mercoledì 31 gennaio 2018

Il castello di mercoledì 31 gennaio





NARDO' (LE) - Torre dell'Alto e Torre Uluzzo in località Porto Selvaggio

Torre dell'Alto, detta anche Torre Santa Maria dell'Alto, e Torre Uluzzo, o Crustano, sono due torri costiere del Salento ricadenti nel Parco di Porto Selvaggio e Palude del Capitano. Posta a 51 m s.l.m., su uno sperone roccioso a strapiombo sul mare, Torre dell'Alto venne eretta nella seconda metà del XVI secolo con funzioni difensive su progetto del viceré spagnolo Don Pietro da Toledo che redasse un sistema di controllo delle coste della penisola salentina. Finita di costruire già nel 1569 dal mastro neretino Angelo Spalletta, la costruzione presenta un basamento troncopiramidale a pianta quadrata, leggermente scarpato, separato dal corpo superiore da una cornice marcapiano. Il piano superiore, dotato di porta d'accesso, termina con una cornice a beccatelli ed è provvisto di merli e di dieci piombatoie distribuite su tutti e quattro i lati. Una grande scalinata in tufo a tre arcate permette l'accesso. L'interno, costituito da due ambienti sovrapposti, è provvisto di cisterna per l'approvvigionamento dell'acqua; il piano terra era adibito al deposito delle scorte, il primo piano, diviso in quattro ambienti, era utilizzato come abitazione dei cavallari (così venivano chiamate le guardie che presidiavano la torre e in che in caso di eventuali arrivi di pirati lo segnalavano ai paesi dell'entroterra utilizzando il cavallo). Comunicava a nord con Torre Uluzzo e a sud con Torre Santa Caterina. Oggi è sede del museo di biologia marina. Si racconta che la Torre dell’Alto sia stata teatro di una triste leggenda, che ancora si ricorda nel nome dello sperone di roccia sottostante, Rupe della Dannata. Erano i tempi seicenteschi dello jus primae noctis, rivendicato con arroganza dal Guercio di Puglia, conte di Conversano, su tutte le più belle fanciulle della contea, obbligate a passare la prima notte di matrimonio con il nobile dall’occhio strambo. Per sottrarsi all’infausto obbligo, poche erano le soluzioni, e non poche sceglievano di mettere fine alla propria vita di donne maritate invece di cominciarla nel letto del Guercio. Così, davanti al desolato sguardo della torre, una di loro scelse di donarsi al mare in tempesta saltando già dalla rupe, pur di non cedere all’atavico privilegio.
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Di dimensioni minori rispetto alle altre torri circostanti, Torre Uluzzo venne eretta nella seconda metà del XVI secolo con funzioni difensive, per volere di Alfonzo de Salazar, dal mastro neretino Leonardo Spalletta. Ha il nome di un bellissimo fiore, l'asfodelo, che dà quel tocco di fascino in più alla baia omonima. Costruita sulla sommità di uno sperone roccioso e già ultimata nel 1575, la torre presenta una forma tronco piramidale ma è parzialmente crollata. La copertura non è più presente e restano in piedi solo alcune pareti, costruite con conci irregolari; in particolare il lato nord e il lato rivolto verso il mare sono i meglio conservati. Rimangono visibili i resti di qualche piombatoia e delle mensole di appoggio per il coronamento. Da alcuni documenti si apprende che la torre fu frequentata sino al 1695 e che nel XVIII secolo risultava già gravemente compromessa. Comunicava a nord con Torre dell'Inserraglio e a sud con Torre dell'Alto.

Altri link utili: https://www.youtube.com/watch?v=9vF9bJmBPoE (video di CostedelSud), http://www.japigia.com/le/nardo/index.shtml?A=nardo_9, https://www.youtube.com/watch?v=AMKsQitc9TU (video di Alfonso Santaniello), https://www.youtube.com/watch?v=AV2IaTHYQnU (video di Storie enogastronomiche), https://www.youtube.com/watch?v=46YjhYtmkV8 (video di Andrea Perrone).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_dell%27Alto, http://www.spiaggesalento.eu/2012/07/la-spiaggia-di-portoselvaggio.html, https://www.stanzeonline.com/torri/torre-dellalto

Foto: la prima, relativa alla Torre dell'Alto, è presa da http://www.spiaggesalento.eu/2012/07/la-spiaggia-di-portoselvaggio.html; la seconda, raffigurante la Torre Uluzzo, è presa da http://www.storienogastronomiche.it/torre-uluzzo-sulla-costa-del-salento-nel-parco-porto-selvaggio-nardo/

martedì 30 gennaio 2018

Il castello di martedì 30 gennaio



MONTERCHI (AR) - Castello di Montagutello

Il rudere del castello di Montagutello (XII secolo), è veramente di una bellezza suggestiva. Sito a 450 metri sul livello del mare, dominava sulla valle del fiume Cerfone. Posizione questa ben strategica per avere un controllo visivo del territorio circostante. Vi si eccede da "Le Ville", sulla SS 73, salendo verso l'antico cimitero, in zona "Scandolaia", e proseguendo da quest'ultimo, fino alla cima della collina (vedi mappa sotto). Dell'intera struttura è rimasto ben poco. E' comunque ancora ben delineata la pianta del castello, e si può notare quella che era la forma circolare caratteristica della parte frontale. Sicuramente il castello era di proprietà dei Tarlati, che erano padroni della vicina Monterchi. Ancor prima, vi risiedevano gli eremiti camaldolensi. Si è circondati da aperta campagna, e si può godere di un ambiente silenzioso e verdeggiante. Altri link suggeriti: http://www.arezzometeo.com/2015/ruderi-del-castello-di-montautello/ (con diverse foto), https://www.youtube.com/watch?v=BF07n2aypCo (video con drone di Simone Vignoli), http://www.palazzodelpero.it/immagini%20storia/Montagutello.htm

Fonti: http://www.ruderimedievali.altervista.org/castello_montagutello.html

Foto: la prima è di ArthaanVampire su http://mapio.net/pic/p-25334835/, la seconda è un fermo immagine del video https://www.youtube.com/watch?v=BF07n2aypCo

lunedì 29 gennaio 2018

Il castello di lunedì 29 gennaio




CATANIA - Castello del Duca di Misterbianco (di Salvo Nicotra)

D’impostazione neogotica, fu edificato nel 1930 dal 9° Duca di Misterbianco Vespasiano. E’ situato all’interno dell’area “Oasi del Simeto”, in prossimità della foce del fiume. Attualmente si trova a nord rispetto al percorso del fiume, ma, fino alla metà del 1900 si trovava a sud, poiché il fiume, superato il ponte Primosole, prima di sfociare sul mare Jonio descriveva un’ansa passando più a nord. L’edificio era circondato da ettari di terreno coltivato a vigneti ed agrumeti, dotato di un pozzo per l’approvvigionamento dell’acqua, di una zona termale corredata di piscina e di un colonnato neoclassico. Il piano terra del castello era destinato ad alloggi per la servitù, locali per la lavorazione dei prodotti raccolti nei campi, con un palmento, il frantoio, le scuderie e magazzini deposito. L’accesso avveniva dai cinque archi presenti a sud della struttura. In tale piano si trovavano due scale, una nell’angolo sud-ovest a due rampe che permetteva l’accesso al loggiato posto ai piani superiori e l’altra posta in posizione centrale rispetto al manufatto, che permetteva l’accesso al livello superiore sia in direzione ovest, quindi verso il loggiato, che in direzione est, permettendo l’accesso sulla terrazza con vista sul mare. Dal primo piano, dall’angolo nord-ovest, si elevava una magnifica torre quadrangolare su cinque livelli fuori terra, che costituiva il loggiato dello stabile, mentre nell’angolo sud-ovest vi erano quattro archi a sesto acuto sorretti da colonne e capitelli. La parte centrale del primo piano era adibita al soggiorno della famiglia, con finestre, aperture ad arco e terrazzi che permettevano di vedere la vegetazione circostante ed il mare. Nella parte centrale, si elevava un’altra piccola edificazione costituendo il secondo piano. Le parti sommitali del castello erano tutti coronati da merli. Il castello costituiva la dimora estiva della famiglia Trigona. Rimase in buono stato fino alla terribile battaglia che si combatté tra il 14 e il 17 luglio del 1943 al Ponte Primosole. In quella occasione, il castello fu occupato prima dai tedeschi e dopo dagli inglesi (Royal Artillery) come posto di osservazione. La torre alta 30 metri in posizione dominante, fu distrutta dall’ultima cannonata dei tedeschi alle ore 17 circa e non fece neanche un morto poiché le guardie inglesi erano a consumare il tè pomeridiano. La famiglia Trigona trae origini dai duchi “de Monti Chirii in Isvevia” (Germania sud-occidentale) e dal duca Salardo, il cui figlio Coraldo, acquistando il castello e la signoria di Trigona o Trigonna, in Picardia (Francia settentrionale), prese il cognome. Un discendente di Coraldo, Ermanno, valoroso capitano dell’imperatore Federico II di Svevia, ricevette per i servigi offerti al re, diverse ricompense, tra cui, nel 1239 la nomina di governatore di Mistretta. Un discendente di Ermanno, Giacomo, sposandosi nel 1369 con Margherita d’Aragona, figlia di Giacomo, nipote di Pietro d’Aragona II, re di Sicilia, ricevette lo stemma originario con l’aquila nera della Casa Reale d’Aragona. Lo stemma del Casato Trigona raffigura un’aquila nera coronata, recante sul petto uno scudo con incisa una cometa che illumina un triangolo. Da quando fu affidata la Piazza del Castello della città di Mistretta al Capitano Ermanno, la famiglia Trigona entrò a far parte di una casta nobiliare assai nota in quasi tutti i maggiori centri Siciliani, possedendo molti vassallaggi, signorie e feudi. Nel XVII secolo, Vespasiano Trigona di Piazza Armerina, acquistò il Casale di Misterbianco, dove si trasferiva con la famiglia nei mesi caldi dell’anno. Il figlio Francesco sposò Felicita Paternò Castello, nipote del Principe Agatino Paternò Castello, dalla quale ebbe un figlio, Pietro Domenico. Quest’ultimo, grazie all’influenza della famiglia materna Paternò Castello, ricevette nel 1685 il titolo di Duca di Misterbianco dal re Carlo II di Spagna. Con Pietro Domenico nacque il Ducato di Misterbianco ed i successori furono nell’ordine: Tullio zio di Pietro Domenico, Vespasiano, Mario, Vespasiano, Alberto, Vespasiano, Alberto, Vespasiano, fino al 10° Duca Alberto nato a Catania il 27.02.1928. Altri link suggeriti: http://www.siciliafan.it/castello-del-duca-misterbianco/, https://www.youtube.com/watch?v=JJwcF3ywW78 (video di TheMARIO674), http://www.aziendeagricoletrigona.it/ (per vedere foto del castello prima della sua distruzione).

