giovedì 30 novembre 2017

Il castello di giovedì 30 novembre





AMELIA (TR) - Castello di Collicello

Collicello è tra le rocche amerine che ha conservato maggiormente integro il suo aspetto medievale essendo molto rare le moderne costruzioni nel suo comprensorio. Questo caratteristico castello sorge su una collina boscosa (da cui tra il suo nome Collicello) ed è stato per secoli il baluardo amerino più distante a contrastare i vicini domini di Todi. Infatti a poche centinaia di metri dall’abitato si trovava il castello di Canale, antico possedimento della famiglia todina dei Chiaravalle (chiamati anche conti di Canale). Nel 1342 fu sottomesso in maniera definitiva alla giurisdizione di Amelia tramite un giuramento di fedeltà a cui la obbligò Giordano Orsini, rettore del Patrimonio della Chiesa. Nel 1404 il Comune di Amelia fece costruire un fortilizio tra le mura di Collicello, così da costituire una più sicura difesa verso le mire espansionistiche dei Chiaravalle, ma nel 1460, i chiaravellesi attaccarono il castello che venne in parte dato alle fiamme. Per una migliore difesa di Collicello, fu allora stanziata in loco una guarnigione armata con cento verrettoni (ossia arma costituita da un’asta metallica da lanciare a mano o con la balestra) ed una bombarda capace di lanciare una palla di cannone dal peso di ben trenta libbre. Collicello nel 1461 fu devastato dalle milizie di Matteo Chiaravalle che voleva vendicare il padre Ulisse rinchiuso nelle prigioni di Amelia per volere di Pio II. È con i versi dello storico Mons. Di Tommaso che viene descritto quell’evento terribile: “Quando, sul finire del novembre, i Chiaravellesi, approfittando della assenza di gran parte dei difensori di Collicello, calati ad Amelia per provviste di vettovaglie, invasero quel castello, per indi colpire gl’invasori. E allora i chiaravallesi furenti entrarono alle mura nelle case, risparimate dal primo incendio, e le diedero alle fiamme: eccetto sette soltanto“.Un'immediata ritorsione si ebbe nel 1462, quando le truppe pontificie e quelle amerine, comandate da Raffaele Caymo, si scontrarono con i Chiaravalle che furono duramente sconfitti nei pressi del loro castello di Canale, che per ordine di Papa Pio II venne abbattuto. Nel 1467 Paolo II (Pietro Barbo), stanco delle prepotenze di Guglielmo, Matteo e Piergiovanni Chiaravalle, diventati ormai signori anche di Canale e Frattuccia, ordinò ad Angelo Piccoli, governatore di Narni, di abbattere i loro castelli e di vendere il tutto per 4000 ducati d’oro (quasi 16 kg di oro puro) ai comuni di Todi e Amelia. Nel 1474 Piergiovanni, uno dei capi dei ghibellini, fu imprigionato a Roma come sospetto mandante dell’omicidio di Gabriele Atti, capo dei guelfi. Insorse immediatamente il fratello Matteo tentando di occupare i possedimenti del papa nel contado tuderte, ma i guelfi con l’aiuto degli Orsini, baroni di Roma, cacciarono Matteo. Nel giugno 1474, Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II), legato pontificio, alla testa di truppe papali si portò nel territorio di Collicello per cercare di ricomporre la pace con i Chiaravalle. Giuliano mosse verso Todi insieme al suo fido Lorenzo Zane con 3500 fanti e cavalieri: ordinò il rientro dei fuoriusciti ad eccezione di Matteo Chiaravalle, dei suoi fratelli e figli. Sul finire dell’aprile del 1477 Matteo, insieme al genovese Domenico Doria, fu imprigionato in Castel Sant’Angelo con l’accusa di aver ordito una congiura, su istigazione di Giuliano della Rovere, contro il cugino Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza e signore assoluto delle rocche di Forlì e di Dozza (Bologna). Nell’agosto del 1500 dalle truppe di Bartolomeo da Alviano e di Vitellozzo Vitelli distrussero completamente il castello della famiglia Chiaravalle. I Chiaravalle, debellati e sottomessi, si trasferirono a Rieti e a Terni dove assunsero rispettivamente il nome di marchesi e conti Canale, rinunciando per sempre al loro antico cognome.Nel 1527 subì il saccheggio dei lanzichenecchi; nel ‘600 e nel ‘700, sotto la tutela della Chiesa, trovò lunghi periodi di pace e tranquillità. Con la restaurazione passò sotto il Comune di Amelia. L’impronta medievale del borgo è immediatamente visibile all’arrivo nella piazza su cui troneggia il campanile merlato. Nelle mura si apre la porta nuova, costruita nel secolo scorso, quando l’attuale strada comunale divenne l’accesso principale al paese. Oggi Collicello conserva in ottimo stato la sua cerchia muraria, la porta d'ingresso con arco a ghiera esterna di pietra concia e le sue bellissime otto torri di guardia a base quadrata, alcune con merlatura. Due di esse sono dislocate lungo il tratto di mura visibili dalla piazza e una terza è andata distrutta nel primo dopoguerra. Nella parte nord-ovest si alza imponente la torre di difesa costruita nel Trecento per fronteggiare il dirimpettaio castello di Canale. Restaurata recentemente è visitabile su richiesta. Nella parte centrale si trova la chiesa di San Giovanni Evangelista, patrono di Collicello. Di epoca sicuramente successiva alla costruzione del castello, conserva un antico organo a canne. Interessanti sono gli affreschi conservati al suo interno, collocati nel catino absidale, in cui sono raffigurate la Madonna con il Bambino tra i Santi Michele Arcangelo e Giovanni Evangelista con la veduta di Collicello. L'opera fu realizzata dal pittore e decoratore tuderte Benedetto Cascianelli nel 1948. Nella parte inferiore troviamo la “porta vecchia”, l’antico accesso al borgo. Si apre su un piazzale da cui si gode un bellissimo panorama sulla campagna circostante. Alcuni tratti delle mura sono stati inglobati in abitazioni costruite nei secoli precedenti.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-collicello-amelia-tr/, http://turismoqr.it/amelia/collicello.html, http://collicello.it/cosavedere.htm

Foto: le prime due sono prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-collicello-amelia-tr/, la terza è presa da http://www.millesagre.it/sagre-manifestazioni/sagra-della-fava-cottora-dellamerino/

mercoledì 29 novembre 2017

Il castello di mercoledì 29 novembre




PRATA D'ANSIDONIA (AQ) - Castel Camponeschi

Castel Camponeschi è un borgo fortificato sito sulla piana di Prata d’Ansidonia, in provincia dell’Aquila. Fu costruito intorno al XIII secolo (rimaneggiato poi nel XV secolo), e rappresentava l’originale castrum di Prata. Appartenuto a potenti casate, tra cui gli Orsini, fu nominato per la prima volta nel 1508 come Castrum S. Petri Camponeschi. La tradizione vuole che il borgo fosse stato costruito all’epoca dell’edificazione della chiesa di San Paolo di Peltuinum, e che poi il feudo fosse passato nelle mani della famiglia aquilana Camponeschi. Dopo vari passaggi di mano in epoca spagnola, il castello fu feudo della famiglia Nardis dal 1634 al 1806. E’stato abitato fino al 1963, quando l’ultima famiglia si trasferì a Prata. Dal 2003 fino al 2008 seguì un’importante operazione di restauro. Tale restauro purtroppo è stato concluso solo in metà del borgo, interrotto a causa del terremoto del 2009. L’impianto è costituito da una cinta muraria rettangolare con resti di torri, unite ad abitazioni e palazzi. Le due porte medievali di accesso al cardo e al decumano sono perfettamente conservate. La porta ovest inoltre è affiancata da un grande torrione troncato a metà, e da una chiesa, oggi sconsacrata, dedicata a San Pietro. Il Castello Camponeschi è simile, al modello toscano di Monteriggioni nel quale le abitazioni sono completamente distaccate dalla cinta muraria. Rimangono tracce di sei torrioni quadrangolari che circondano il perimetro murario. All’interno della cinta muraria, la Chiesa di San Pietro, lo stile è medievale, la facciata è piatta con due portali e due piccoli rosoni. L’interno è diviso in due navate, e il campanile è ricavato in una delle torri. La portadi accesso a ovest è perfettamente conservata e ha un classico aspetto ad arco. Il borgo interno è composto da piccole case rurali di una stanza sola, e da due abitazioni più complesse: ossia i palazzi gentilizi. La struttura del palazzo gentilizio è medievale ed in muratura, con il tipico stile del Quattrocento. Le case del borgo interno sono assai semplici, in muratura, e sono collegate tra loro con archi. Nel giugno/luglio 1980 il paese venne ripulito e sistemato, portata la corrente elettrica, e vi si svolse il Campo Hobbit 3, dal 16 al 20 di luglio 1980. Fu parzialmente abitato e si aprirono librerie e luoghi di ristoro. Fuori dalle mura si organizzò un campeggio per tutti i partecipanti che non trovarono posto nelle abitazioni e venne posto un grosso palco per concerti e dibattiti. Altri video suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=VeJhuvySWlY (video di Guerino Maione), https://www.youtube.com/watch?v=_N4XliBhOVo (video di Salvatore La Capruccia), http://www.comune.pratadansidonia.aq.it/la-citta/castello-camponeschi/, https://www.youtube.com/watch?v=1otT-nG26Ek (video di Abruzzo Channel ANXA), http://www.abruzzoweb.it/contenuti/castello-camponeschi-cinquantanni--di-soldi-spesi-e-di-promesse-mancate/595334-4/, http://www.iloveabruzzo.net/index.php/press-media/borghi-e-castelli-d-abruzzo/3350-castello-camponeschi-prata-d-ansidonia.html.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castel-camponeschi-prata-dansidonia-aq/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Camponeschi, http://www.icastelli.it/it/abruzzo/laquila/prata-dansidonia/castello-camponeschi

