di clausura. Attualmente di proprietà di un privato, è stato nel corso degli ultimi venticinque anni perfettamente ristrutturato nel pieno rispetto della struttura originaria. Il castello è costruito in pietra, su pianta rettangolare, con un torrione quadrato angolare orlato da merli guelfi. Nel frontone si possono ancora vedere gli originari incastri del ponte e del ponticello levatoi. L’edificio è in perfetto stato di conservazione, immerso in 27 ettari di parco, boschi con alberi secolari e campi coltivati, si sviluppa su due piani per un totale di 1.100 mq. Altri link suggeriti: http://www.preboggion.it/Castello_di_Gropparello-Montechino.htm (per vedere alcune foto di Solaxart 2013), https://www.youtube.com/watch?v=SLWUVMQlWKI (video di Danilo Doronzo).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Montechino, http://www.bocachicaplaya.com/montechino_castle.it.html (da visitare per trovare altre foto e notizie), http://www.altavaltrebbia.net/castelli/valli/2238-castello-di-montechino.html,

Foto: la prima è di arzan su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/309057/view, la seconda è presa da http://www.bocachicaplaya.com/bocachicaphoto/montechino_castello_danilo/castello_neve_maxi_web.jpg





Il castello di sabato 16 dicembre




BETTOLA (PC) – Castello Nicelli di Erbia

Si trova presso San Boceto in Val Perino, nel comune di Bettola, dal quale dista circa 11 km. Gli antichi documenti ricordano la località e il suo castello sotto vari nomi: Herbia, Nebbia, Nebla: Stando alla scritta scolpita in una pietra della torre, la fondazione sarebbe avvenuta nel 1400 per iniziativa del Giureconsulto Pietro Nicelli che voleva certo creare un valido avamposto atto a precludere l'accesso alla strada che, dalla Val Perino, portava alla Val Nure, zona da secoli sotto il dominio della sua famiglia. In seguito a divisioni nel 1514 l'edificio passò a Pier Antonio. Fra i vari esponenti della famiglia che nel 1539, dopo aver saccheggiato Bettola, trucidarono barbaramente Giovanni Camia, detto il grosso, era anche Gian Francesco, signore d'Erbia. Per rappresaglia i Camia, con un buon numero d'armati, si portarono ad Erbia, devastando ogni cosa. Nel 1641 gli ultimi discendenti di tale ramo vendettero il castello e le sue pertinenze al rettore di Calenzano, Don Giuliano Cavanna, che lo tenne fino alla sua morte (1659). Nello stesso anno i suoi nipoti ed eredi, Francesco Maria e Bartolomeo Gulieri, vennero in possesso dell'edificio, subito avocato dalla Camera Ducale dei Farnese in quanto, come fortilizio, non poteva essere considerato bene trasmissibile. Mediante un compromesso sottoscritto, i Gulieri riuscirono ad entrarne in possesso, malgrado l'opposizione di Giovanni Nicelli di Guardamiglio che, in veste di parente più prossimo dei Nicelli, avanzava legittimi diritti su Erbia. Seguì un'accesa controversia che si risolse nel 1688 con una transazione fra i contendenti, il conte Giovanni Nicelli (tenuto conto anche dei lavori di miglioria apportati dai Gulieri) li investì in parte, e a titolo perpetuo, del castello: i suoi discendenti tennero la proprietà ininterrottamente sino ai primi del 1900 circa. Il castello è crollato recentemente in alcune sue parti e si presenta diroccato, non visitabile se non esternamente. Oggi è pericolante quindi recintato dal proprietario (Cementirossi) e le speranze di salvarne almeno una parte, come meriterebbe per la sua storia, sono poche. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=vjN27HvXITQ (video di Angry Marmot Films), http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/34074558.jpg, https://www.youtube.com/watch?v=oD0dts1bgr4 (video di Angelo 96), http://www.turismoapiacenza.it/resti_del_castello_di_erbia.html

Fonti: http://www.altavaltrebbia.net/castelli/valli/2235-castello-di-erbia.html, http://iluoghidelcuore.it/luoghi/bettola/castello-d-erbia-calenzano/8558, http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/castelli/index.jsp?id=1707

Foto: la prima è di Riccardo Rossi su http://www.panoramio.com/photo/70392358 (antecedente al crollo), la seconda è presa da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/8204098.jpg