Fonti: testo di Salvo Nicotra su https://www.etnanatura.it/news/?p=748.

Foto: la prima è di Sonnyblack su http://www.panoramio.com/photo/90246128, la seconda è di Salvo Puccio su https://www.flickr.com/photos/bandy73/7415510576

sabato 27 gennaio 2018

Il castello di domenica 28 gennaio



FRIGENTO (AV) – Castello longobardo

Il paese di Frigento emerse agli onori della storia nel 441; in quell'anno per volere del Papa Leone Magno divenne sede della diocesi del meritevole vescovo Marciano che scelse questo lungo come eremo e luogo di preghiera. Con l'avvento dei Longobardi, grazie alla favorevole posizione geografica, Frigento divenne strategico luogo di difesa dei confini del ducato di Benevento finché, nel 988, un terremoto la distrusse. Lentamente ricostruito, il borgo fu per secoli sotto il dominio dei potenti feudatari della vicina Gesualdo che ne mantennero la reggenza fino alla fine della loro discendenza. Successivamente il feudo venne ceduto alla famiglia Filangieri, quindi passò ai Caracciolo di Avellino che ne mantennero il dominio fino alla fine dei diritti feudali. Nel volgere dei secoli, la storia di Frigento fu legata alla presenza della sede vescovile che rimase punto di riferimento religioso ed anche economico della comunità fino alla soppressione definitiva disposta nel 1818. In località Migliano, a circa 5 chilometri dal centro del paese, in posizione dominante, si trovano i ruderi del castello di S. Angelo a Pesco. Dalle ricerche effettuate risulta evidente che questo fortino militare fu eretto in seguito alla pace firmata alla presenza dell'imperatore Federico II, fra i principi Radelchi e Siconolfo. Infatti nel luglio dell'830 il principe di Benevento Sicardo, che mirava ad instaurare un forte potere centrale per dare a tutta la Longobardia meridionale l'assetto politico di uno stato forte ed omogeneo, fu ucciso durante una battuta di caccia a Lavello da un suo tesoriere, Radelchi. Ne seguì un periodo di torbide rivalità fra i duchi longobardi e fra tutti emersero, quali pretendenti alla successione, il conte Adelchi ed il tesoriere Radelchi. Quest'ultimo, dopo un'aspra lotta, uccise Adelchi. Però il conte Orso di Conza ed il conte Radelmado, cognati del principe Sicardo, presero le parti di Siconolfo (fratello di Sicardo) e lo proclamarono loro signore. Dopo altre vicende fra i due intervenne l'imperatore Ludovico II che impose loro la pace nell'anno 849. Pare che nella zona sorgesse anche un villaggio ed una chiesa con monastero. Questa tesi è confermata anche da un documento dell'annalista di S. Sofia che ci parla del Castello di S. Angelo a Pesco saccheggiato e bruciato dai Saraceni nel 1200. Un saccheggio precedente ad opera dei Saraceni fu operato nel 915-916. Ludovico II impose, dunque, ai belligeranti, dopo ben quattro anni di discussioni, la scissione del Ducato conteso, con il distacco da questo di quello di Salerno. Il torrente Fredane rappresentò il confine tra i due Ducati, per la cui sorveglianza, Radelchi, Principe di Benevento, fece edificare due fortilizi a S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento. In dialetto "pescone" o "piscone" = grossa pietra) ed a Rocca San Felice, mentre Siconolfo, Principe di Salerno, ordinò la costruzione dei fortilizi di Monticchio dei Lombardi, Sant'Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia dei Lombardi. In epoca longobarda, la struttura venne concepita quale cappella dedicata al Santo. A partire dal 1215 venne trasformata in fortezza difensiva, con funzione di controllo dell'area. Le ultime notizie a riguardo di questo fortino risalgono al 1225 dopo di che null'altro è detto e si suppone che in tale data vi fu un violento terremoto che lo distrusse riducendolo allo stato attuale. Il fortino ha pianta irregolare poiché l'architetto dell'epoca dovette adattare le strutture murarie alla conformazione della roccia su cui è costruito. La tipologia è quella caratteristica di un fortino di guardia munito di saettiere. I volumi sono incerti e, probabilmente, alcuni sono sotterranei: la struttura in pietra cementata è abbarbicata sulla roccia. Il tutto si presume unificato da scale e cunicoli da accertare. Secondo alcuni, infatti, vi è un condotto sotterraneo che collega questo fortino con delle "cisterne romane" presenti nel centro storico di Frigento. Non è stato possibile localizzare con precisione l'ingresso alla struttura (ponte levatoio?) e la stessa domina, visualmente, un'area vastissima, il panorama visibile si estende per oltre 20 km. Non si segnalano beni mobili ma se ne presume l'esistenza sotto le macerie e la vegetazione. Le immagini del castello come appare esternamente, osservandolo a pochi passi di distanza, sono alquanto eloquenti: lo stato generale di conservazione della struttura lascia assai a desiderare. Vi sono zone del castello probabilmente ancora in buono stato di conservazione (tra cui un cortile con feritoie difensive), ma il cui accesso è alquanto pericoloso. Infatti, in alcuni punti le mura si sono sfaldate, tanto che molte pietre sono rotolate ai piedi della struttura, all'esterno di questa, tra i rovi e la terra coltivata. Questa struttura medievale merita di essere recuperata poiché si presenta assai interessante storicamente e, nel contempo, si inserisce in modo mirabile nel contesto scenografico e paesaggistico. L'immane imponenza della roccia su cui si erge e la vastissima panoramica che si offre allo sguardo del visitatore fanno di questo "rudere" un monumento di elevato valore storico, artistico e paesaggistico tale da meritare di essere inserito in un itinerario turistico dell'Irpinia. Varie e fantasiose sono le leggende che gravitano intorno al sito in questione. Alcuni pensano che sia un luogo popolato da diavoli e forze strane; c’è addirittura chi parla di fantasmi e spettri che attraverserebbero le pareti della roccia calcarea. I più razionali attribuiscono i fugaci rumori e movimenti ad animali selvatici ed impauriti presenti sul territorio e nella vegetazione. Altri parlano di tesori qui nascosti dai Briganti che occuparono l’area tra il 1850 e il 1870. C’è, poi, la versione più leggendaria che considera “la preta re lo Piesco” un’opera incompiuta di un frate che voleva costruirvi un eremo solitario ma, svegliato dal canto squillante di un gallo, fuggì via, sostenendo che il luogo fosse già occupato. I Frigentini collegano al castello i loro santi protettori: San Marciano e San Michele. A “la preta re lo Piesco” è legata anche la figura del brigante di Frigento: Marciano Sapia, detto Sacchetta, sul quale tanti sono i racconti narrati dal popolo; conosciuto come “Il Brigante del Pesco”, dal momento che il rifugio della sua banda si concentrò in questo posto. La tradizione popolare lo riconosce come il capo dell’area più amato dai suoi uomini in tutta la storia del brigantaggio. Questo posto fu per lui un punto di riferimento importantissimo, il luogo dove organizzare le sue imprese. Il bandito, all’ ombra de la preta re lo Piesco, si incontrava con i poveri del posto per dare loro beni di prima necessità sottratti ai benestanti della zona. Successivamente, Sacchetta decise di trasferirsi nelle Puglie, lontano da “ O’ piemontese c’avimma caccià”. Durante la fuga, la banda di briganti da lui capeggiata fu scovata dalla Guardia Nazionale di Monteleone, nei pressi di Candela e, fu la fine di una leggenda … la leggenda del Brigante re lu Piesco che rivive ancora nella Storia locale.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Frigento, http://www.irpinia.info/sito/towns/frigento/castle.htm, testi di Pasqualina Giusto su http://www.lacooltura.com/2016/01/la-preta-re-lo-piesco-leggenda-frigento/, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Campania/avellino/provincia000.htm#frigentpesc