Foto: la prima è presa da https://www.yesabruzzo.com/cosa-vedere/castel-camponeschi, la seconda è di Gian Luca Bucci su http://mapio.net/a/84796426/

martedì 28 novembre 2017

Il castello di martedì 28 novembre






BAGNOLO IN PIANO (RE) - Torrazzo

Al 946 si fa unanimemente risalire la nascita della Bagnolo medievale allorché il vescovo di Reggio Emilia, Adelardo, assegnò la chiesa di Santa Mustiola, posta presso il Castello di Bagnolo, all'illuminazione dell'altare dei martiri Grisante e Daria. Attorno al 1144 si hanno le prime notizie sulla Pieve di Bagnolo, poi denominata Pieve Rossa. Il 1335 segna una data importante: i Gonzaga assunsero il dominio su Reggio Emilia, Bagnolo e Novellara. Queste ultime due restarono nelle mani del più antico ramo cadetto gonzaghesco per quasi quattro secoli. Nel 1354 Feltrino Gonzaga, inviso al popolo, provvide a riedificare la rocca, addossando interamente al Comune l'onere della spesa, e disponendo l'utilizzo di materiale di recupero proveniente dalle torri dei Tebaldi e dei Taccoli, dalle chiese di San Silvestro in Mancatale, Santa Mustiola e Santa Maria di Portiolo, nonche del Monastero di San Prospero (tutti edifici che le sue milizie avevano abbattuto o danneggiato durante la campagna di conquista). Il XIV secolo vide la nascita di Guido da Bagnolo che fu uomo di fiducia del re di Cipro e amico di Francesco Petrarca. Bagnolo affrontò tempi bui all'epoca della guerra di successione spagnola quando (1702) le truppe francesi saccheggiarono il borgo e distrussero la rocca. Nel 1709 i bagnolesi dovettero fare i conti con una terribile carestia. Estintasi la casata dei Gonzaga nel 1728, il feudo passò nelle mani dell'imperatore Carlo IV che successivamente lo trasferì al duca Rinaldo d'Este nel 1737. Successivamente agli eventi connessi con la Rivoluzione francese e l'impero napoleonico, il Comune venne ricostituito com'è attualmente con decreto di Luigi Carlo Farini del 4 dicembre 1859. Il Torrazzo è una torre medievale poi modificata in epoche successive. Si tratta di una cella campanaria di stile barocco sormonta una struttura massiccia in mattoni grezzi. È l'unica parte restante dell'antica rocca, distrutta per rappresaglia dall'esercito francese di Luigi XIV durante la guerra di successione spagnola (Il 27 luglio 1702 le truppe francesi del Duca di Vendome, per rappresaglia, saccheggiarono orrendamente il Borgo, incendiarono e distrussero la Rocca, incenerirono e dispersero i preziosi documenti dell'Archivio della Comunità). Il Torrazzo, divenuto il simbolo del paese, fu restaurato nella metà del 1800 e vi furono alloggiate una campana e l'orologio pubblico, il cui meccanismo è oggi conservato presso la Sede Municipale, nella Sala della Giunta Comunale. Il 15 ottobre 1996 il forte sisma che colpì Bagnolo danneggiò gravemente la costruzione, che è tuttora in fase di consolidamento e restauro. La torre, che nel corso dei secoli ha visto la profonda evoluzione del paese, e stata altresì testimone muta del fatto di sangue più sconvolgente della comunità locale: l'Eccidio di dieci cittadini bagnolesi, che il 14 febbraio 1945 furono fucilati di fronte ad essa. Altro link suggerito: http://artbonus.gov.it/117-27-torrazzo-di-bagnolo-in-piano.html.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bagnolo_in_Piano, http://turismo.comune.re.it/it/bagnolo-in-piano/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/il-torrazzo

Foto: la prima è di lancil8 su http://mapio.net/a/74789163/, la seconda è presa da http://artbonus.gov.it/117-27-torrazzo-di-bagnolo-in-piano.html

lunedì 27 novembre 2017

Il castello di lunedì 27 novembre






MINEO (CT) - Castello di Mongialino

Siamo nel Calatino, nella parte orientale della Sicilia, in quella zona, ai confini della piana di Catania, che si trova immersa tra le propaggini meridionali dei Monti Erei e la parte nord-occidentale dei Monti Iblei. E proprio nel territorio di Mineo - nei pressi della frazione di Borgo Pietro Lupo - sorge, su un colle roccioso ed impervio, a dominio del sottostante vallone del torrente Pietrarossa, il Castello di Mongialino, conosciuto anche con il nome di Castello di Monte Alfone. Il maniero, con il castelluccio di Serravalle (https://castelliere.blogspot.it/2014/02/il-castello-di-lunedi-3-febbraio.html), sorvegliava da sud gli accessi alla piana di Catania e rientrava nel sistema difensivo del paese di Mineo. Risale all'alto medioevo ed è composto da una torre toroidale (fatto unico nell'architettura siciliana dell'epoca) e da una cinta muraria irregolarmente poligonale. Purtroppo del singolare mastio circolare resta in piedi solo metà struttura, e non sono più visibili la porta d’ingresso ed il ponte levatoio di cui parlava nel 1757 l’abate Vito Amico. Del mastio circolare restano oggi visibili la prima elevazione e solo pochi ruderi della seconda, ma lo stesso Amico, a metà del ‘700, scriveva dell’esistenza di quattro elevazioni, collegate da una scala interna. Probabilmente quindi i due piani erano divisi da due solai lignei, formando i quattro piani osservati dall’abate. L’ipotesi è avvalorata dalla presenza di grandi cornici, poste circa a metà altezza dei muri del primo piano, su cui probabilmente poggiavano i solai. Il torrione semicircolare rimasto, che non ha simili nella regione, è comunque imponente, e lascia stupito il visitatore per la sua maestosità ed il fascino che promana. Entrando nell’ambiente “anulare” formato dalle due strutture concentriche, è possibile osservare alcune saiettiere strombate verso l’interno e l’ingresso di una particolare cisterna cilindrica, posta proprio al centro del mastio, che raccoglieva un tempo le acque piovane provenienti dalla copertura. Un’altra cisterna si può osservare a fianco del donjon, all’interno del cortile formato dalla cinta muraria merlata. Conviene avere molta prudenza nel visitare questa parte della struttura. Purtroppo infatti i resti del castello sono pericolanti, e non è difficile assistere a dei crolli, come d’altronde evidenziano le grosse strutture murarie che giacciono dirute lungo il pendio. Il degrado regna sovrano a Mongialino, con il castello che versa in completo abbandono. La struttura presenta evidenti problemi statici con profonde lesioni e parti prossime al crollo. Molte pietre degli archi e del tetto sono in procinto di distaccarsi. La struttura necessiterebbe di interventi urgenti di tamponamento, senza i quali si rischia concretamente di perdere ciò che resta di uno dei castelli più singolari e spettacolari di tutta la Sicilia. Dal maniero si gode infatti la vista di un paesaggio collinare molto suggestivo e, specialmente d’inverno, con il verde lussureggiante e le numerose pozze d’acqua che si vengono a formare dopo le piogge, sembra quasi di essere in qualche angolo del Lake District, la regione inglese mossa da rilievi e vallate pittoresche che ha ispirato tanti poeti e pittori dell’ottocento. A chi vuole intraprendere un'escursione in questo luogo abbandonato, è consigliato di muoversi con cautela all'interno delle mura, in quanto il pericolo crolli è sempre in agguato. In una struttura medievale che rischia il disfacimento totale, è buona norma non arrampicarsi sui muri, non toccare o muovere pietre che sono o sembrano staccate dalla muratura, non produrre suoni molto acuti. La stabilità delle volte che caratterizzzano il pavimento della seconda elevazione è davvero precaria, e realmente potrebbe cedere da un momento all'altro. Il castello è citato dal geografo arabo Idrisi, che lo chiama "casale" al-Khalil (Manzil (Abī) Khalīl - منزل (أبي) خليل). Feudatari del castello furono dapprima (1150-1180 circa) i membri della famiglia Paternò con Costantino II Paternò, conte di Buccheri, di Butera e di Martana, poi i membri della famiglia di origine normanna de Luci (il conte Bartolomeo de Luci e poi sua figlia Margherita nel 1199), poi Manfredi di Mazzarino nel 1200, dominio regio nel 1287, Blasco Lancia nel 1320 e Manfredi III Chiaramonte nel 1355. Il castello viene citato dallo storico Tommaso Fazello nel De Rebus Siculis Decades Duae (1558) e dall'abate Vito Amico nel "Lexicon topographicum siculum" (1757), riferendo come all'epoca la costruzione fosse per lo più intatta e come nel XVII secolo si fosse tentato di ripopolare la zona. Dai reperti rinvenuti in epoca moderna, risulta che il colle sul quale fu costruito il castello è stato in realtà abitato fin dall'età del bronzo (XII secolo a.C.). Altri link suggeriti: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/catania/mongialino.htm (scheda di Giuseppe Tropea), https://www.youtube.com/watch?v=fOY-HC2jyZ4 (video di usugghiu daturri), https://www.youtube.com/watch?v=rjd-D1283DY (video di Michele Iannizzotto), http://www.virtualsicily.it/Monumento--CT-656, http://www.siciliafotografica.it/gallery/main.php?g2_itemId=4279, http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=271.