venerdì 15 dicembre 2017

Il castello di venerdì 15 dicembre





VILLANTERIO (PV) - Castello

Appartenne probabilmente prima del Mille a un certo Lanterio, e nel XII secolo era detto Villa Lanteri. Nel 1164 è citato nel diploma con cui Federico I assegnò a Pavia la giurisdizione sull'Oltrepò, la Lomellina e quelle parti del Pavese orientale come Villanterio che forse non erano ancora stabilmente sotto il suo controllo. La signoria sul paese apparteneva, forse già da molto tempo, al monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, che nel 1260 subinfeudò la località a una famiglia che ne prese il nome di Capitani di Villanterio; da questi il feudo passò agli Schiaffinati, ai nobili Rizzi (1538), per eredità nel XVIII secolo ai nobili Vitali-Rizzi di Pavia e infine, sempre per eredità, ai nobili Meriggi di Villanterio. Nel 1872 fu unito a Villanterio il comune di Monte Bolognola. Sorgono ancora nella piazza principale del paese (di cui costituiscono la sede municipale e che ospitano anche le scuole) i resti di un castello ricostruito nel Trecento sul luogo già occupato da un più antico fortilizio altomedioevale (risalente probabilmente a prima del Mille). La costruzione ha subito radicali rimaneggiamenti nel secolo scorso, anche in seguito a fatti bellici, manomissioni e rifacimenti: del castello quattrocentesco, che originariamente presentava pianta a rombo praticamente regolare cinta da un profondo fossato su tre lati (ora notevolmente ridotto), si conserva soltanto un'ala. E in questa configurazione è giunta a noi. L'ala castellana è formata da un corpo di fabbrica molto sviluppato in altezza, sulla cui facciata si aprono finestre ogivali. Sugli angoli si appoggiano robusti contrafforti con scarpatura assai accentuata. Lo scalone d'ingresso risale al XVIII secolo. Negli ambienti interni si conservano resti di affreschi con ritratti e scene mitologiche. Sulla facciata è venuto ad appoggiarsi nel Settecento uno scalone monumentale. L'alta torre sul fianco è opera moderna.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Villanterio,
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00253/, http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Villanterio.htm, http://www.visitapavia.it/itinerari/Castelli%20nel%20Pavese/Castelli-del-Pavese-Villanterio.html

Foto: la prima è di Solaxart 2013 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Villanterio.htm, la seconda è presa da http://www.comune.villanterio.pv.it/img_news/img_742844.jpg