Foto: entrambe sono prese da http://wwwbisanzioit.blogspot.it/2017/01/la-preta-re-lo-piesco-castello-del-pesco.html

venerdì 26 gennaio 2018

Il castello di sabato 27 gennaio


COMO – Castel Baradello

Sorge sull'omonimo colle (430 m s.l.m.) che domina la città di Como, chiudendo sul lato sud-ovest la convalle. Dal colle si gode un panorama che spazia dal lago alla città, dalle cime delle Alpi alla pianura Padana fino agli Appennini: il suo massiccio torrione a base quadrata è ben visibile per chi giunge a Como. L'origine etimologica del toponimo Baradello è riconducibile alla radice indoeuropea bar che significa luogo elevato. L'abitato protostorico di Comum Oppidum era situato nel primo millennio a.C. sul versante sud delle colline poco distanti dal Baradello, in località oggi chiamata Pianvalle. Numerosi ritrovamenti archeologici ci attestano la frequentazione del colle, già in epoca preromana, dai primi abitanti comensi come centro abitativo organizzato, da un'epoca fra il IX secolo a.C. alla conquista romana. I reperti vengono collegati, come tutto l'ambito circostante, alla Cultura di Golasecca di cui Como era il centro principale nel corso dei secoli VI - IV a.C. svolgendo un importante ruolo di collegamento culturale e commerciale tra la civiltà etrusca e quella celtica d'oltralpe. Nel 196 a.C. Comum Oppidum venne conquistato dall'esercito romano condotto dal console Marco Claudio Marcello. Dopo un secolo di progressiva e pacifica romanizzazione, Como venne ricostruita ex novo da Gaio Giulio Cesare nel 59 a.C. nella sede dove oggi è situata, prendendo il nome di Novum Comum. La frequentazione del colle in quest'epoca è documentata dal ritrovamento di monete: era un'area fortificata che svolgeva la funzione militare di avvistamento e segnalazione, oltre che di controllo viario e daziario: alle falde del Baradello, transitava la via Regia che collegava Como con Milano a sud e proseguiva a nord lungo le rive del lago verso i valichi alpini e la Germania. La funzione militare del colle continuò anche col mutare delle situazioni strategiche e tattiche. Nel periodo dell'ultima romanità, il magister militum Francione riuscì a prolungare la resistenza bizantina contro l'invasione longobarda per un ultimo ventennio accastellandosi sull'Isola Comacina fino alla resa del 588. Lo storico Giorgio di Cipro ricorda che i capisaldi del Limes bizantino di difesa erano costituiti, oltre che dall'isola stessa, dal Castron Leuci (Lecco), dal Castron Martirion (Castelmarte) e dal castel Baradello chiamato Castron Baractelia. Le più antiche strutture conservate, cioè la cerchia di mura interna, risalgono a questo periodo storico. Da qui fino al XII secolo non si hanno notizie. Durante la Guerra decennale (1118-1127) tra Como e Milano i Comaschi salivano tuti (protetti) al colle per trovarvi rifugio, forse sfruttando gli antichi percorsi preistorici di sella, dove sulla cima esistevano ancora i resti delle costruzioni bizantine.Il 27 agosto 1127, a conclusione del conflitto, Como fu assediata dalle forze milanesi ed incendiata, le mura e le abitazioni distrutte, gli abitanti dispersi. Non si conoscono le sorti del Baradello. Attraverso l'alleanza con Federico Barbarossa, Como trovò negli anni seguenti l'occasione di ricostruirsi e di aspirare all'egemonia perduta. Con l'aiuto dell'Imperatore nel 1158 riedificò ed ampliò le mura della città con le sue imponenti torri di Porta Torre, Torre di San Vitale e Torre di Porta Nuova (o Torre Gattoni) e restaurò il Castel Baradello potenziandolo con la costruzione della poderosa torre e delle altre strutture. Nel 1159 ospitò lo stesso Imperatore con la consorte Beatrice di Borgogna di passaggio in città. In questi anni di effimera gloria, Como ebbe la sua vendetta partecipando all'assedio ed alla distruzione della città di Milano nel 1162 e dell'Isola Comacina nel 1169. Infine a Legnano nel maggio 1176 gli alleati della Lega Lombarda sconfissero definitivamente l'esercito imperiale. Con un diploma datato 23 ottobre 1178 Federico Barbarossa donò alla Chiesa ed alla Comunità di Como in premio della loro fedeltà il Castello Baradello insieme alla Torre di Olonio. Il figlio di Enrico VI, l'imperatore Federico II revocò la donazione, per inadempienze, destinando Baratello ed Olone a sua dimora e presidio di reliquie sacre della corona imperiale sveva. Il 16 agosto 1278 vi morì Napo Torriani consumato dall'inedia. Era stato catturato dalle milizie dell'arcivescovo di Milano Ottone Visconti, alleato dei Rusconi, nella battaglia di Desio del 1277 insieme ad altri membri della famiglia Della Torre, il figlio Corrado detto Mosca, il fratello Canevario ed i nipoti Guido, Salvino, Lombardo ed Enrico. Vennero rinchiusi da Simone da Locarno in gabbie di legno ed appesi alle mura della torre del castello. Napo secondo la leggenda una volta morto venne seppellito nella cappella di San Nicola. La medesima sorte toccò più tardi anche a Canevario e a Lombardo. Guido venne lasciato fuggire dal carcere nel 1283, Mosca ed Enrico vennero liberati nel 1284 da Loterio Rusca per dispetto nei confronti di Ottone Visconti e Simone da Locarno. Il torrione del castello è preceduto da un'altra fortezza, più vasta, dotata di una cisterna per la raccolta dell'acqua e anticamente raccordata a un muraglione posto a valle, a chiudere l'accesso della città. La località si chiama, ancor oggi, Camerlata. Il complesso fortificato venne rimaneggiato (con innalzamento del torrione) dai Visconti, probabilmente ad opera di quello stesso Azzone che si era impossessato della città nel 1335 e che aveva realizzato il Castello della Torre Rotonda e la cittadella. Venne smantellato nell'agosto 1527 dal governatore spagnolo della città il Capitano Cesareo don Pedro Arias, in ottemperanza agli ordini di Antonio de Leyva luogotenente di Carlo V e governatore di Milano, per impedire che cadesse nelle mani delle truppe francesi, che invadevano la Lombardia. Si salvò la sola torre. Ridotto a rudere, da quel momento passò in mano a privati. Inizialmente fu possedimento dei monaci Eremitani di san Gerolamo, insediati a san Carpoforo. Nel 1825 divenne proprietà della famiglia milanese Venini che fece aprire il viale carrozzabile dalla base alla sommità del colle e fece costruire la piccola torre esagonale in stile neogotico. L'ultima proprietaria, Teresa Rimoldi, in assenza di eredi, lasciò per disposizione testamentaria come erede universale l'Ospedale sant'Anna, il castel Baradello con le relative adiacenze venne poi donato al Comune di Como. Durante le cinque giornate di Como nel 1848 rientrò brevemente nella storia, quando sulla torre venne issato il tricolore d'Italia, simbolo della riconquistata libertà dopo la resa della guarnigione austriaca. Nell'agosto del 1943, durante il secondo conflitto mondiale, tornò brevemente a svolgere una funzione militare. Un plotone del 3º reggimento Bersaglieri di stanza a Milano vi fu distaccato con funzione di avvistamento e controllo da eventuali lanci di nuclei paracadutati. Il complesso venne parzialmente restaurato, perché pericolante, nel 1903, per opera di un comitato cittadino appositamente costituitosi e nel 1971 una campagna di studi e di lavori di consolidamento e recupero delle strutture sotto la direzione del professor Luigi Mario Belloni. Oggi fa parte del Parco della Spina Verde e la sua immagine è stata scelta a simbolo del parco stesso.
Attualmente il castello si può visitare a pagamento e su prenotazione. La struttura meglio conservata dell'intero complesso è la torre quadrata romanica, la cui base misura m 8.20 x m 8.35. La parte più bassa, alta m 19,50, poggia le fondazioni sulla roccia ed era anticamente adornata da merli di tipo guelfo, la parte sommitale, più recente, alta m 8, anticamente merlata con merli di tipo ghibellino. L'altezza complessiva della torre era di m 28. Dell'antica imponenza manca oggi solo la merlatura. La torre è disposta su due piani, al primo sono raccolti dei ritrovamenti avvenuti sul Baradello (monete e altri piccoli oggetti). Al secondo piano sono visibili invece dei costumi d’epoca e altri oggetti. La visita prosegue sulla cima della torre dove, come già detto, è possibile ammirare uno straordinario paesaggio a 360°. Il primo ordine di mura che circonda la torre è la struttura più antica, di epoca bizantina, del VI - VII secolo. Il recinto murario è trapezoidale con lati di 10,40 m x 13,76 m con un ingresso alto 1,90 m sul lato nord-ovest che poteva essere sprangato. La fattura è simile alle Mura Romane di Santa Maria Rezzonico sul Lago di Como. Sette feritoie alte 1,10 m erano ordinate lungo il perimetro. In epoca più recente vennero supralzate e dotate di merli di tipo ghibellino. Le antiche mura sono circondate da una più recente cinta muraria, contemporanea all'innalzamento della torre e delle mura interne. Vi si accede attraverso un suggestivo portale a sesto acuto, in conci squadrati di arenaria, attribuibile all’epoca viscontea. Delle altre strutture non rimangono che le fondazioni, ma è stato possibile ricostruirne la planimetria grazie ai recenti interventi di rivitalizzazione del complesso.
Si possono individuare:
- La cappella di San Nicolò. La planimetria, l'angolazione abside-navata e la tipologia muraria indicano una costruzione contemporanea alla primitiva cerchia muraria, quindi del VI secolo. L'aula è unica di dimensioni 5.50 x 3.04 m con abside. La dedicazione non è originaria ma successiva. La tradizione vuole che qui venne seppellito Napo Torriani, ma non sono stati ritrovati reperti ossei durante i lavori. In epoca viscontea, probabilmente, fu accorciata per far posto al locale contenente la macina (rinvenuta nel corso dei restauri) e il forno, anch’ esso ancora visibile.
- Torre quadrangolare, 4.40 x 4.15 m, probabilmente usata come alloggio del castellano. Risale alla stessa epoca della cappella. Di essa rimangono le fondamenta e parte dell'alzato.
- Cisterna (destinata, secondo Belloni, alla conservazione del grano). Si trova nelle immediate vicinanze dello spigolo nord della primitiva cerchia muraria ed è un ambiente scavato completamente nella roccia e dotato di copertura con volta a botte a tutto sesto. L'interno è intonacato con pozzolana e vi si accede mediante un'apertura nella volta. Il passaggio era chiuso da una pesante lastra di ferro munita di un complicato meccanismo di chiusura databile al xvi secolo, che fa dedurre che fu usata fino alla distruzione del complesso fortificato.
- Ambienti per alloggiamento di truppe o magazzino di vettovaglie, di forma rettangolare e collocati sul lato occidentale del complesso.
- Cisterna trapezoidale.
Al di fuori della cerchia delle mura si conservano i ruderi di un edificio civile databile al xii secolo dove, secondo la leggenda, alloggiò due volte Federico Barbarossa durante i suoi soggiorni a Como. Altri link suggeriti: http://www.amicidelbaradello.it/1/la_storia_722517.html, https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=tGhtiFebAHE (video di Mediacreative Co), http://drono.it/video.html (cliccare poi su Baradello per vedere il video realizzato con drone), https://www.youtube.com/watch?v=aZzE45bJdqQ (video di tvholidayit).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Baradello, https://www.saliinvetta.com/culture-e-tradizioni/2521-il-castel-baradello-como, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00314/