Fonti: http://www.icastelli.it/it/sicilia/catania/mineo/castello-di-mongialino, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Mongialino

Foto: la prima è di maxstudio su http://www.panoramio.com/photo/77848436, la seconda è di Giacomo Buscemi su http://www.foto-sicilia.it/foto.cfm?idfoto=163135&idcategoria=5&idfotografo=2937

domenica 26 novembre 2017

Il castello di domenica 26 novembre



CASTEL DI LUCIO (ME) – Castello dei Ventimiglia

Popolato nel periodo normanno da famiglie provenienti dall'Italia continentale e dalla Francia meridionale, l'originario nome era “Castelluzzo” dal piccolo castello che si trovava sulla rocca. Fu soggetto prima a Enrico II Ventimiglia, nella seconda metà del XIII secolo come membro della Contea di Geraci, poi al nipote e successore Francesco I Ventimiglia, almeno dal 1311, data in cui doveva avere la consistenza di un villaggio attorno alla fortezza. Nel 1267 non risulta citato nel censimento della Chiesa di Cefalù riportato in un diploma di Papa Alessandro III, il che ci fa supporre che se ci fosse stata preesistenza doveva trattarsi solamente di un incastellamento o fortificazione di epoca Saracena. La locale presenza attuale di dialetti gallo-italici, potrebbe pur far supporre una colonizzazione ligure, e una fondazione o rifondazione da parte dei liguri Ventimiglia. Il nome di Castelluzzo si legge la prima volta nel 1271 quando Carlo I d'Angiò lo assegnò (castello o casale?) a Giovanni di Montfort e successivamente nel 1283, in occasione del fodro imposto da Pietro di Aragona al suo arrivo in Sicilia a seguito del Vespro. Castelluzzo contribuì con sei arcieri all'esercito regio. Assunse notevole importanza sotto il dominio dei Ventimiglia per la sua posizione strategica di controllo della vallata del fiume Tusa, essendo collegato visivamente con la torre di Migaido e questa a sua volta con Pettineo. Dal 1480 al 1634 furono molti i Signori di Castelluccio: Matteo Speciale, Nicola Siracusa, i Lercano, gli Ansalone, i Timpanaro, i Cannizzaro e ultimi gli Agraz. Francesco Agraz nel 1726 fu nominato, con diploma di Carlo IV di Sicilia, primo Duca di Castelluzzo, chiudendo così l'epoca baronale. Nel XVI secolo si contarono 1617 abitanti in 346 case, nel XVII secolo l'incremento della popolazione fu lieve, 1695 abitanti e 528 case. Non vi furono variazioni rilevanti nel XVIII secolo. Il castello è stato edificato nel XII secolo dai Ventimiglia, signori incontrastati di tutta la dorsale dei Nebrodi e delle Madonie. La struttura dei ruderi dell'antico fortilizio, lascia intendere che quella torre doveva proteggere le case sottostanti che, a ridosso, si accucciano nelle loro strette e brevi vie. In una suggestiva descrizione storica, il Nicotra dà notizia che il castello "era composto di due torri riunite i due mura, uno a tramontana l'altro a mezzodì: l'entrata era a lato della torre posta ad oriente, mentre da quella a ponente partiva un altro muro e quando l'ombra della torre terminava di proiettarsi sopra di esso era precisamente mezzogiorno e perciò serviva di meridiana in ogni stagione. Da questo muro se ne staccava un altro, che girava attorno allo spazio del castello e serviva oltre che da difesa anche da cautela perchè nessuno precipitasse dal lato boreale. Dentro la piazza del castello vi era la cisterna". Di tutto ciò, ma anche di altro, oggi rimane ben poco: dei resti delle opere murarie e quasi intatta solo la torre posta a oriente. Il motivo di questa "morte" va ricercato in una sorta di svendita - di pietre intagliate, tegole, ferramenta, laterizi e quant'altro potesse essere venduto e usato in altre costruzioni -, praticata nell'Ottocento dai duchi d'Agraz, ultimi proprietari del castello. E’ da parte di un mastro dell'epoca, impiegato a demolire la struttura, che si hanno altre notizie sulla costruzione. Egli riferisce che le volte erano solidissime, costruite a laterizi di piatto, della lunghezza di circa un palmo, larghezza di mezzo palmo e spessore di un terzo di palmo, e che, egli, aveva molto stentato a farli saltare col piccone e col martello. Anche l'intonaco, era così forte che da solo era capace a sostenere un grave peso. Altri link suggeriti: http://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/castel-di-lucio/castello-di-castel-di-lucio, https://www.youtube.com/watch?v=zz6Jj2gvtHQ (video di Bella Sicilia).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_di_Lucio, http://www.casteldilucio.eu/il-castello

Foto: la prima è presa da http://www.casteldilucioweb.it/torre.jpg, la seconda è di gibellina47 su http://mapio.net/a/86132881/?lang=en

sabato 25 novembre 2017

Il castello di sabato 25 novembre




NEMI (RM) – Palazzo Ruspoli

In epoca medievale intorno al lago di Nemi si addensò una florida comunità agricola, la cosiddetta Massa Nemus, che produceva essenzialmente frutta e vino e che sarà poi assegnata dall’Imperatore Costantino alla Basilica di San Giovanni Battista ad Albano, per accrescerne il potere. Intorno al IX secolo venne edificato il castello (il Castrum Nemoris) e Nemi ricadde sotto il potere dei Conti di Tuscolo. All’incirca nel 1090 subentrarono i Frangipane, ma già nel 1153 papa Anastasio IV concesse il castello ai monaci cistercensi dell’Abbazia delle Tre Fontane sulla via Laurentina. Sotto il loro governo prese forma il borgo attuale e Nemi visse un periodo tranquillo, anche grazie alla sua posizione che la rendeva inattaccabile da tre lati. All’inizio del XV secolo Nemi venne concessa da Papa Bonifacio IX a Tebaldo Annibaldi, per ringraziarlo dei servizi resi nella crociata contro i Caetani ed i Colonna. Nel 1412 Riccardo Annibaldi lo restituì per un breve periodo ai monaci cistercensi. Nel 1428 il territorio venne acquisito dalla famiglia Colonna. Nel 1479 i Colonna vendettero, a scopo di garanzia, i feudi di Nemi e Genzano di Roma al cardinale Guillaume d’Estouteville, il quale li trasmise nel 1483 ai propri figli naturali Agostino e Girolamo, avuti da Girolama Tosti. Nel 1501 Papa Alessandro VI - con il Breve Apostolico Coelestis altitudine potentia - concesse ai nipoti Giovanni e Rodrigo Borgia una serie di feudi che comprendevano anche Nemi, che vennero amministrati dal Cardinale Arcivescovo di Cosenza Francesco Borgia, a causa della loro minore età. Alla morte del Papa il feudo tornò sotto il controllo della famiglia Colonna, ma poco dopo si succedettero i Cesarini (1550), i Piccolomini (1560), i Cenci (1563), i Frangipane (1572), i Braschi (1782) ed infine gli Orsini (1860). Con l’Unità d’Italia Nemi divenne Comune, anche se il castello e le proprietà ad esso attigue vennero acquisite dai Ruspoli che, oltre a ristrutturare l’antico edificio, si occuparono di lavori interni al tessuto urbano del borgo. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento Nemi è stato, grazie al panorama pittoresco ed alla presenza del lago, un’importante tappa del Grand Tour, attirando illustri visitatori quali Barthold Georg Nieburg, Charles Gounod, Charles Didier, Massimo D’Azeglio, James Frazer. Dopo un po’ di storia del paese, parliamo ora del Palazzo Ruspoli. Edificato nel medioevo dai Conti di Tuscolo come castello sovrastante il borgo medievale di Nemi, lo storico edificio dopo la loro decaduta divenne – nel corso dei secoli – proprietà dei Monaci delle Tre Fontane, degli Annibaldi, dei Colonna, dei Cenci, dei Frangipane, dei Braschi, dei Rospigliosi, degli Orsini ed infine passò nelle mani dei Ruspoli. Ristrutturato durante il Rinascimento ad opera di Giuseppe Valadier, si articola attorno ad una torre cilindrica ed è circondato da uno splendido giardino pensile. All'interno conserva antichi frammenti marmorei e decorazioni a tempera del XVIII secolo opera del pittore Liborio Coccetti, realizzate in vari ambienti, e del XIX secolo. Il Palazzo dei Ruspoli è certamente uno dei più belli del territorio dei Castelli Romani. Negli anni Novanta è stato venduto ad una società privata, che ha iniziato un intenso lavoro di restauro, ma attualmente il Palazzo non è ancora visitabile. L’edificio, infatti, versa attualmente in stato di abbandono, con porte e soffitti puntellati, mostre di camini e pavimenti asportati, e le decorazioni parietali nere e cadenti, in contrasto con le pareti esterne restaurate che darebbero la sensazione di un palazzo in perfette condizioni di conservazione. Alta circa 40 metri sulla Piazza Umberto I, la torre (detta anche Maggiore o Saracena) si erge su un'antica struttura risalente almeno al XII secolo, quando Nemi viene citata nei documenti d'archivio prima come oppidum e poi come castrum. Fu costruita dai Monaci Cistercensi che si servirono di Saraceni, fatti prigionieri durante le loro scorrerie lungo le coste tirreniche. La sua merlatura è scomparsa da tempo. Il castello è quel poco che resta dell'impianto fortificato originario, aggregato intorno alla Torre Maggiore; le opere di ampliamento dei Frangipane lo hanno toccato solo marginalmente. Alcuni ambienti che appartenevano al castello sono stati assorbiti nell'ala Braschi, come la Sala d'Armi e altri. La cortina murale perimetrale del castello era munita di torri; si ha notizia solo di due: una esiste ancora, verso la Portella, cioè verso la strada proveniente da Genzano, l'altra è stata demolita prima dell’avvento della famiglia Braschi. Realizzato al disopra della cortina muraria che segue la Torre Esterna, nell'area compresa tra l'ala Frangipane e il castello, troviamo l’Angolo Frangipane-Braschi. L’Ala Frangipane è il corpo di fabbrica, disposto lungo la Via Giulia ed affacciato sul lago dalla contrada della Portella; costruito dopo il 1572, durante la Signoria della famiglia Frangipane, ha determinato la trasformazione del castello in palazzo. L’Ala Braschi è, invece, la parte - prospiciente la Piazza Umberto I - che va dalla Torre Esterna al filo dell'attuale via del Plebiscito; costruita dopo la vendita di Nemi, nel 1781, da parte dei Frangipane a Luigi Onesti Braschi, nipote di papa Pio VI. L'insediamento dei Braschi nel feudo di Nemi coincise con il periodo di massimo splendore del pontefice: la bonifica delle paludi pontine, avviata nel 1777, cominciò a dare frutti alla famiglia grazie ai latifondi recuperati. Il papa potè, quindi, permettersi di regalare al suo nipote prediletto, come dono di nozze, il palazzo che non era, però, abbastanza sontuoso se paragonato alle residenze che le altre nobili famiglie romane possedevano nei Castelli. Ciò spiega tutti i successivi restauri e abbellimenti pittorici, operati soprattutto da Liborio Coccetti. Il disegno neorinascimentale della facciata sulla Piazza è opera recente, risalente agli anni '30.