giovedì 14 dicembre 2017

Il castello di giovedì 14 dicembre





RADDA IN CHIANTI (SI)- Castello in frazione Volpaia

Volpaia è un borgo fortificato d'origine medioevale entro le cui mura nasce il Chianti Classico dell'odierna Fattoria Castello di Volpaia. Il primo documento che ne fa menzione fu redatto a Cintoia il 21 aprile 1172: esso testimonia che i fratelli Franculus e Galfredus da Cintoia, dopo essersi assicurati il consenso del padre e di "Liquiritia, uxor Franculi", accesero un prestito di 28 libbre d'argento con Spinello da Montegrossoli, concedendo in ipoteca i loro possedimenti, ch'erano situati nella "curte et castello de Vulpaio". Ma l'origine del castello è sicuramente molto più antica del documento. Probabilmente esso sorse intorno al X secolo, come altri che punteggiano il paesaggio dell'alta val di Pesa, e sorse in quel luogo, il crinale di una delle colline che si dipartono dalla Badia a Montemuro in direzione di Radda, perché essendo posto sullo spartiacque di due piccole valli, formate da affluenti della Pesa, è facilmente difendibile. Era questo un requisito prezioso in quell'epoca (che l'assestarsi della società feudale aveva reso profondamente insicura) e che del resto era all'origine della maggior parte dei castelli toscani sorti allora. Per Volpaia, la situazione strategica era doppiamente importante perché si trovava in terra di frontiera, tra Firenze e Siena. Dal punto di vista politico, il borgo fortificato rientrava, insieme alla vicina pieve di Santa Maria Novella, nell'ambito della "judicaria florentina" fin dall'XI secolo, ma risulta compreso con certezza nel territorio dipendente da Firenze solo a partire dalla seconda metà del XII secolo, epoca in cui si ebbero i primi regolamenti di confine tra la repubblica senese e quella fiorentina. Così, quando quest'ultima andò organizzando nel 1250 il proprio territorio in giurisdizioni autonome dette "Leghe", Volpaia venne a trovarsi compresa nella "Lega del Chianti", tra i popoli del "Terzo" di Radda. Da questa collocazione dipendevano sia la circoscrizione ecclesiastica sia i collegamenti stradali. Volpaia faceva parte infatti della diocesi fiesolana e la sua chiesa, dedicata a San Lorenzo martire, dipendeva dalla pieve di Santa Maria Novella. Da quest'ultima località, importante nodo viario chiantigiano, si dipartiva una strada che, passando per Volpaia, serviva per i collegamenti tra l'alta valle della Pesa e il Valdarno superiore (proprio per questo a Volpaia sarebbe poi nato nel XV secolo uno spedale per il ricovero dei pellegrini). La via scendeva nel fosso della val di Pesa, ove ne sono visibili ancor oggi alcuni tratti, e poi risaliva in direzione di Albola (località anch'essa con chiesa suffraganea della pieve di Santa Maria Novella), donde guadagnava facilmente il crinale dei monti che separano il Chianti dal Valdarno superiore. Situata nella zona nevralgica del Chianti senese, Volpaia ebbe a subire più volte le conseguenze della secolare lotta fra la Repubblica senese e quella fiorentina. I due stati, confinanti proprio in questa regione, si erano di reciproco ostacolo nell'espansione territoriale, e perciò trovavano continui pretesti per scontrarsi sul piano militare. A lasciare i loro segni furono soprattutto le scorrerie del capitano di ventura Alberico da Barbiano, durante la guerra tra Firenze e Filippo Maria Visconti, e le due disastrose invasioni aragonesi del 1452 e del 1478. In diverse occasioni, infatti, il Castello di Volpaia partecipò alla difesa delle posizioni della Repubblica fiorentina nel Terzo di Radda. Ma fu nel corso della seconda invasione aragonese che esso si mise particolarmente in luce per il proprio attaccamento a Firenze. Il 24 dicembre 1477 si erano alleati contro Firenze la Repubblica di Siena e Ferdinando, re di Napoli. L'anno successivo questo pericoloso blocco militare ottenne anche la benedizione pontificia, giacché all'alleanza aderì Papa Sisto IV, adirato contro i Medici perché questi avevano ritenuto compromesso nella congiura dei Pazzi suo nipote, cardinale di San Giorgio. Nel luglio del 1478 l'esercito dei collegati senesi e aragonesi attaccò lo stato fiorentino dalla val di Staggia, pose l'assedio al castello di Rencine e presto lo conquistò. Poi, nell'agosto, si impadronì dei principali fortilizi chiantigiani, tra i quali quello di Volpaia. E poiché gli articoli terzo e sesto della Lega stabilivano che tutte le terre e i castelli conquistati dai collegati entro un raggio di 15 miglia da Siena dovessero appartenere ai senesi, Volpaia sembrava dovesse ormai far parte del campo avverso a Firenze. Viceversa, il mese di agosto non era ancora finito e già Volpaia si ribellava ai senesi che ne avevano preso possesso. Anzi, scacciata la guarnigione che le era stata posta a guardia, fece prigioniero il commissario senese, di nome Cipriano, che fu condotto a Firenze. L'esercito dei collegati, avvisato della rivolta, accorse con Federico, figlio del re di Napoli, alla testa di molte truppe, e il due settembre, vinta la resistenza dei difensori, espugnò nuovamente il castello di Volpaia. Ma non fu una conquista duratura: il sette ottobre dello stesso anno il fortilizio fu riconquistato dai fiorentini, come la maggior parte dei castelli chiantigiani. Infine la guerra si spostò fuori dal territorio del Chianti, ma continuò ancora con alterne vicende fino alla tregua che fu patteggiata a Roma nel 1479, e trasformata in pace nel marzo 1480. Nonostante numerose integrazioni e distruzioni, il Castello di Volpaia conserva ancor oggi notevoli testimonianze del suo passato di fortificazione fiorentina nel territorio del Chianti. Il fortilizio era formato da una cinta di mura a pianta grossolanamente ellittica, nella quale si alternavano alcune torri di difesa. La maggiore di queste, posta a lato della porta d'ingresso, doveva fungere da mastio. Oltre a qualche tratto delle mura originali, rimangono oggi la poderosa torre principale della fortificazione, a pianta rettangolare, e una delle torri minori. Una torretta cilindrica, situata nel lato nord, è da considerarsi invece aggiunta in epoca posteriore, giacché la sua muratura, a sasso accapezzato, è diversa da quella, a filaretto, delle parti più antiche del castello. È probabile sia stata edificata dopo le distribuzioni aragonesi del 1478, poiché dalla seconda metà del XV secolo si costruirono spesso torri rotonde, che erano più adatte a sostenere l'attacco delle nuove artiglierie. Una svolta, anche dal punto di vista della struttura architettonica del castello, ebbe luogo nel secolo XVI, con il declino della potenza senese che portò nel 1555 alla caduta della repubblica. Ebbe inizio per il Chianti un lungo periodo di pace e il Castello di Volpaia, venuta meno la sua originaria funzione difensiva, perse poco a poco anche il suo aspetto guerresco: alcuni portali tardo-rinascimentali che si aprono in abitazioni entro il castello, testimoniano di questo mutamento, che portò alla scomparsa di larghi tratti di mura e alla costruzione di edifici di abitazione. Una via percorreva il castello all'interno, lungo il suo asse maggiore, dividendolo in due parti quasi eguali. In corrispondenza dell'inizio di questa via principale si apriva la porta di accesso al fortilizio, oggi scomparsa per le alterazioni che ha subito tutta la parte sud-ovest delle mura (ma essa è ancora riprodotta nei disegni di un cabreo del 1801). Nello stesso settore sono invece notevoli resti di costruzioni medioevali interne al castello, incorporate in edifici usati per abitazione. Altri link suggeriti: http://www.castellodivolpaia.com/, http://www.caivaldarnosuperiore.it/il-castello-di-volpaia-radda/, https://www.youtube.com/watch?v=-wJ7mEfOgbE (video di Marco Pistolozzi), https://www.youtube.com/watch?v=TnLlokKAZhI (video di Vincenzo Bellini), http://footage.framepool.com/it/shot/111023686-castello-di-volpaia-chianti-toscana-fortezza

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Volpaia

Foto: la prima è di Vignaccia76 su https://it.wikipedia.org/wiki/Volpaia#/media/File:Castello_volpaia07.jpg, la seconda è presa da http://footage.framepool.com/en/shot/495605303-castello-di-volpaia-chianti-cypress-tuscany