Foto: la prima è presa da http://www.ilgiorno.it/como/cosa%20fare/como-baradello-festival-1.2340458, la seconda è un fotogramma tratto dal video https://vimeo.com/172290066.

Il castello di venerdì 26 gennaio





TRENTO - Castello della Torre Franca a Mattarello

In passato Mattarello era comune (codice 22867), ma è stato soppresso dal governo fascista, per la realizzazione del progetto de "La grande Trento". La parte più antica del paese appare suddivisa in due nuclei distinti: quello più a valle, raccolto nei pressi della chiesa e lungo l'antica via di collegamento Trento-Rovereto, e quello più a monte, che si concentra a sud del medievale Castello della Torre Franca. Il Complesso fortificato di Mattarello è una struttura austro-ungarica formata da tre fortificazioni: bassa, medio (in località Doss Ròcol) e alta (in località Zampetta) che serviva per la difesa di Trento durante la Grande Guerra che è divenuta area da parco per la località. Si tratta di un maniero caratterizzato da una pianta quadrangolare con quattro torri cilindriche ai vertici del quadrilatero e con al centro un alto mastio quadrato, che costituisce la parte più antica della costruzione, chiamato Torre Franca in relazione ai privilegi e alle immunità che erano stati concessi. Il paese di Mattarello trae il suo simbolo da questa torre. Lungo il perimetro del terreno circostante, oggi coltivato a viti, rimangono alcuni brani di una cinta di mura con merli guelfi. Il castello venne fatto costruire nel XII secolo dalla famiglia dei Castelbarco, al fine di controllare la strada che, attraverso il passo della Valsorda, collegava la Valle dell'Adige con la Valsugana. Nel 1391 una fonte menziona chiaramente il "castrum Matarelli ". La sua storia si caratterizza per i continui cambi di gestione o proprietà: dopo essere stato feudo dei Castelbarco, in seguito passò per via matrimoniale alla famiglia dei Castelnuovo di Caldonazzo; più tardi il principato vescovile si riappropriò della fortificazione, da sempre feudo appartenente alla Chiesa di Trento; l´edificio venne restaurato e fatto decorare per volere di Bernardo Clesio, e nel 1532 venne ceduto in feudo a Nicolò Trautsmanndorf, che provvide a trasformarlo in un'elegante dimora signorile (lo abbellì con affreschi e con aggiunte in stile rinascimentale: dei porticati, una scuderia, una cappella, in parte andate distrutte). Nel 1546 la Torre di Mattarello ospitò per volere del cardinale Cristoforo Madruzzo una prestigiosa delegazione pontificia. Nel secolo successivo venne acquistata da Mattia Galasso, celebre comandante trentino dell´esercito imperiale e protagonista della Guerra dei Trent´Anni, e nei secoli seguenti venne posseduta da diversi proprietari. Nel corso della prima guerra mondiale il castello ospitò un ospedale militare austro-ungarico, come testimonia la grande croce rossa dipinta sopra il portale a nord-ovest. Oggi il castello è di proprietà privata e non è aperto al pubblico. La struttura rappresenta un caso unico nel suo genere in ambito Trentino: si tratta di un ampio e possente complesso a pianta quadrangolare, di sicura influenza lombarda. L´aspetto attuale è quello che la fortezza assunse nel corso del Cinquecento, quando la torre quadrangolare di origine medievale venne circondata da un palazzo composto da quattro edifici, anche essi di forma regolare. Negli angoli vennero innalzati quattro torrioni cilindrici, dei quali quello di Nord-Est ospitava la cappella. All´interno si presenta come un maestoso palazzo adatto a ricevere illustri ospiti e decorato con numerosi affreschi il cui tema dominante è quello della caccia, passatempo tipicamente signorile e grande passione dello stesso Nicolò Trautsmanndorf, committente della radicale trasformazione cui il palazzo fu sottoposto. Attualmente proprietà di privati, è giunto fino a noi in ottimo stato di conservazione. Altro link suggerito: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Trentino/trento/mattarello.htm.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Mattarello, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Torre_Franca, http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castello-di-Mattarello-o-della-Torre-Franca (E. POSSENTI, G. GENTILINI, W. LANDI, M. CUNACCIA (a cura di), Castra, castelli e domus murate. Corpus dei siti fortificati trentini tra tardoantico e basso medioevo. Apsat 5, pp. 260-262. Mantova 2013)

Foto: la prima è presa da https://www.cultura.trentino.it/Luoghi/Tutti-i-luoghi-della-cultura/Castelli/Castello-di-Mattarello-o-Torrefranca, la seconda è presa da http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castello-di-Mattarello-o-della-Torre-Franca

giovedì 25 gennaio 2018

Il castello di giovedì 25 gennaio





 
MERANO (BZ) - Castel Rametz in frazione Maia Alta

Le prime notizie storiche riguardanti il castello risalgono al 1269, quando venne citato per la prima volta in documenti scritti. Tra il XIV e il XV secolo fu di proprietà della famiglia Rametz, estinta intorno al 1497; passò poi agli Aichner, quindi ai Quaranta, ai Planta, ai Travers e ai Parravicini. Nel 1836 venne acquistato da Francesco Flarer, professore all'Università di Pavia, la cui figlia sposò Agostino Depretis. Egli lo trasformò nella propria abitazione, eseguendo un radicale restauro che portò il castello all'aspetto attuale, caratterizzato da torrette e merlature ghibelline, pinnacoli e feritoie. Altri lavori furono condotti intorno al 1870 dal nuovo proprietario Friedrich Boscarolli. Durante la II guerra mondiale fu requisito dalle truppe tedesche insieme a Castel Labers e usato come base logistica per l'Operazione Bernhard. Nel 1954 vi morì lo scrittore austriaco Fritz von Herzmanovsky-Orlando. Attualmente è sede di una rinomata azienda vinicola (http://www.rametz.com/italiano/) con un ristorante e un piccolo museo del vino (allestito dalla famiglia Schmid a partire dal 1980) ricavati negli ambienti del castello, specialmente Pinot. Il resto del maniero non è normalmente visitabile. Nel Museo del Vino nel corso dei decenni sono stati raccolti e sistemati numerosi attrezzi un tempo utilizzati per la viticoltura e la coltivazione e la lavorazione del grano e dei cereali, quest'ultima tipica della Val Venosta: utensili per la lavorazione del terreno e per la vendemmia, macchine per il trasporto dell'uva e per la successiva vinificazione. Dal 2007 la collezione si è arricchita di immagini ed oggetti antichi usati per la lavorazione e la produzione dello speck. Altri link suggeriti: https://www.suedtirolerland.it/it/cultura-e-territorio/castelli/castel-rametz/, https://www.histouring.com/strutture/castel-rametz/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Rametz, http://guidaaltoadige.blogspot.it/2011/08/castel-rametz.html, https://www.dolomiti.it/it/luoghi-da-visitare/musei/museo-del-vino-castel-rametz/