Fonti: http://www.visitcastelliromani.it/it/nemi-1/cenni-storici, https://it.wikipedia.org/wiki/Nemi, http://www.visitcastelliromani.it/it/nemi-1/da-vedere/17-da-vedere-70/palazzo-ruspoli, http://utenti.quipo.it/NoiSulTerritorio/nemi/scuola/PALAZZO%20%20RUSPOLI.html

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://www.infohostels.com/immagini/news/1369.jpg

venerdì 24 novembre 2017

Il castello di venerdì 24 novembre






PETTINEO (ME) - Castello dei Ventimiglia

Le prime notizie storiche riguardanti Pettineo risalgono al XIII secolo, quando re Manfredi di Sicilia concesse a Manfredi Maletta, camerario del regno di Sicilia, il casale Pectineum. All'epoca del Vespro (1282) Pettineo ritornò al demanio regio. In seguito re Federico III di Aragona intese beneficiare quanti gli si mostrarono devoti durante la guerra del Vespro e volle anche legarli maggiormente alla corona con ricche concessioni di feudi. Così l'11 febbraio 1300 concesse Pettineo ad Alanfranco di San Basilio. Questi nel luglio 1299 si era distinto nella battaglia di Capo d'Orlando fra la flotta siciliana, che fu disfatta, e la flotta aragonese. Nel 1332 Pettineo entrò nel vasto territorio della contea di Geraci, a seguito della permuta avvenuta fra Alanfranco di San Basilio e Francesco Ventimiglia conte di Geraci. Dopo vari passaggi feudali per le note vicende di confische e alienazione, Pettineo passò in dominio a varie famiglie: Alagona, Cardona, Ansalone, Ferreri, Gomez de Silvera, Lanza, Valguarnera, e infine ai conti di Prades. Nei primi anni del Trecento il piccolo casale venne trasformato in abitato fortificato. Alanfranco di San Basilio edificò un castrum per la difesa dei vassalli, oltre che come simbolo dell'autorità. Alla fine del Medioevo Pettineo si presentava come un borgo fortificato, dominato dal castello, una cinta muraria, su cui si aprivano delle porte di accesso, e qualche emergenza monumentale: la chiesa Madre, il monastero di San Marco delle monache Benedettine, la chiesa di San Nicolò lo Proto. Attorno al castello, secondo una consueta tipologia medievale e seguendo le naturali curve di livello, si sviluppava il tessuto urbano in un sistema viario di vicoli e cortili. Il tessuto edilizio era composto principalmente di case solerate, sala e camera sopra un catoio (piano basso seminterrato). Alla fine del Quattrocento, e poi per tutto il Cinquecento-Seicento, avvenne un totale rinnovamento del paese. Anche se l'impianto del paese restava sostanzialmente quello medievale, sorsero nuovi fabbricati e numerose chiese: Matrice (riedificata), San Luca (abbazia 1514), San Marco (monastero, riedificato nel 1593), San Michele Arcangelo, Sant'Oliva, Maria SS. d'Itria, Madonna della Catena, San Sebastiano, Santa Caterina, Sant'Antonio Abate, San Francesco (convento dei Cappuccini 1579), Maria SS. dei Poveri, San Nicolò Magno, Santo Stefano (ossia Crocefisso), Santa Marina, Maria SS. della Pietà. Cominciarono a circolare insieme alle famiglie facoltose messinesi e palermitane (Ruffino, Sanchetta), richiamate sul posto dalle nuove occasione di reddito, numerosi operatori delle arti: intagliatori del legno e della pietra, pittori, scultori e architetti. Fiorirono botteghe di artisti, in cui spiccava il pittore Nicolò da Pettineo, noto per aver dipinto la tavola: Madonna col Bambino tra angeli musicanti, della Galleria Regionale della Sicilia (Palazzo Abatellis, Palermo), firmata e datata 1498, e altre opere che si trovano a Termini Imerese, Ciminna e Castelvetrano. La rocca si eleva su una cresta a man dritta del torrente di Tusa verso cui presenta una ripida scarpata che rigira con non minore pendenza verso sud. Le prospezioni effettuate nel 1981 individuarono un vasto recinto entro cui sorgono le fabbriche castrensi che costituiscono il lato occidentale a nord-est del castrum propriamente detto, un torrione quadrangolare su quattro livelli di piano. Il piano terreno coperto a botte presenta estradosso con tracce di pavimentazione in cocciopesto; i superiori, solai in legno, travi a vista su mensole e dormiente annegato nelle fabbriche. Due rampe sovrapposte risparmiate nello spessore murario collegano la prima alle successive elevazioni. Sul fronte nord portale a bugne e, al piano nobile, tracce di balconi su mensole e vani provvisti di mostre frontonate. Al piano terra, feritoie strombate verso l’interno. Corpi di fabbrica, nel definire il perimetro, cingono una corte chiusa. L’affresco sulla volta della Chiesa Madre di Pettineo (XVIII – XIX sec.) ricostruisce idealmente il complesso, fondandosi su dati che la tradizione ancor viva nel popolo tramanda; il dipinto rappresenta la torre di sud-ovest provvista di una copertura a volta emisferica. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=xVgBkIAjtg8 (video di Bella Sicilia), http://www.vallehalaesa.com/photogallery/pettineoP1.html (ricco di foto del paese), www.drepanon.org/public/PETTINEO.pdf


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pettineo_(Italia), http://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/pettineo/castello-di-pettineo

Foto: la prima è presa da http://www.icastelli.it/uploaded/castelli/1299319850.jpg, la seconda è di Elio Maria Adamo su http://www.foto-sicilia.it/foto.cfm?idfoto=53539