Foto: la prima è della mia amica Romina Berretti, la seconda è di Thesurvived99 su https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Rametz#/media/File:Rametz,_Labersstr._4,_Obermais,_Meran.JPG

mercoledì 24 gennaio 2018

Il castello di mercoledì 24 gennaio






MONTERCHI (AR) - Rocca

Citato per la prima volta in un atto di donazione del 1095, Monterchi era un feudo dei marchesi del Monte Santa Maria, che nel 1194 lo cedettero in accomandigia al comune di Arezzo insieme a tutto il plebato di Sant’Antimo in Val Tiberina di cui anche Monterchi faceva parte; e ai del Monte esso rimase fino a quando nei primi decenni del XIV secolo non se ne impadronirono il vescovo aretino Guido Tarlati e suo fratello Pier Saccone. Il dominio della famiglia Tarlati durò fino al 1440, quando, in conseguenza della vittoria fiorentina ad Anghiari, l’ultima reggente, che si era schierata con i Visconti, venne spodestata e Monterchi entrò a far arte dello stato fiorentino. Pochi anni dopo (forse nel 1460) in memoria della madre nata a Monterchi qui Piero della Francesca compì il mirabile affresco della Madonna del Parto, che divenne oggetto di singolare venerazione. Un rovinoso terremoto subì il paese nel 1917. I bastioni del castello e l'antica rocca in parte conservata, fanno fede della valida resistenza che potevano opporre gli abitanti a qualunque assalto. Nel ripiano adiacente all'alta rocca trovasi ora la pubblica piazza, da un lato della quale è il palazzo del Giusdicente, ed in un angolo remoto l'Aripretura, restaurata nel 1723. Il centro storico offre ancora scorci molto suggestivi come l'antica via de' Medici, un camminamento coperto vicino alla piazza, la terrazza panoramica della Rocca, dalla quale si può godere di una splendida vista sull'armoniosa campagna monterchiese, o il monastero di San Benedetto, appena fuori le mura. Qui è possibile visitare virtualmente ciò che resta della rocca: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=94502. Altro video suggerito è il seguente (di GENU1111): https://www.youtube.com/watch?v=lErvv4OhRKs.

Fonti: https://www.comunemonterchi.it/la-storia-di-monterchi/, http://www.valtiberinaintoscana.it/monterchi/centro-storico, http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Monterchi

Foto: la prima è di Dario Zardo su http://mapio.net/pic/p-63538339/, la seconda è presa da http://www.tguido.com/alta-valle-del-tevere/monterchi/

martedì 23 gennaio 2018

Il castello di martedì 23 gennaio






VERRONE (BI) - Castello

E' un complesso di edifici di origine medievale. Nelle immediate vicinanze si rinvennero lucerne e cinerari romani, il che fa pensare che questo sia sorto in prossimità o sul luogo di un abitato gallo romano. L'origine del castello può dunque ritenersi più antica delle parti oggi restanti e databili intorno al XIV e XV secolo. L'impianto originario, ricollegabile ad un periodo anteriore al XIII secolo, era costituito probabilmente da una corte organizzata intorno ad uno spazio quasi quadrato, delimitata da una cerchia di mura alte circa 5 metri e rinforzata, nell'angolo a nord-ovest, da un bastione. A tale ipotetico disegno iniziale si sono stratificati nel tempo numerosi interventi, che hanno lasciato nel complesso attuale quella manifesta impronta di asimmetria che caratterizza l'architettura spontanea. L'accesso in origine era previsto nella zona ad est, ed è in seguito stato rimarcato da un portale ad arco, con funzione di chiusura ma soprattutto di segnale gerarchico specifico. Sull'origine del toponimo esistono due ipotesi: secondo la prima esso deriverebbe dal latino Vetus (vecchio), mentre la seconda lo fa risalire al termine celtico Uer (superiore, che sta sopra). Le vicende del castello furono per lungo tempo legate a quelle di un ramo biellese della nobile famiglia dei Vialardi, di fede ghibellina, la quale detenne a lungo i diritti feudali sul borgo di Verrone. Dopo aver contrastato l'alleanza guelfa guidata in questa zona dalla famiglia Avogadro il 19 febbraio 1373 Simone Vialardi si sottomise con il dominio di Verrone ad Amedeo VI di Savoia ed ottenne favorevoli condizioni economiche ed un'ampia autonomia amministrativa per i propri domini. I Vialardi rimasero così per secoli signori della zona perché i Savoia confermarono in seguito puntualmente i privilegi accordati alla loro casata. Questo dominio quasi incontrastato durò nella pratica fino all'Ottocento ed ebbe termine quando nel 1835 un celebre botanico, Maurizio Zumaglini, acquistò il castello dai conti Amedeo e Augusto Vialardi. Zumaglini visse a lungo nel castello dove scrisse la sua Flora pedemontana, una monumentale opera in latino che elenca le specie vegetali del Piemonte e della Valle d'Aosta. Prima di divenire comunale il castello appartenne anche alla nobile famiglia Cornetto Bourlot, originaria del biellese, il cui ultimo discendente è Giuseppe Cornetto Bourlot. Il castello di Verrone raggiunse la sua attuale conformazione quadrangolare con sviluppo attorno ad una corte centrale a seguito della trasformazione di fortificazioni preesistenti, documentate già nel corso dell'XI e del XII secolo. La parte più antica del castello è il massiccio torrione quadrangolare a sud-ovest del complesso, costruito a paramenti di mattoni con qualche corso binato di pietre a ceppi. Tale torrione, di proprietà privata, attualmente è completamente ristrutturato. L'ipotesi che questo mastio sia più antico delle altri parti del fortilizio parrebbe confermata dalle evidenti tracce di sopraelevazione di un corpo di fabbrica preesistente. La sopraelevazione dovette probabilmente avvenire nel XV secolo, dal momento che il torrione pare munito superiormente di ampie caditoie tipicamente quattrocentesche. Tale intervento quasi certamente coincise con un ampio intervento di restauro ed ampliamento del castello d aperte dei signori del luogo, effettuato durante il periodo di stabilità politica che seguì la fine delle lunghe guerre tra Visconti e lega anti-viscontea. Si può dunque far risalire a quel periodo anche la costruzione della rocchetta, ancora oggi visibile sul lato ovest del complesso, che dovette allora essere edificata sia per aggiornare militarmente il Castello, sia per provvedere ad una più degna e sicura dimora alla importante famiglia dei Vialardi, signori di Verrone. Essa è munita di un apparato a sporgere, organizzato su un triplice ordine di mensole in pietra e feritoie cannoniere inferiormente, ed è appoggiata su una torre a pianta circolare, realizzata in mattoni, sulla quale sono chiaramente leggibili tre fasi di intervento. La torre è infatti costituita da una parte certamente più antica che giunge fino all'altezza delle caditoie della rocchetta e termina con merli alla guelfa, i quali appaiono murati per effetto della successiva sopraelevazione della torre, fino all'altezza del tetto della rocchetta. Su questa seconda parte della torre fu aggiunto, in epoca relativamente tarda, un ulteriore coronamento a pianta ottagonale, con un'ampia apertura su ogni lato, ricoperta da un tetto. A differenza delle due precedenti, quest'ultima parte della torre è intonacata, e reca la data del 1698, che dovrebbe riferirsi, con ogni probabilità all'anno della sua costruzione. Secondo il Gabotto (Gabotto, Castelli biellesi), è probabile che esistessero anticamente altre tre torri collegate a questa situata all'angolo di sud-ovest "da un muro fiancheggiato esternamente da un secondo fossato". Mentre gli affacci esterni conservano una complessa ma marcata connotazione architettonica, gli affacci interni sulla corte hanno smarrito il loro significato originario, cedendo certamente sotto l'impatto dei numerosi e variegati interventi successivi. Il massiccio edificio posto a nord-ovest della corte presenta tracce di merlatura a coda di rondine; l'angolo nord-est del complesso è invece stato compromesso dai lavori eseguiti nell'Ottocento per la costruzione di una scuola materna. All'interno della corte è presente una cappella seicentesca che conserva affreschi dedicati all'Assunzione della Vergine mentre nel giardino rivolto a sud si trova un altro piccolo edificio religioso, decisamente più antico, che possiede un'abside forse risalente al XII secolo. La chiesetta è dedicata ai santi Simone e Giuda ed è anch'essa stata affrescata (XV secolo). Il castello è attualmente adibito in parte ad abitazione privata ed in parte ad uffici pubblici. Esso è infatti per circa metà di proprietà del Comune di Verrone, che ne sta completando il restauro. Dal 2015 parte dell'edificio è sede del Falseum, museo nel quale il tema affrontato è il falso nella storia e i suoi effetti, sia positivi che negativi. Il percorso concepito, che si sviluppa in varie sale, consente al visitatore di sviluppare un concreto punto di vista riguardo alla tematica. Altri link suggeriti: http://archeocarta.org/verrone-bi-castello-e-cappella/, http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_BI_Verrone.htm (con belle foto).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Verrone, http://www.comune.verrone.bi.it/storia_del_comune/edifici_monumenti_e_opere_d_arte_significativi.html

Foto: la prima è presa da http://www.atl.biella.it/rete-museale/siti-museali/dettaglio//-/dettaglio/436378?_ArticleDetailOneInstance_WAR_TripMashupportlet_backUrl=http%3A%2F%2Fwww.atl.biella.it%2Frete-museale%2Fsiti-museali%2F-%2Fquery%2Fcurrentpage%2F1%2Fpagesize%2F10%3Bjsessionid%3DEA5AAC277D2B7C26A5F6F730771AD1C9, la seconda è di F. Ceragioli su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Verrone#/media/File:Castello_verrone_da_nord.jpg

lunedì 22 gennaio 2018

Il castello di lunedì 22 gennaio






MONTELEPRE (PA) - Torre Ventimiglia

Il feudo inizialmente apparteneva al monastero di S. Caterina al Cassaro di Palermo che fece costruire mulini e fondachi. Nel 1429 il feudo fu acquistato dalla Cattedrale di Monreale. Poiché in zona c'erano numerosi briganti che disturbavano la quiete del paese e raccoglievano i frutti del feudo senza permesso, l'arcivescovo di Monreale, Giovanni Ventimiglia, fece costruire una torre per controllare tutto il feudo, dopo aver ottenuto il permesso nel 1433 dal Re delle due Sicilie, Alfonso V d'Aragona. La torre fu ultimata in circa due anni. Il materiale usato proveniva in gran parte delle rovine del Monte D'Oro, che tuttora sovrasta alle spalle dell'attuale paese. La gente che voleva stabilirsi a Montelepre, sentendosi sicura, incominciò a costruire le proprie case intorno ad essa. Nel 1449 Ventimiglia morì e per lascito testamentario il feudo e la Torre passarono alla cugina Isabella Ventimiglia, principessa di Carini che li abbandonò per molti anni. Un consigliere di Federico II per questo concesse il feudo a Pietro Formica nel 1508. Anni dopo fu affidato al nobile Vernagallo, barone del feudo di Daino - Asturi la cui famiglia dominava un territorio che andava da Carini a Giardinello. Dopo la sua morte il feudo fu concesso al nipote che gli apportò delle migliorie. Verso la metà del 1600 passo a Pietro Bellacera. Anche lui fece delle opere di bonifica per la torre e il feudo. Dopo il 1584 vennero aggregati al territorio di Montelepre anche i territori di Suvarelli, Bonagrazia, Sagana e Calcerame. Nel 1600 circa il villaggio passò a Pietro Bellacera di Monreale. Dopo la sua morte la moglie Maria fece costruire una chiesa, che divenne poi la chiesa madre. Alcuni anni dopo furono costruite anche la chiesa di Sant'Antonio e la chiesa di San Giuseppe. Nel 1715 il villaggio era costituito da 138 case. Castrenze di Bella, un ricco proprietario monrealese, fece costruire un piccolo ospedale civico nella periferia nord del paese e il collegio di Maria che aveva lo scopo di istruire le ragazze nell'arte del ricamo. Alla fine del Settecento si è registrato un notevole incremento della popolazione. Infatti nel corso di questo secolo è passata da poche centinaia di abitanti a ben 3 000. Nel 1812 il villaggio fu dichiarato comune con il nome Montelepre e nel 1848 Paolo Migliore vi fondò una società segreta di carbonari che aveva rapporti diretti con Giuseppe Mazzini. I carbonari monteleprini cacciarono le truppe borboniche che stavano per attaccare il paese e si misero agli ordini di Garibaldi durante la sua marcia verso Palermo. Nel 1864 anche Montelepre fu infestato dal colera per tre anni. Morirono molte persone e il comune ebbe grossi problemi per la sepoltura, per questo nel 1880 fu costruito un cimitero in un vasto appezzamento di terreno. Alla fine dell'Ottocento alcuni giovani monteleprini rinunciarono alla chiamata alla leva e diventarono briganti. Dal 1900 in poi molti paesani emigrarono in cerca di lavoro negli Stati Uniti d'America e verso il nord Europa. Dalla prima metà del Novecento Montelepre è stato al centro dell'attenzione poiché in quegli anni il bandito monteleprino Salvatore Giuliano seminava il terrore nei paesi più o meno vicini. La Torre Ventimiglia è il principale monumento all'interno del centro storico di Montelepre ed uno dei principali dell'area del Golfo di Castellammare e, per la specifica tipologia a cui appartiene è uno dei pochi esempi in Sicilia ed in Italia di donjon residenziale. Il valore non si arresta esclusivamente alla rarità tipologica, ma è importante anche perchè investe le vicende storiche dell'area territoriale sotto l'influenza della Diocesi di Monreale alla fine del Medioevo. La costruzione si presenta oggi come un enorme volume parallelepipedo circondato quasi interamente da edifici per abitazione e ricorda i dongioni normanni di Paternò e Adrano. Si eleva su tre piani ed è coronata da una merlatura con orologio di epoca successiva. In origine era posta su una rupe naturale e sono evidenti gli affioramenti rocciosi sia all'interno che all'esterno della Torre sui quali è stata innalzata la massa compatta, che con i suoi 25 metri circa d'altezza domina la valle del Golfo di Castellammare. In base a considerazioni (nella 3° elevazione la volta a crociera costolonata s'interrompe alla base facendo ipotizzare un crollo dovuto all'incuria e all'abbandono nella quale versava nel XVI sec.) la torre doveva essere più alta di circa 5-6 metri, raggiungendo un'altezza di circa 30 metri, con dimensioni esterne 21,30x16,80m. La Torre, circondata da mura, formava una corte, molto grande in confronto ad altri esempi. Questo spazio che circonda i donjons, nell'area francese ed anglo-normanna è un elemento tipico chiamato basse-cour. Possiamo solo ipotizzare il perimetro del muro di cinta. Probabilmente era generato dai muri della Torre nord ed est, essendo in origine il muro al pianterreno cieco, sfruttando la robustezza stessa della Torre e generando uno spazio chiuso, forse quadrangolare, che verso est s'interrompeva a ridosso del dislivello ancora oggi evidente e ad angolo continuava delimitandolo per circa 60-70 metri fino a raggiungere l'altro dislivello a sud e così via chiudendo ad angolo la corte in corrispondenza del muro est della Torre. Ancora oggi questo spazio è chiamato bagghiu della Torre, un toponimo che ha evidenti riferimenti all'originaria corte organizzata alla maniera dei bagli fortificati siciliani. I muri della torre, costruiti da pietrame informe legato con malta di calce e filari di pietra calcarenitica agli angoli, hanno uno spessore dalla base al primo piano di 2,10 m. e al secondo piano di 1,30 m., fornendo un apparato murario scabro e privo di facili appigli, aperto da monofore, bifore e una trifora, sorretta da colonnine diverse l'una dall'altra (oggi ne rimangono soltanto tre originarie). Al piano terreno possenti mura interne disposte a croce formano quattro ambienti su varie elevazioni a causa dell'orografia del terreno, con volte a botte. Al primo piano vi sono due ampi saloni rettangolari con volte a crociera costolonate a sesto acuto a pianta quadrata divisi da robusti archi mediani, sorretti da peducci con varie decorazioni e con chiavi di volta (fra cui una pendula) anch'esse decorate con stemmi (uno è lo stemma dei Ventimiglia) e con decorazioni geometriche. Il secondo piano, come già accennato, ha il tetto più basso e presenta la medesima divisione degli ambienti del primo piano. Nel salone ad Est si trova una pregevole nicchia ad arco acuto polilobato sorretto da due coppie di semicolonne con capitelli a palmetta, abside della piccola cappella, e una grossa cisterna, a testimoniare l'uso residenziale della torre. Altri link per approfondimenti: http://www.virtualsicily.it/Monumento-Torre%20di%20Ventimiglia-Montelepre-PA-1721, http://www.montelepreweb.it/home/2015/07/27/montelepre-il-comune-condannato-a-restituire-torre-ventimiglia-ai-propreitari/, https://www.vivasicilia.com/itinerari-viaggi-vacanze-sicilia/castelli-in-sicilia/torre-dei-ventimiglia-montelepre.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montelepre, http://digilander.libero.it/montelepre/torre%20ventimiglia.htm (testo tratto da "LA TORRE VENTIMIGLIA A MONTELEPRE: UN DONJON SICILIANO DEL QUATTROCENTO". Tesi di laurea di Giacomo Pizzurro e Maria Previti discussa alla Facoltà di architettura di Palermo. A.A. 1998/99), https://www.siciliainfesta.com/da_visitare/monumenti/torre_di_ventimiglia_montelepre.htm