giovedì 23 novembre 2017

Il castello di giovedì 23 novembre



MOTTA D'AFFERMO (ME) - Castello

Dopo la dominazione araba (827-1091), Ruggero gran Conte, tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo ripopolò numerosi insediamenti con coloni lombardi, e con coloni pugliesi e calabresi provenienti dai territori già sotto il dominio e l'influenza normanna. In questa ricolonizzazione fu coinvolto anche il vecchio casale di Sparto, intanto entrato sotto il dominio di uno dei 136 cavalieri che accompagnavano il normanno. Il primo esponente feudale di cui si abbia notizia fu Roberto de Sparto che nel 1266, per sostenere la causa legittima di Manfredi, venne sconfitto con altri cavalieri a Benevento da Carlo d'Angiò e venne espropriato del dominio del casale. Sparto, nel 1270, veniva affidato a Hugues de Brusa, un soldato mercenario francese. Nel 1272 il maestro delle regie difese Dreuv de Lazabard (Zavaterius) viene nominato signore di Sparto. Nel 1278 il monaco basiliano Pafnuzio del cenobio di Santa Maria di Sparto è nominato da papa Niccolò III, egumeno di Santa Maria della Grotta di Palermo. Nel 1282, nella colletta di Pietro d'Aragona, Sparto figura come località in grado di fornire 5 arcieri. Nel 1296 Giovanna Chiaramonte è titolata come signora del casale nel catalogo dei baroni di re Giacomo. Nel 1344 Costanza Chiaramonte vende il casale a Blasco D'Alagona. L'atto di vendita costituisce il primo documento descrittivo del territorio. Nel 1375 il casale è ceduto da Artale D'Alagona a Raimondo Ripa, che ne ratifica il possesso solo sulla carta. Intorno al 1380 un cavaliere, Muchius Albamonte alias de Fermo, ripopola il casale, ristruttura il castello e si proclama signore e barone della Motta di Sparto. Nel 1392 Muchius viene ucciso durante alcuni scontri e la moglie Margherita Ventimiglia rivendica il possesso del feudo. Nel 1397 durante il riparto delle tasse re Martino fa cambiare il nome in Motta di Fermo. Il nome Motta accomuna molti altri paesi italiani anche se i motivi di queste omonimie sono certamente molto diversi. A livello etimologico il vocabolo può derivare dall'antico provenzale mota, opera di difesa di un castello o anche dal francese mote, altura munita di castello, collina, diga. Nomi simili sono presenti anche in altre lingue romanze come lo spagnolo o il portoghese o in quelle germaniche sia antiche che moderne. È probabile che nel nostro caso si faccia riferimento alla parte superiore dell'abitato (in dialetto chiamato fascieuddu) che si caratterizza per una disposizione fusiforme delle abitazioni e che era circondato da spesse mura in difesa della fortezza che si trova in una posizione strategica ed era utilizzata per il controllo di un vasto territorio. Nel 1452 Giovanni Albamonte viene nominato barone di Motta de Firmo. Uno dei suoi figli, Guglielmo Albamonte, figura fra i tredici campioni italiani che parteciparono alla eroica Disfida di Barletta. Nel 1380 tra le prime iniziative si deve ricordare la costruzione della chiesa di Maria SS. degli Angeli. Questa, essendo la Matrice, era costruita a spese della universitas ed era luogo di culto e di riunione per il popolo soprattutto quando si dovevano prendere delle decisioni importanti. Uno di questi eventi fondamentali fu la stipula dei Capitoli tra il consiglio civico ed il barone Giovanni Elia Minaguerra de Albamonte celebrata nel 1544 all'interno della stessa chiesa. A quel tempo Motta era già una realtà importante con la sua fortezza, le sue chiese, i suoi edifici pubblici, le case dei borghesi e dei popolani. Ma fu negli edifici di culto e nei loro arredi che la comunità espresse il meglio delle sue possibilità, anche perché tali edifici erano luoghi sacralizzati dalla sepoltura dei cittadini che, intanto, distinguendosi nelle varie attività dell'artigianato e dell'agricoltura, si erano organizzati in piccole società di mutuo soccorso e confraternite. Tra le chiese che furono frutto dell'iniziativa di queste associazioni ricordiamo la grande chiesa di San Rocco (1575) e le chiese di San Sebastiano e San Luca (XVI secolo), queste ultime due non più esistenti. Nel 1557 il feudo passa a Vincenzo Bonaiuto. Nel 1607 il re Filippo III addirittura elegge marchesato, in favore di Modesto Gambacurta, la baronia di Motta di Fermo. Nel 1632 il feudo risulta proprietà del Monte dei Pegni di Palermo. Nel 1633 Gregorio Castelli acquista il Marchesato di Motta, che diventa prerogativa del suo Casato per più di tre secoli con il titolo di Principe di Torremuzza, Signore e Marchese di Motta. Tra i suoi successori da ricordare Mons. Gioacchino Castelli, vescovo di Cefalù, e Gabriele Lancillotto Castelli (1727-1792), grande archeologo, mecenate e direttore e ispiratore della Real Accademia degli Studi di Palermo (Università). Nel frattempo nel 1812 la feudalità veniva abolita e il paese si organizzava in comune autonomo. Il castello è esistente sin dal 1260. Si ritiene che la fortezza presidiasse visivamente tutta la fiumara di Alesa, naturale e storica via di penetrazione verso l’interno della Sicilia. Evidenti sono le rispondenze con la “Croce” di Santo Stefano Camastra e con i castelli di Caronia, Castelluccio, Migaido, Pettineo, Tusa e Pollina, mentre sul litorale tirrenico, nei giorni tersi, si spazia da Capo Gallo a Capo d’Orlando e, più abitualmente, da San Marco d’Alunzio alla rocca di Cefalù. Relazioni chiare si colgono con le torri costiere di Raisi-gerbi, di Scillichenti, di Torremuzza e con i castelli della Marina di Tusa e di Serravalle. Fu ampliato nel 1380 e poi modificato dal 1652 al 1668. Rinnovato nella distribuzione e rivestito di stucchi dal 1738 al 1815. Parzialmente demolito e ricostruito dal 1954 ad oggi, si colgono all’esterno ancora i possenti bastioni. Molto interessanti sono gli ambienti al pianterreno dell’originario torrione, odiernamente trasformati in una cappella e nell’attigua sagrestia. Durante l’ultimo conflitto mondiale venne bersagliato dall’artiglieria alleata in quanto sede di una postazione radio trasmittente. La ristrutturazione compiuta dal 1955 al 1965 ha cancellato gran parte delle pristine fabbriche attorno alla corte centrale. Il nuovo edificio è stato impostato sull’originario terrapieno e se, da una parte, ha ribadito il sistema distributivo e la configurazione volumetrica unitaria del vecchio castello, dall’altra ha sostituito ai poderosi muraglioni ciechi moderne facciate intonacate e finestrate; immuni dalle trasformazioni restano i due bastioni dislocati alle estremità del fronte settentrionale e, soprattutto, i due ambienti voltati a botte, convertiti in cappella e sacrestia, su cui un tempo sorgeva il dongione; nell’intradosso delle volte, poggianti su murature spesse mediamente 2 m, longilinei conci di tufo e pomice denunciano la loro importazione, data l’irreperibilità di tali materiali sul posto; il bastione giustapposto alla parete rocciosa est si eleva per 12 m e nella sua parte più massiccia ha uno spessore di ben 6,70 x 5 m. La maggior parte delle murature è occultata da intonaci recenti, mentre quelle ancora scoperte sono in pietrame d’arenaria legato con malta di calce. Lo stato di conservazione delle parti superstiti è discreto.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Motta_d%27Affermo, http://www.comune.mottadaffermo.me.it/monumenti/castello-xii-xiii-secolo/, http://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/motta-daffermo/castello-di-motta-daffermo

Foto è presa da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/messina/mottadafferm01.jpg (fonte www.vivasicilia.com)

mercoledì 22 novembre 2017

Il castello di mercoledì 22 novembre






CONDOVE (TO) - Castello del Conte Verde

Anche noto Castellazzo, è un edificio militare - ormai ridotto a rudere - situato in posizione strategica su una piccola altura tra Caprie e Condove (nel territorio di quest'ultimo), nella bassa valle di Susa, tra i monti Pirchiriano (su cui sorge la celebre sacra di San Michele) e Caprasio. Secondo la leggenda faceva parte delle fortificazioni delle chiuse longobarde, ma le prime notizie risalgono ad atti notarili del XIII secolo: il castello viene citato come Castrum Capriarum e figura tra i territori su cui i Savoia esercitavano diritti di baronia. L'edificio, tuttavia, non era di loro proprietà, bensì sede della Castellania di San Giusto di Susa; era quindi una sede abbaziale in cui si trovavano un tribunale e un carcere, presidiati da un esiguo numero di soldati. La tradizionale denominazione che lo attribuisce al Conte Verde Amedeo VI di Savoia (1334-1383) non ha invece alcun riscontro storico. Al centro dell'edificio, su un masso erratico, è stata posta una lapide che recita: "Su questo dosso roccioso plasmato nei millenni dal ghiacciaio quaternario valsusino Carlo Magno Re dei Franchi sostò coi suoi condottieri nel 773 d.C. dopo la battaglia delle Chiuse d'Italia che pose fine al secolare regno dei Longobardi e segnò l'inizio del Sacro Romano Impero". Il castello doveva essere un imponente complesso fortificato, con due grossi edifici, torri, stalle e una cinta che seguiva il ciglio dello strapiombo. Le fonti indicano la presenza all'interno del perimetro di un granaio, di una grangia, di una stalla, di una cappella e di una residenza signorile (il castellano dell'abate); inoltre una torre, alcune garitte, alcune bertesche e un rivellino con ponte antistante completavano la struttura difensiva. L'ingresso originario si trovava sul lato orientale, attraverso una porta ad arco con rinfianchi di mattoni. Oggi rimangono rovine degli spessi muri perimetrali, recentemente restaurati, costruiti in ciottoli e scarsi laterizi. Addossati al perimetro delle cortine esterne, pesantemente lesionate, permangono ancora i resti di due ambienti in muratura: una costruzione a piani sovrapposti nell'angolo nord-occidentale e un vano quadrangolare sul lato opposto , che costituiva l'unica torre del complesso. La cappella esistente all'interno del perimetro è il risultato di una serie di consistenti trasformazioni e aggiunte: di originario rimane probabilmente soltanto la partitura delle lesene del muro perimetrale sud. Le mura merlate seguivano il ciglio del roccione di base e al loro interno si trovavano due grossi edifici: quello su cui nel XVII secolo fu edificata la cappella dedicata a Maria Assunta, ancora oggi conservata, e il maschio a pianta rettangolare, su più piani, prospiciente lo strapiombo del lato sud, di cui oggi restano solo i muri perimetrali. L’attività di scavo del 2006 ha fatto emergere nell’angolo nord-ovest un locale quadrangolare, un secondo addossato al primo e non con esso comunicante e traccia di una struttura più ampia di forma allungata e caratterizzata forse da una serie di pilastri. Sul lato sud, quasi di fronte all’area presumibilmente occupata da magazzini, sono emersi, a profondità circa m 0,50, i resti di un muro interno che forse apparteneva al “maschio”. Nel lato sud, nell’area centrale del perimetro fortificato, in una porzione elevata del complesso, sono stati ritrovati il perimetro murario di una cappella ad aula unica con tratti di pavimentazione in cocciopesto e lacerti di intonaco fine e chiaro. Era una costruzione in pietre e malta con abside orientata ed ingresso sul lato ovest, di cui sono visibili il rialzo del presbiterio e la traccia lasciata dall’altare. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=qEhkGxxiYZM (video di Eugenio Editing Video), http://www.valsusaoggi.it/progetti-per-rilanciare-il-castello-di-condove-se-ne-parla-domani-in-biblioteca/#10738, http://www.lagenda.news/condove-castello-voxx/, http://www.cordola.it/la-storia/il-castrum-capriarum/, http://iluoghidelcuore.it/luoghi/condove/castello-del-conte-verde/12467, https://www.youtube.com/watch?v=Fs4SgVIZIjQ (video di donatpelle).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_del_Conte_Verde,
http://archeocarta.org/condove-to-castello-conte-verde/,
http://www.comune.condove.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=2375