Foto: la prima è presa da http://www.montelepreweb.it/home/2015/07/27/montelepre-il-comune-condannato-a-restituire-torre-ventimiglia-ai-propreitari/, la seconda è di teleoccidente su http://www.panoramio.com/photo/17731380

sabato 20 gennaio 2018

Il castello di domenica 21 gennaio



CICAGNA (GE) – Torre campanaria

Le origini del comune risalgono alla diffusione del Cristianesimo da parte dei monaci dell'abate irlandese san Colombano ed all'abbazia di San Colombano di Bobbio: ne è testimonianza la costruzione di una delle prime pievi battesimali di cui fece parte anche Coreglia Ligure. Il paese fu dominio della famiglia Malaspina fino al 1114, anno in cui fu inglobato nelle terre della Repubblica di Genova. In un antico documento risalente al 1143 è citata con il toponimo di Plicania, che venne poi trasformato in Chinaglia e quindi nell'odierna Cicagna. Da sempre punto importante della val Fontanabuona, la comunità fu inclusa nella podesteria di Rapallo e successivamente nel suo capitaneato (istituito nel 1608), nello storico "quartiere" di Oltremonte. Nel 1797 con la dominazione francese di Napoleone Bonaparte rientrò dal 2 dicembre nel Dipartimento dell'Entella, con capoluogo Chiavari, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, Cicagna rientrò nel III cantone, con capoluogo Carasco, della Giurisdizione dell'Entella e dal 1803 centro principale del I cantone dell'Entella nella Giurisdizione dell'Entella. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento degli Appennini. Nel 1815 fu inglobato nel Regno di Sardegna, secondo le decisioni del Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Il Paese storico di Cicagna focalizza la sua struttura urbanistica sulla Piazza Madonna dei Miracoli il quale fulcro è rappresentato oggi dalla torre campanaria, costruzione di origine medievale e forse attribuibile ai Fieschi (così è catalogata nel repertorio toponomastico a cura di Maria Paola Ichino e Silvana Bazzi, con coordinamento di Carlo Perogalli, sulla pubblicazione “Castelli Italiani” – 1979 della Editrice Bibliografica). La torre appare isolata in quanto negli anni 30 la chiesa ad essa aggregata venne demolita e ne fu ricostruita una più ampia in posizione diversa. Il suo aspetto prima dell'intervento si avvicinava ad un usuale campanile della Valfontanabuona; infatti era quasi completamente coperto da intonaco con decorazioni pittoriche scaturito dall'ultimo intervento di restauro avvenuto alla fine dell'Ottocento. Ma ad una più attenta osservazione dell'Architetto Rosasco Enrico, interpellato in qualità di progettista, ecco piccoli elementi che potevano rivelare la grande scoperta. Sotto lo strato di intonaco infatti era presente, nella sua interezza un manufatto molto antico e unico nel suo genere. La sua struttura alta e snella presentava una serie di elementi architettonici di notevole importanza storica e in particolar modo la tessitura delle pietre. Occorreva ora una attenta valutazione da parte del progettista per intraprendere il lavoro di restauro e consolidamento: sono stati così invitati i Professori Mannoni dell'Univerisità di Architettura di Genova e Cortesogno dell'Università di Geologia di Genova, i quali hanno fornito gli elementi utili per una corretta valutazione storica. L'idea progettuale si è indirizzata così verso un restauro dell'organismo architettonico teso a porre rimedio al degrado, con la convinzione che i diversi stili in esso contenuti dovevano continuare a manifestare "l'espressione del mutamento" come momento qualificante per l'Architettura. La metodologia dell'intervento è risultata di attuazione assai complessa poichè in un unico manufatto era difficile armonizzare gli elementi eseguiti in epoche così diverse. Ancor più difficoltoso è stato far recepire detta metodologia a coloro i quali dovevano in ultima analisi avvallarla. Altri link suggeriti: http://mapio.net/a/70424186/?lang=it, http://www.panoramio.com/photo/114320292 (foto di Giorgio Vigo)

Fonti: http://www.studiorosasco.eu/sr/notizie/1-ultimetecniche/42-restauro-torre-campanaria-cicagna.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Cicagna,

Foto: la prima è presa da http://ilblogaruotalibera.blogspot.it/2015/04/ciclabile-dellardesia-immagini-visibili.html, la seconda è presa da http://www.newcartolinegenova.it/cicagna.html

Il castello di sabato 20 gennaio



CINIGIANO (GR) – Castello di Vicarello

Sorge circondato da vigneti e uliveti secolari, perfettamente incastonato nel verde lussureggiante della Maremma in provincia di Grosseto, nel pittoresco paesino di Cinignano. La sua ubicazione, non lontano dalla Fattoria di Colle Massari, è all'estremità occidentale del territorio comunale, nei pressi di un caratteristico bosco, denominato foresta di San Martino. Il complesso venne edificato nel Duecento dai Senesi, divenendo un'importante struttura difensiva e di avvistamento. Entrato a far parte della Repubblica di Siena fin dalle origini, attorno alla metà del Quattrocento fu messo in vendita e ceduto ai signori Maggi del Cotone che, oltre al complesso fortificato della loro località di origine, possedevano anche una parte del non lontano castello della Sabatina. In epoca rinascimentale, furono effettuati lavori di riqualificazione che hanno determinato la sovrapposizione di elementi stilistici dell'epoca con quelli preesistenti risalenti al periodo medievale, rendendo l’edificio più adatto alla vita nobiliare. Entrato a far parte del territorio amministrato dal Granducato di Toscana a metà Cinquecento, il complesso è rimasto di proprietà privata anche nelle epoche successive, conoscendo soltanto temporanei periodi di degrado; una serie di recenti restauri, ultimati sul finire del secolo scorso, hanno riportato il castello all'antico splendore. Il castello di Vicarello, attualmente adibito a residenza agrituristica (http://it.castellodivicarello.com/), è preceduto dai resti di due torri a sezione quadrangolare, di cui una meglio conservata, e a tratti delimitato da cortine murarie in blocchi di pietra. I fabbricati che costituiscono il complesso si articolano attorno ad un cortile interno, a cui si accede attraverso una caratteristica porta ad arco incorniciata da rose rampicanti; le pareti sono interamente rivestite in pietra. Non lontano dal castello si trovava un'antica pieve, oramai sconsacrata e adibita ad abitazione privata, della quale è riconoscibile soltanto l'architettura con campanile a vela. I cinque appartamenti o suite che compongono il Castello di Vicarello hanno conservato intatto il fascino della sua storia, offrendo ospitalità e comfort di massimo livello oltre che una superba vista panoramica sulla campagna toscana. Le Suites sono tutte arredate con mobili d'antiquariato e preziosi oggetti artigianali. Altri link suggeriti: http://castellodivicarello.com/castello-vicarello-film/, https://vimeo.com/105233592 e https://vimeo.com/104914048 ( entrambi i video di Alberto Narduzzi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Vicarello, https://www.histouring.com/strutture/castello-di-vicarello/#, http://www.relaistoscana.com/it/k/castelli-toscana/castello-vicarello.html

Foto: la prima è presa da https://www.histouring.com/strutture/castello-di-vicarello/, la seconda è presa da https://www.icastelli.net/it/castello-di-vicarello

venerdì 19 gennaio 2018

Il castello di venerdì 19 gennaio




STILO (RC) - Castello normanno

Costruito da Ruggero II di Sicilia sul Monte Consolino nell'XI secolo, ha torri triangolari eccetto quelle che circondano il forte che hanno una forma circolare e sono provviste di feritoie. Una torre si chiama Altavilla. La zona centrale del castello era una chiesa-cappella con un altare principale e 4 altari adiacenti ai muri del locale. La raccolta di acqua piovana avveniva con tubi di coccio e tegole affrontate e con una cisterna posizionata al di sotto dell'edificio centrale La prima attestazione della presenza del Castello Normanno a Stilo è fatta il 7 maggio del 1093 in una concessione del Conte Ruggero nei confronti di San Bruno: "elegerunt itaque quondam solitudinis locum inter locum qui dicitur Arena et oppidum quod appelatur Stilum". Nel XIII secolo il Castello di Stilo era uno dei diciassette castelli calabresi amministrati della Reale Curia nel regno di Carlo I d'Angiò ed era anche utilizzato come prigione. Sempre nello stesso periodo dovette subire una serie di riparazioni come documentato dal folio 233 dell'Archivio della Regia Zecca del 1281. Nel Registro Regio del 14 aprile 1323 è scritto che il Duca di Calabria, figlio del Re Roberto concesse al Nobile, Contestabile, Barone di Settingiano Marco la Castellania di Stilo e che a lungo fu retta dalla sua discendenza. Nel XVI secolo fu attaccato dal Preside della Provincia con 4000 pedoni e 2000 cavalieri e tenuto sotto assedio per tre mesi per concederlo al Duca D'Arena come racconta l'erudito Vito Capialbi. Nel 1677 Padre Apollinare Agresta nella sua opera La vita di San Giovanni Theresti lo descrive così: " La città, oltre d'esser già forte, e munita di difese, e di difenditori, era anche resa inespugnabile dal castello, che torreggiava su la cima di detto monte, che con la sua superiorità la signoreggiava, e teneva sicura da qualunque hoste ben numerosa: anzi per essere questo Castello assai forte sopra tutti gli altri della provincia, era in quei tempi preggiatissimo a' Re e godeva alcune prerogative e fra l'altre che molti Baroni e feudatari, fossero obligati alle di lui reparazioni". Il castello è menzionato nel XVII secolo da Giovanni Fiore da Cropani in Della Calabria illustrata. Nel XVIII secolo con il Regno di Napoli a governo del castello vi era un castellano nominato direttamente dal re che era al comando della guarnigione di difesa e veniva pagato due tarì al giorno. Nel XIX secolo il Castello versava in stato di abbandono e Crea lo descriveva così: "Qua i muri sono di sole pietre alzate, e queste pietre mezzanamente grosse sono della stessa roccia calcarea sulla quale le torri si sollevano. Non hanno volte, o divisioni di piani diversi. Vari buchi interni e laterali vi annunziano la possibilità di formare, nel bisogno, e per comodo di difensori che la custodivano, strati provvisori di legnami: e le saettìere e i gittatoi che si veggono aperti all'altezza corrispondente sopra tali strati avvalorano l'idea concepita. Non porte non finestre ad alcun lato, queste torri restano scoperte ed alla sommità di esse, in giro, si vede qualche merlo in forma di cono della fabbrica stessa dell'edifizio principale. Dal lato di occidente questa ha una sola apertura che comunica col rimanente del monte sino al suo vertice.". Il castello di Stilo era cinto da varie opere di difesa che lo rendevano assolutamente inespugnabile. Di queste cinture se ne possono identificare ancora parecchie lungo l’erta del monte Consolino. C’erano inoltre, sparsi qua e là, strategicamente, altri posti di guardia e singole difese che potevano rendere sempre più difficile, per non dire impossibile, il passaggio al nemico, che avesse eventualmente forzato le altre opere difensive. In questi recinti si distinguono ancora tre porte e due postazioni ricordate con il nome delle antiche macchine (armi) di difesa che ivi erano installate: ingenia e mangana. La cinta bassa delle fortificazioni cominciava poco più sopra della chiesetta bizantina La Cattolica. Altri sbarramenti, serbatoi di acque e rifugi precedevano il castello vero e proprio che aveva fortificazioni autonome coronate da parecchie torri semicircolari. Dal 2009 è iniziato un lungo restauro sotto la guida della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Calabria, guidata da Margherita Eikeberg e conclusosi il 14 maggio 2016. In concomitanza, da settembre 2015 sono iniziati i lavori per un trenino su monorotaia per un raggiungimento più agevole del castello anch'esso concluso nel 2016. Si accede al Castello tramite un sentiero che parte dal luogo in cui si trova la Cattolica, altro monumento per cui Stilo è famosa; e seguendo il percorso che conduce per le 14 stazioni della via Crucis, al termine del quale si nota il castello, di cui sono ormai visibili le mura laterali, e percorrendo un breve tratto si arriva a destinazione. Un percorso alternativo parte nelle vicinanze all'accesso del cimitero di Stilo, si cammina per un largo sentiero all'inizio asfaltato e poi in terra battuta che compie diversi tornanti. Verso la fine, il sentiero si restringe e si cammina in fila indiana fino ad arrivare a un bivio, si prende il sentiero di destra che via via si allarga fino ad arrivare allo spiazzo dinanzi alla porta principale del castello. Prima di arrivare si vedono sulla destra (verso il mare) i resti di alcuni torri. Lungo questo sentiero è in allestimento da luglio 2015 una piccola monorotaia. Secondo una leggenda, nel 982 il califfo arabo Ibrahim ibn ahmad dalla Sicilia sbarcò nella Calabria bizantina, con intenti di conquista. Giunse presso il castello (in realtà in quell'epoca non ancora esistente), dove si erano rifugiati gli abitanti della zona, per ordine del "granduca". Al castello si arrivava solo da uno stretto passaggio da percorrere in fila indiana e il califfo decise di prenderlo per fame. Al finire delle provviste, il "granduca" fece fare della ricotta con il latte delle donne che avevano avuto bambini da poco e lo fece gettare contro il campo nemico, convincendo così gli Arabi che nel castello esistessero grandi riserve di cibo, tanto da poterlo utilizzare come proiettili e che l'assedio avrebbe avuto lunga durata. Inoltre il califfo assaggiò la ricotta, allora sconosciuta agli Arabi e si ammalò di dissenteria: i medici al suo seguito lo curarono con decotti di salvia, ma peggiorarono la situazione. Il nipote del califfo, Gabir, decise dunque di ritirarsi e il castello fu liberato dall'assedio. Il punto dove cadde la ricotta fu chiamato Vinciguerra, nome che esiste ancora al giorno d'oggi. Si racconta di Carlo d'Angiò che fece mozzare le mani e i piedi a centinaia di Stilesi, incarcerati dopo la rivolta del borgo e ripresi dopo un tentativo di fuga. I ribelli morirono dissanguati nelle orrende segrete del castello: per quanto se ne sa, l'unica prigione del mondo che sarebbe stato inutile chiudere a chiave perché era scavata, poco sotto le mura, in una vertiginosa parete di cinquecento metri a picco sul versante opposto a quello del borgo. Si entrava e si usciva, così, attraverso un'unica apertura soltanto quando si era calati oppure issati dall'alto con una fune. Oppure si saltava nel vuoto per morire sfracellati, ma avendo messo fine alle torture. Ben pochi tornavano vivi, dalla prigione del castello. Ma tra questi si ricorda una nobile matrona, di nome Regina, di cui si diceva in paese che avesse avuto per magìa una gallina tutta d'oro, e capace di fare ogni giorno un uovo ancora d'oro. Il ribaldo governatore Costa Peloga circuì la donna a cui voleva strappare il segreto, ma la donna non parlava e il prepotente la fece bastonare a sangue rinchiudendola nel castello. Il nipote di lei, Costa Condomicita, venne a saperlo e da Crotone, dove si trovava alla corte del duca, ritornò a Stilo inviando rispettosamente ricchi doni al governatore come se nulla fosse accaduto. Ma subito dopo si accordò con tredici amici, invitati al sontuoso banchetto: quando si alzarono da tavola, il complotto era già ordito. All'alba, i congiurati si presentarono al palazzo del governatore e appena le guardie aprirono la porta irruppero nella stanza da letto di lui levando i pugnali. Con un balzo, lo sventurato raggiunse la finestra e si gettò su un terrapieno tentando di salvarsi fuggendo ma venne raggiunto, legato e "condotto al popolo dalle mani del quale ricevette la morte dopo i peggiori oltraggi". Costa Condomicita venne eletto governatore, la matrona fu immediatamente liberata. E la cronaca non dice più nulla della prodigiosa gallina che per la gente minuta covava le uova d'oro, ma per qualcuno capace di leggere nei simboli nascondeva forse qualche altro e anche più prezioso segreto. Altri link suggeriti: http://stilo.asmenet.it/index.php?action=index&p=226, http://atlante.beniculturalicalabria.it/luoghi_della_cultura.php?id=25596, https://www.youtube.com/watch?v=aJdkA9crvQY (video di Francesco Montepaone), https://www.youtube.com/watch?v=Q2SEajdARJE (video di divingpuntastilo)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Stilo, https://castlesintheworld.wordpress.com/category/castelli/castelli-deuropa/castelli-ditalia/castelli-della-calabria/, http://www.visitstilo.it/parco-cattolica-stilo/castello-normanno/

Foto: la prima è presa da http://www.giadaviaggi.it/actionphp/show.Photo.php?idGallery=65&idImage=2&sID=07d93ce52073e44287bea3dffe4c034b, la seconda è di Foursquare su https://it.pinterest.com/pin/491736853038931400/

giovedì 18 gennaio 2018

Il castello di giovedì 18 gennaio




 

CASTELSARDO (SS) - Torre di Frigianu (di Salvatore Tola)

Nell'arrivare a Castelsardo, la strada che proviene da Sassari offre dapprima, all'improvviso dopo una curva, la vista della rocca (https://castelliere.blogspot.it/2016/07/il-castello-di-mercoledi-20-luglio.html) e della cittadina, poi si allontana dal mare per aggirare l'insenatura e il porto di Frigiano. Quando si riavvicina compare una torre cilindrica che si leva da scogli alti appena qualche metro. Chi conosce la storia di questi edifici, che furono eretti dai governanti spagnoli a partire dal Cinquecento per contrastare le incursioni dei pirati nordafricani, si meraviglierà di vederla ancora in piedi. Questa, poi, è una delle prime, la si trova registrata nella relazione compilata nel 1577 dall'architetto militare Rocco Cappellino. E in effetti la torre si presentava sino a qualche anno fa in condizioni penose, mangiata dalle onde e dalla salsedine e in evidente pericolo di crollo, sebbene la muratura abbia più di un metro di spessore. Oggi mostra invece un paramento ben curato, frutto di un restauro a base di cemento. Un restauro discutibile, secondo qualcuno, ma giustificato dalla posizione. È solo l'ultima di tante vicende. Già alla fine del Cinquecento il visitatore generale del regno dovette ordinare una prima riparazione. Ma poco tempo dopo, col diffondersi delle armi pesanti, divenne pressoché inutile perché rientrava, insieme al porto che era destinata a difendere, nel raggio d'azione dei cannoni collocati nella cittadella di Castelsardo. Fu cosi abbandonata dai pochi soldati che l'avevano presidiata sino ad allora, e iniziò nuovamente a deteriorarsi. E il nuovo governo piemontese, subentrato nel 1720 a quello spagnolo, preferi non includerla nel nuovo sistema di difesa costiera che andava predisponendo. Abbandonata ancora una volta, la torre di Frigiano è arrivata quasi per miracolo sino ai nostri giorni. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=nSLag8BbC_k&vl=it (video di thesilentube83), https://www.canstockphoto.it/castelsardo-torre-15007575.html.

Fonti: http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2010/08/08/STGPO_STG01.html

Foto: la prima è una cartolina trovata su http://www.ebay.it/itm/CASTELSARDO-SASSARI-PANORAMA-E-TORRE-DI-FRIGIANO-40425-/270980815268, la seconda è di Agnese Solinas su https://www.flickr.com/photos/33061640@N08/3805461674