Foto: la prima è di Erica Gambelli su http://www.lavalsusa.it/il-castrum-capriarum-e-condove-convegno-su-fortificazioni-e-poteri-nel-medioevo-valsusino/, la seconda è un fermo immagine del video di donatpelle (https://www.youtube.com/watch?v=Fs4SgVIZIjQ)

martedì 21 novembre 2017

Il castello di martedì 21 novembre






LATIANO (BR) - Torre del Solise

La costruzione di questa struttura si fa risalire al 1528, data presente sulla cornice della finestra sinistra della parte est del fabbricato, ma dovette essere eretta molti anni prima perché, molto probabilmente, tale data indica solo l’anno di restauro. Alcuni studiosi sostengono invece che il numero “2” della data 1528 sia stato confuso con il numero “9” e che quindi la Torre sia stata riedificata nel 1598 e che venne costruita da Paolo Francone come sua casa di abitazione prima di divenire feudatario di Latiano nel 1600. Dopo diversi proprietari la Torre passò a Gaspare De Nitto e in seguito ai suoi nipoti che la divisero in due parti, la torre vera e propria poi fu rivenduta nella metà del 900 alla famiglia Nacci che a causa dello stato pericolante dell'edificio, iniziò, nel 1979, l’abbattimento dello stabile per destinare l’area ad edificazione. L’abbattimento fu bloccato con decreto della Soprintendenza del 21. 6. 79. La Regione si impegnò per il restauro e l'eventuale acquisto dell'immobile. Solo nel 2003 è stata acquistata dal Comune. La Torre ha pianta quadrangolare, con volte a crociera, a stella e a botte e il pavimento in basolato calcareo; si sviluppa su tre livelli: il piano terra, l’ammezzato e il piano nobile. Le facciate sono arricchite da eleganti finestre con cornici e timpani finemente decorati, mentre l’ingresso principale presenta due aperture tarde che hanno alterato la fisionomia originaria di una più antica finestra. Le finestre hanno incisi dei motti simili a quelli del Castello o Palazzo Imperiali (https://castelliere.blogspot.it/2011/12/il-castello-di-giovedi-1-dicembre.html). Di notevole fattura è il portale rinascimentale a tutto sesto ornato da una raffinata cornice. L’Ufficio IAT, ossia l’ufficio comunale di informazione e accoglienza turistica, nato nel 2010 come punto d’informazione per turisti e cittadini (allo scopo di promuovere e valorizzare il territorio locale, sotto l’aspetto storico, culturale, artistico, paesaggistico ed enogastronomico)si trova presso la prestigiosa sede della Torre del Solise. Altri link suggeriti: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/115813/latiano-la-torre-del-solise-torna-a-splendere-nella-notte-senza-ombre.html, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=1091 (visita virtuale).

Fonti: http://www.prolocolatiano.it/index.php/latiano/monumenti-e-chiese/monumenti/torre-del-solise, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/brindisi/latiano02.htm, http://www.iatlatiano.it/tag/torre-del-solise/, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/2/castellotorre/2935/it/Torre-del-Solise-

Foto: la prima è presa da http://brindisimedievale.blogspot.it/2017/04/la-torre-del-solise-latiano.html, la seconda è presa da http://www.brindisiweb.it/provincia/latiano.asp

lunedì 20 novembre 2017

Il castello di lunedì 20 novembre




ARZAGO D'ADDA (BG) - Castello de Capitani

Dopo il periodo dell'impero romano il paese fu soggetto alle scorrerie delle orde barbariche, seguite dall'arrivo dei Longobardi. A questo periodo risale il documento conosciuto come il testamento di Taido, che, datato 774, cita l'esistenza dell'antica chiesa di San Lorenzo. Questa costruzione era sede battesimale, nonché matrice di tutte le chiese minori dei borghi vicini. Con l'avvento del Medioevo il paese, colpito dalle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, si dotò di fortificazioni a scopo difensivo, tra cui alcune torri ed un castello, nel quale viveva la famiglia dei de' Capitani, detentrice del potere feudale fin dal 1030. In quel periodo si consolidò una curiosa tradizione: il podestà appena eletto doveva abbracciare una colonna mozza, risalente al periodo romano, e pronunciare la formula del giuramento. Nei secoli seguenti si verificò la dominazione del Ducato di Milano che inglobò i comuni all'epoca cremonesi della Gera d'Adda e che durò fino al 1797. Tra i secoli XV e XVII crebbe in Arzago il potere di un ramo della famiglia Carcano, patrizia milanese, che detenne ininterrottamente per cinque generazioni la carica religiosa di prevosto d'Arzago, tanto da rendere comune la denominazione della famiglia come Carcano d'Arzago. I cinque prevosti Carcano furono in successione: D. Giampietro (nel secondo Quattrocento), D. Giovanni, D. Pietro Paolo, D. Giorgio e, infine, D. Luigi (nel primo Seicento). Nel Settecento comparve infine un ramo della nobile famiglia Sessa, che avrebbe detenuto per i successivi due secoli il giuspatronato sulla chiesa campestre della Beata Vergine del Rosario presso la Cascina Ravaiola: ciò avvenne a seguito del matrimonio celebrato a Milano nel 1699 fra Giuseppe Maria Sessa e Livia Binaghi, la cui famiglia già possedeva cospicui beni nella vicina Brignano. I loro figli, i nobili Carlo e il sacerdote Giacomo Sessa, acquistarono la Cascina Ravaiola dai marchesi Visconti Ajmi negli anni '30 del Settecento: dapprima utilizzata come tenuta di campagna, essa divenne residenza abituale della famiglia solo a partire dall'Ottocento. Molto importante è il castello della famiglia de Capitani d'Arzago, situato in via Porro, nei pressi della Parrochiale, che venne ristrutturato nel XVI e XVII secolo, adibito a residenza signorile, presenta ancora le mura d'ingresso in mattoni, con due notevoli portali a tutto sesto iscritti in cornici rettangolari; uno di essi (quello centrale) è sovrastato da quattro piccole statue raffiguranti le quattro stagioni. Dell'assetto seicentesco avanza il portichetto di tre archi a sesto scemo sorretti da due colonne e capitelli in pietra. Le strutture portanti sono in mattone misto a ciottoli di fiume. I soffitti sono in legno e il manto in coppi. Poi, però, il castello fu venduto e divenne un'osteria fino al secolo scorso. Nell'edificio, durante i restauri sono stati ritrovati degli affreschi raffiguranti fregi allegorici e, nella parte posteriore, è stato ritrovato lo stemma dei de Capitani d'Arzago, che prima non era visibile. Di questo stemma si parla anche in un manoscritto anonimo di fine Ottocento, conservato nell'archivio parrocchiale di Arzago, riguardante la famiglia de Capitani: ''...nell'antico castello, ove in oggi trovasi un'osteria di campagna, affatto lombarda, vi è tuttora dipinta l'arma de Capitani d'Arzago.''. Oggi è di proprietà comunale e da alcuni anni vi si svolgono manifestazioni estive all'aperto.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Arzago_d%27Adda, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00019/, http://www.comune.arzago.bg.it/storia_e_cultura.aspx.

Foto: la prima è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/img_db/bca/RL560/1/l/19_rl560-00019_01.jpg, la seconda è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/img_db/bca/RL560/1/l/19_f013_522.jpg

sabato 18 novembre 2017

Il castello di domenica 19 novembre



MARA (SS) – Castello Doria di Bonu Ighinu (o Bonvehi)

Il castello di Bonvehì o Bonu Ighinu (Sardo “Buon Vicino”), abbandonato dalla prima metà del XV secolo, è descritto come un rudere nel 1580, quando lo storico G. Fara ne diede notizia citando anche il borgo medievale (Bonvicinus Castrum) che si estendeva ai suoi piedi, nei pressi della chiesa di Punta Santa Caderina. Fu costruito nel tardo XIII secolo dalla famiglia genovese dei Doria - che era riuscita consolidare la propria presenza nel nord ovest della Sardegna - contemporaneamente a quello di Monteleone in un’epoca nella quale il territorio fu rinforzato con la fondazione di una rete di castelli, residenze fortificate e simboli del potere. Assolveva al ruolo di avamposto militare in quanto sorge su un’altura strategica che gode di ottimo dominio visivo . Una possente cortina muraria cingeva uno sperone roccioso: se ne conserva un tratto ad angolo sul lato settentrionale della cima, dal quale attualmente vi si accede attraverso un varco creatosi fra i numerosi crolli che non ne rendono leggibile lo sviluppo planimetrico. Un accesso era protetto da una torre circolare della quale si conserva parte dell’alzato, tracce di fondazioni accanto alla cortina sembrano riferirsi a una seconda vedetta. All’interno si localizzano due cisterne, una più in alto, presenta pianta rettangolare e si chiude con volta a botte, l’altra a una quota inferiore, si localizza nel versante sud ovest. Alterne vicende di guerra videro la roccaforte, ora in mano Arborea, ora ai Doria, ed infine agli Aragonesi. Nel 1435-36, il Castello assieme a quello di Monteleone, fu smantellato dagli aragonesi, aiutati nell'impresa da cavalieri provenienti soprattutto da Alghero. Uno di essi, un certo Pietro di Ferreras, in cambio dei servizi prestati al sovrano, ottenne le ville e i territori di Mara e Padria, con diritto di amplificazione e di abilitazione delle femmine alla successione del feudo. Altri link suggeriti: http://wikimapia.org/13052873/it/Castello-di-Bonvehi-o-di-Bonuighinu#/photo/3141567, https://www.youtube.com/watch?v=iVdFoOZptbc (video di Mariano Cazzari), http://www.lamiasardegna.it/files/mara.htm

Fonti: http://www.visitviva.com/it/scopri-villanova/davedere/a-mara/castello-bonvehi/index.html, http://www.comune.mara.ss.it/it/contenuti/articoli/dettagli/279/

Foto: entrambe di giupetre su http://mapio.net/a/67872352/?lang=ja

Il castello di sabato 18 novembre



BAGNO DI ROMAGNA (FC) – Castello di Corzano

Corzano è un antico e potente borgo con castello posto sulla cima del colle omonimo (mt.676). La sua posizione, nel punto in cui si uniscono le strade che provengono da Forlì (Romipeta) e da Cesena (Sarsinate), ne fece nell'antichità un maniero di grande importanza strategica. Già di proprietà dei conti Guidi, poi dei Gambacorta ed infine sotto il dominio di Firenze, nel 1527 fu quasi completamente distrutto dai Lanzichenecchi, che al comando di Carlo di Borbone marciavano su Roma. Dell'antico castello restano imponenti ruderi, caratteristica la porta ad arco aperta sul vuoto, che si affaccia verso l'abitato di Bagno di Romagna. Le prime notizie su questo monumento appaiono nelle Descriptio Romandiole, fatte stilare dal cardinale Anglic Grimoard de Grisac, fratello del papa Urbano V. Il castello, o meglio, al tempo ancora castrum, ci appare posto su un colle circondato da una cinta di mura, con un’alta e forte rocca che domina l’intera Valle del Savio e posta a guardia delle vie di comunicazione. Corzano non è altro che una delle tante rocche che costellano e delimitano il territorio dei conti Guidi, dominatori della regione nel tardo 1300, e che difendono i piccoli borghi posti ai loro piedi, nel nostro caso Burgus Sancti Petri, che poi diventò San Piero. Corzano visse un periodo relativamente tranquillo fino al 1400, quando, dopo aver sconfitto le truppe fiorentine ad Imola, un comandante di Ventura al soldo del duca di Milano, Agnolo della Pergola, decise di assediarlo. Dopo varie peripezie, Corzano venne conquistato e il comando del castello passò nel 1433 ai Gambacorti. Nel Cinquecento il castello, e soprattutto il borgo sottostante, erano una comunità laboriosa in continua espansione, e particolarmente famoso era il suo mercato, aperto a tutti gli scambi. Ma nel 1527 arrivò in queste terre il Borbone, comandante dei Lanzichenecchi, diretto verso Roma, e passando per Corzano lo assaltò per rifornirsi di viveri. Dai documenti dell’epoca, sembra che la rocca non sia stata distrutta, ma soltanto danneggiata, e con poche spese la si potrebbe restaurare. Difatti nel 1538 tal mastro Brandanio venne pagato per riassestare la rocca. Negli anni successivi però il castello perse la sua importanza e prima venne usato come magazzino, poi fu completamente abbandonato, poiché ormai S. Piero si era dotato di un castello suo. Corzano subì un lento declino, fino ai giorni nostri. Sono rimaste soltante poche rovine oggi, oltre alle gallerie del castello, prive di qualsiasi valenza artistica. Ciò che conta, quando si parla di Corzano, non è la bellezza del castello o lo stile in cui è stato costruito ma è il suo rapporto con ognuno degli abitanti di quei luoghi, un rapporto intrinseco e inscindibile. Il castello infatti è sempre stato vicino ai sampierani, custodendoli dall’alto per più di 8 secoli, silenzioso e immobile. In quelle mura rovinate e abbandonate si riconosce l’origine di ciò che è ora S. Piero, la sorgente del patrimonio culturale e popolare degli abitanti. Altri link suggeriti: http://www.cairavenna.it/wp-content/uploads/2014/10/AG_2014-10-26-Cenni-storici.pdf,

Fonti: http://www.appenninoromagnolo.it/castelli/corzano.asp, testo di A. Castigliego su http://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=corzano&prod=castello-corzano,

Foto: la prima è presa da http://www.appenninoromagnolo.it/foto/bagno/foto/corzano1.jpg, la seconda è presa da https://www.minube.it/posto-preferito/ruderi-di-corzano-a904611

venerdì 17 novembre 2017

Il castello di venerdì 17 novembre







CEPAGATTI (PE) - Castello Marcantonio e Torre Longobarda

La torre ed il castello furono edificati durante la dominazione longobarda sulle basi di una villa romana preesistente: due mondi e due grandi storie si sarebbero così in qualche modo fuse per restituirsi ad oggi quali simbolo del paese. Allora il castello era un punto di passaggio fondamentale e chiunque si recasse di qui doveva pagare una sorta di pedaggio, tanto che la leggenda popolare vuole che dal “ci pagate”, proveniente dalle voci della guarnigione del forte, derivi l’attuale nome di Cepagatti. Secondo altre ipotesi le origini del nome si possono far riferire ai termini latini captus pagus (villaggio conquistato), cis pagus teatis (villaggio al di qua di Teate “Chieti”), o ancora alla parola “ceppaia”, che starebbe ad indicare un luogo ricco di fascine di rami secchi. Oggi però di quell’epoca resta di originale solo il torrione quadrato meglio conosciuto come la Torre Alex, dal nome di uno dei signori di Cepagatti della famiglia dei Valignani, che fu in epoca successiva inglobato in un’altra costruzione fino a prendere le caratteristiche odierne. La Torre Alex, probabilmente risalente al VI – VII secolo, dalle possenti mura larghe 3 metri e con i suoi 24 metri d’altezza, sovrasta tutta la zona circostante ed è il simbolo del paese di Cepagatti. Fu realizzata quale presidio dell’incrocio viario, nascendo dunque già in epoca bizantina quale punto di difesa del porto di Aternum (Pescara). Si vuole come torre di segnalazione allineata con l'altra sita, un tempo, in località Forca di Penne. Costruita in laterizio, si alza su quattro livelli e si conclude con un camminamento perimetrale e vano centrale con tetto a quattro falde, realizzato nel corso del XX secolo. Fino a questa data, il camminamento era a cielo aperto e protetto da merli. La torre è fondamentalmente legata al Castello Marcantonio, che fu ampiamente rimaneggiato nel 1346. Di proprietà degli Angioini, Isabella di Lorena assegnò il feudo a Chieti. Il castello nel XVIII secolo è stato ristrutturato e ha mantenuto la conformazione rinascimentale, con merlature e beccatelli. Ha pianta rettangolare ed è collegato alla torre con un arco urbico decorato da merli. Il palazzo baronale ha una cornice marcapiano con oblò di varie pietre preziose di diverso colore. L'interno ha una grande sala centrale e arcate a tutto sesto. In questo angolo dove il tempo ha lasciato la sua decisa impronta, si sono susseguite le vicende delle famiglie feudatarie del paese, la più importante delle quali fu proprio quella dei succitati Valignani, i quali ereditarono il feudo nel 1458 per successione di Antonio Profeta. La famiglia abitò il castello per circa quattro secoli contribuendo ad arricchire il paese e tutto il territorio circostante, modernizzandone l’economia attraverso il disboscamento dell’area e la concessione di  terreni ai contadini. Nel 1632 divenne signore di Cepagatti Alessandro Valignani, al quale quasi certamente fa riferimento il nome della Torre. Alla sua morte il feudo passò prima a Giacomo e poi a Federico, cui si può ricondurre la lapide datata al 1730 e conservata nell’atrio nel castello sulla quale si cita ad un restauro avvenuto proprio in quell’anno in occasione delle nozze di una delle figlie di Federico con il Duca Don Cesare Monticelli Della Valle. All’epoca di Federico inoltre risale uno dei periodi più floridi dal punto di vista culturale, dato che il marchese fu un illustre membro dell’accademia dell’Arcadia e, sotto lo pseudonimo di Nivalgo Aliarteo, fondò a Chieti nel 1720 la colonia “Tegea”  dell’Arcadia Romana, nella quale furono chiamati a raccolta i principali esponenti dell’aristocrazia e della cultura del capoluogo teatino. Anche Cepagatti dunque, in quanto feudo dei Valignani, dovette di sicuro subire l’influenza di un periodo così vivo e pieno di fermenti culturali. Per eredità infine, dal momento che Federico morì senza figli maschi, il castello passò ai Della Valle che furono i suoi legittimi successori visto il matrimonio di Anna Ninfa, una delle figlie di Federico, con uno degli esponenti della succitata famiglia. Attualmente la struttura, di recente restaurata con cura e molta attenzione riservata alla valorizzazione storica, appartiene alla famiglia Marcantonio che l’acquistò nel 1904 nella persona di Camillo a nome dei figli Ireneo e Nicola. La storia millenaria del castello è raccontata dalle opere murarie che testimoniano l’evolversi della struttura nel corso dei secoli. Il castello, infatti, sorge sui resti di una villa di epoca romana e ne ha conservato intatte le cisterne e le mura inferiori, mirabile esempio di “opus reticulatum”. Il corpo principale, oggi articolato su quattro livelli con una superficie totale di circa 1.600 mq, ha subito nel corso del tempo diversi restauri che ne hanno preservato l’autenticità. Oggi l'edificio è stato riconvertito al fine di poter ospitare cerimonie, matrimoni o incontri d’affari dove è possibile respirare la storia ad ogni angolo, in un’atmosfera unica ed affascinante.. L’arco che collega la torre al castello, una delle dimore storiche più belle di questa zona d’Abruzzo, era l’antica porta di accesso al paese. Completa la struttura la suggestiva chiesetta di San Rocco, costruita dai Valignani per ringraziare il Santo di averli salvati dalla peste del 1657. Recentemente, durante lavori di scavo nei pressi della torre, sono state scoperte grandi anfore olearie romane. Altro link suggerito:https://www.youtube.com/watch?v=PAGHSptrWYQ (video di Matrimonio.com).


Fonti: http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torrepe&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr4792&tom=792, https://it.wikipedia.org/wiki/Cepagatti, http://www.castellomarcantonio.it/index.php (sito web ufficiale), http://www.tesoridabruzzo.com/cepagatti-feudo-della-storia-dabruzzo/#sthash.MaQaOICA.dpbs

Foto: la prima è presa da https://cdn0.matrimonio.com/emp/fotos/9/0/2/7/810-7979_2_149027.jpg, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/pescara/cepagat01.jpg; infine, la terza, relativa alla sola torre, è presa da http://www.regione.abruzzo.it/#  

giovedì 16 novembre 2017

Il castello di giovedì 16 novembre






SIENA - Castello di Belcaro

Fu fondato da un certo Marescotti intorno al 1190; le prime notizie sulla sua esistenza si trovano in una pergamena del 1199 all'archivio di Stato di Siena, che ne ricorda i proprietari, Guido e Curtonecchia di Marescotto. Sulle origini del nome esistono solo leggende: una dama del castello, attendendo il ritorno del suo sposo dalla guerra e passeggiando sulle mura con il suo bambino in braccio, nello scorgere il marito all'orizzonte avrebbe proteso le braccia verso di lui, facendo cadere il bimbo nel giardino sotto le mura. Per questo la donna avrebbe esclamato rivolta verso lo sposo: «Sei bello, ma mi costi caro!». Da allora il castello fu chiamato "Belcaro". Nel 1258 è ricordato da Sigismondo Tizio uno scontro tra guelfi e ghibellini che ridusse in rovina il castello; successivamente nel 1269 venne distrutto ancora. Nel Trecento passò alla famiglia Salimbeni, i quali ne rivendettero le macerie ai Salvini nel 1375. Nanni di ser Vanni, appartenente a quest'ultima famiglia, ne fece dono nel 1376 a santa Caterina da Siena, che lo fece trasformare in un convento per le monache, con il nome di Santa Maria degli Angeli. Non passò molto tempo che il castello tornò in possesso dei Salvini, i quali lo vendettero nel 1408 ai Bellanti, che lo restaurarono. Nel 1525 venne acquistato dal banchiere Crescenzio Turamini, la quale gli dette la sua forma attuale. Il restauro e la riedificazione furono affidati a Baldassarre Peruzzi, come testimonia anche un progetto conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. In realtà non è chiaro quanto resti oggi del progetto originale del Peruzzi, sebbene alla sua mano siano riferibili alcuni affreschi all'interno della villa, come il Giudizio di Paride. Nel 1554 fu assalito dall'esercito imperiale di Carlo V che combatteva contro i senesi dopo essersi alleato con l'esercito francese, capitanato dal duca di Belforte. Il castello divenne di proprietà di Cosimo I de' Medici, come ricorda una lapide apposta sulle mura; fu il suo parente Giangiacomo de' Medici ad occuparsi della ricostruzione. Quest'ultimo, che era Marchese di Marignano, utilizzò il castello come base per l'assedio che poi portò alla caduta di Siena con la conseguente sua annessione a Firenze. Nel 1710 il castello fu acquistato dalla famiglia Camajori che, nel 1802, ne commissionò il restauro all'architetto Serafino Belli, rifacendo la facciata della villa interna in stile neorinascimentale. Nel 1944 il castello fu sequestrato dalla truppe tedesche che ne fecero un ospedale militare. Subì vari danni, restaurati poi dal proprietario Giuseppe Lapo Barzellotti. Gli importanti restauri, dentro e fuori la villa, ne fanno oggi uno dei castelli meglio conservati di tutta la provincia di Siena. Il complesso è interamente compreso in una cinta muraria a forma di cuneo, ed è composto da vari edifici che si articolano attorno a tre spazi aperti: un giardino e due corti. Il portale di accesso, protetto da due piombatoi e a sinistra da un torrione semicircolare con due archibugiere, si trova sul lato ovest. Immette nel primo cortile, di stile medievale e forma triangolare, dove si affacciano i locali di servizio addossati alla fortificazione e alla villa e caratterizzati da terminazioni aggettanti su archetti pensili e mensole in laterizio. Attraverso un'apertura ad arco ribassato, si giunge nel secondo cortile, quello principale, in stile rinascimentale e lastricato in cotto a spina di pesce. Sul cortile principale si affacciano l'edificio padronale, che si sviluppa su tre piani ed ha forma rettangolare, e la casa del custode, un tempo usata dai servitori. La forma rettangolare fu creata in un intervento dell'architetto Partini del 1865-70, che creò i due paramenti-filtro confinanti rispettivamente col cortile di accesso e col giardino, e la casa di servizio, che si ispirò ai disegni del Peruzzi, sebbene su scala leggermente ingrandita. Qui, vicino al passaggio verso il giardino, si trova anche il pozzo. Il prospetto principale della villa, affacciato sul cortile e opera neoclassica di Serafino Belli, mostra tre ordini con otto assi di aperture: al piano terra, coperto da bugnato, si trovano portali incorniciati e di foggia varia (ad arco a tutto sesto o architravati), oltre ad alcune aperture sono tamponate. Qui una lapide marmorea ricorda la visita di Margherita di Savoia. Ai piani superiori le finestre mostrano timpani curvilinei e, all'ultimo piano, architravi. Cornici marcadavanzale corrono lungo tutto l'edificio, con particolare cura nel disegno di quella al secondo piano. Il cornicione a dentelli fa da base alla copertura a padiglione di scarso aggetto. L'edificio di servizio sul lato opposto mostra due livelli e prospetto classicheggiante, con tre aperture timpanate a sesto scemo (al centro) o triangolari (ai lati). Dentro la villa la decorazione più illustre è l'affresco del giudizio di Paride, realizzato da Baldassarre Peruzzi. Dietro al giudice-pastore si possono notare le Grazie, ognuna con un vaso diverso. Paride siede sopra uno scoglio, in mezzo alle tre contendenti, ognuna delle quali è contraddistinta da un diverso uccello: il pavone per Giunone, la civetta per Minerva e la colomba per Venere. Quest'ultima appare sorridente e sicura della sua vittoria. In lontananza, tra le nuvole, si può scorgere il consiglio degli dei sostenuto dalle spalle di Atlante. Quasi metà dello spazio interno alle mura è occupata dal giardino, che confina per tre quarti con le mura stesse. Il giardino, situato in uno spazio di forma trapezoidale, comprende a sinistra la cappella, e nella parte terminale un loggiato ad arcate affrescato con figure, ghirlande di fiori, frutta e uccelli. L'area verde progettata dal Peruzzi, come giardino segreto separato da un orto, è attualmente divisa in sei aiuole bordate di bosso e decorate con arbusti. Originariamente l'ingresso all'orto e al giardino non avveniva tramite il muro, che costituiva una quinta architettonica per il cortile rinascimentale, ma per mezzo di un'apertura sul lato estremo delle mura. Il Peruzzi, incidendo lungo la cinta muraria un passaggio perimetrico, creò un singolare percorso sopraelevato, che separa il giardino dal bosco di lecci attorno al castello. All'interno del giardino vi è anche una limonaia. La cappella, intitolata ai santi Giacomo e Cristoforo, ha l'esterno semplice, con facciata a capanna timpanata e arricchita da due lesene ai lati e da un San Jacopo a robbiana nel timpano. Sopra la porta d'ingresso, semplicemente architravata, si trova un oculo circolare. L'interno è ad aula unica, coperta a botte, e completata da un'abside dietro l'altare. Interamente affrescata, ha alle pareti finte specchiature marmoree e grottesche a monocromo su sfondo dorato in larga parte frutto dei restauri ottocenteschi. Nella volta, divisa in scomparti, sono dipinti agli angoli coppie di angeli che reggono un candelabro con la fiaccola accesa; sui lati i quattro evangelisti con i rispettivi simboli, e al centro uno stemma araldico. Sull'abside si trovano dei santi a tutta figura, san Pietro e san Paolo, affiancati da riquadri con scene di martirio. Al centro un grande affresco con la Madonna col Bambino tra i santi Caterina da Siena, Sebastiano, Cristoforo e Caterina d'Alessandria. In alto, nella cupoletta, quindici quadretti con le otto sibillee quattro scene della Passione e resurrezione di Gesù. Sempre sul giardino si affacciano le logge, leggermente arretrate rispetto alla cappella e composte da tre arcate a tutto sesto oggi chiuse da vetrate. All'interno, nelle tre campate, sono raffigurate storie mitologiche. Sulla volta a destra sono rappresentati miti riguardanti la dea Diana, su quella centrale sono raffigurate le Tre Grazie e gli Amori di Venere, mentre su quella a sinistra il Ratto di Europa. Il tutto è contornato da un finto pergolato, ricco di foglie, uccelli e frutta, con agli angoli dei vivaci mascheroni. Questi affreschi e quelli della cappella erano un tempo attribuiti al Peruzzi, ma studi più approfonditi hanno permesso di assegnarli a un allievo di quest'ultimo, Giorgio di Giovanni. Furono restaurati (abbastanza pesantemente in alcuni punti) alla fine dell'Ottocento dal pittore Ernesto Sprega, che comunque ebbe il pregio di rimuovere quei "rimaneggiamenti morali", che avevano coperto le scene mitologiche più licenziose. Tutto il perimetro delle mura è percorribile attraverso il camminamento, un tempo usato con funzioni difensive. Vi si accede dal primo cortile, e si innesta direttamente nel piano nobile della villa. Ha il suo culmine nel torrino sopra la loggia, da cui si vedeva, prima che la vegetazione la coprisse, la città di Siena. Si scorgono comunque in lontananza la villa le Volte, l'eremo di Lecceto e la villa di Santa Colomba, presso Monteriggioni. Il castello è aperto al pubblico ogni primo lunedì del mese. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=ualnk6NN8b4 (video di Luigi Fabiani), http://www.sienaonline.it/castello_belcaro.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro, http://www.fortezze.it/castello_belcaro_it.html, http://www.regione.toscana.it/-/castello-di-belcaro

Foto: la prima è di Matteo Tani su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro#/media/File:SDC12492_Castello_di_Belcaro.JPG, la seconda è presa da http://www.siena-guide.com/west-of-siena.htm