mercoledì 28 febbraio 2018

Il castello di mercoledì 28 febbraio



PONTE DELL'OLIO (PC) - Castello Anguissola di Folignano (o Fulignano)

Di questo maniero non si hanno notizie anteriori al XIV secolo. Nel 1319 la famiglia Copallati lo vendette ai figli di Riccardo Anguissola, fratello di Bernardo Anguissola, che è stato proprietario anche del castello di Riva. Costruito su un preesistente castrum nella località un tempo detta Fulignano, è citato nelle cronache per aver ospitato nel 1335 i partigiani del Duca di Milano Galeazzo Visconti in guerra contro il Papa. Nel 1376 l’edificio era degli Anguissola di Vigolzone, i quali ottennero diverse conferme di proprietà del luogo sia da parte dei Visconti che degli Sforza. Nel 1414 i congiunti Antonio Anguissola di Giovanni, Pietro e Riccardo di Bernardo, ebbero dall’imperatore Sigismondo l’investitura feudale de fortilizi di Folignano e di Vigolzone e della villa di Albarola. Importante la data del 1482 in quanto Gian Galeazzo Sforza rinnovò i privilegi riguardanti Folignano al conte Giovanni Carlo Anguissola, per avere egli valorosamente combattuto con il grado di capitano sotto Francesco Sforza. Nel gennaio del 1504 il re di Francia, che subentrò agli antichi signori nel ducato milanese, infeudò il conte Pier Bernardino Anguissola dei feudi di Folignano e San Polo. Il castello rimase degli Anguissola, benchè di rami diversi, fino alla fine dell'Ottocento. La sua pianta è quadrangolare e ad ogni vertice si erge una bassa torre di forma circolare, secondo una tipologia tipica di altri fortilizi tardo-trecenteschi piacentini. Sul fronte occidentale, costituito da un portico a sei campate, si colloca l'ingresso, preceduto da un ponte sul fossato che circoscriveva l'edificio. Ora il fossato è occupato dal bocciodromo. Fra i quattro corpi di fabbrica, quelli a settentrione e a meridione sono più alti. Il torrione maggiore a sud-ovest, conserva il coronamento e ampie aperture arcuate. Oggi il complesso, costruito in pietra e mattoni, poi in gran parte intonacato, presenta all'esterno uno stato di forte degrado, causato dal trascorrere del tempo. I fronti del cortile interno invece, sono stati restaurati in tempi recenti per adeguarli alla destinazione di azienda agrituristica ed abitazioni privata. Tracce di antiche decorazioni si trovano in alcune stanze. L’oratorio annesso al fortilizio è in condizioni di completo abbandono. Attualmente è stato anche trasformato in azienda agricola con punto vendita di prodotti tipici. Il Castello di Folignano aderisce al progetto delle Fattorie Didattiche della Regione Emilia Romagna. E' quindi dotato di un laboratorio, di una sala degustazione e di apprendimento, dove i bambini in età scolare e non, trascorrono una giornata in mezzo alla natura. Nella vecchia cantina medioevale del Castello ha sede il "museo della pigiatura" con vecchie attrezzature per fare il vino. Il museo è aperto tutti i giorni. Il Castello è a disposizione per Matrimoni, Comunioni, Cresime, e cerimonie in generale. Altro link suggerito: https://it.depositphotos.com/9468428/stock-photo-castle-of-folignano-ponte-dellolio.html (foto molto bella)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Folignano_(Ponte_dell%27Olio), http://www.altavaltrebbia.net/castelli/val-nure/2147-castello-di-folignano.html, http://www.comune.pontedellolio.pc.it/c033036/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20059/idtesto/480

Foto: la prima è di Mattia94raggio su https://it.wikipedia.org/wiki/Folignano_(Ponte_dell%27Olio)#/media/File:Castello_Folignano.jpg, la seconda è presa da https://it.dreamstime.com/fotografia-stock-castello-di-folignano-dell-olio-di-ponte-l-emilia-romagna-l-italia-image51880985

martedì 27 febbraio 2018

Il castello di martedì 27 febbraio




ROSATE (MI) - Castello

Borgo importante durante tutto il basso medioevo, fu uno dei capoluoghi storici del Contado di Burgaria, una delle contee che suddividevano la Marca di Lombardia, durante le dominazioni di Longobardi, Franchi e in parte sotto il Sacro Romano Impero Germanico. Nel X secolo divenne sede della Pieve di Santo Stefano da cui giunsero a dipendere una quarantina di parrocchie nell'area. Nel 1159 abbiamo notizia certa nel borgo di un castello (ancora oggi presente per quanto riconvertito nei secoli ad ospitare il municipio locale), che venne assaltato da Federico Barbarossa prima e dalle forze armate di Pavia nell'anno 1200. Durante il periodo rinascimentale e sino alla fine dell'epoca feudale nel 1796, diverse famiglie prosperarono in loco come gli Avogadro, i da Roxato (da cui il nome della cittadina), i Terzaghi, gli Stampa di Soncino e i Varese da Rosate. Il castello sito nel borgo di Rosate ha origine nel pieno medioevo, probabilmente ricalcando quella che era la piantina di un antico fortilizio romano. Esso venne ricostruito nelle forme attuali tra il 1323 ed il 1329 dalla famiglia milanese dei Torriani, ma già con l'avvento alla signoria di Milano dei Visconti esso perse gran parte delle proprie funzioni difensive. La struttura, pesantemente rimaneggiata nel corso dei secoli, si presenta oggi come una costruzione in mattoni ed intonaco, caratterizzata da una torretta a tre piani, contraddistinta in facciata da una pregevole finestra ad arcate multiple in cotto, il tutto sovrastato da una merlatura alla ghibellina. Sono ancora chiaramente visibili degli scassi nei muri per i bolzoni del ponte levatoio che un tempo garantiva o bloccava l'accesso alla struttura. Altri link suggeriti: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI100-06245/, http://www.comune.rosate.mi.it/pubblicazioni/Informazioni/Informazioni.asp?ID_M=408

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rosate

Foto: la prima è di piadvc su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/151417, la seconda è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI100-06245/

lunedì 26 febbraio 2018

Il castello di lunedì 26 febbraio






SERINO (AV) - Castello feudale

Serino è oggi formata da ben ventiquattro frazioni. La causa di tale dispersione dei Serinesi sul territorio sarebbe storica. I Romani, per punire gli abitanti di Sabatia, antica città degli Hirpini, ricordata da Cluverio (Ital., pag. 1199), che avevano parteggiato per Annibale durante la Seconda Guerra Punica, la distrussero. Suoi resti sarebbero gli avanzi ragguardevoli di mura antiche e di due grandi porte marmoree, con altri ruderi sparsi presso le sorgenti del Sabato ed altri avanzi in località Ogliara. I superstiti si sarebbero divisi, dando origine a diversi villaggi, da cui scaturirono le odierne frazioni di Serino. I Romani sfruttarono le notevoli riserve d'acqua della zona, costruendo l'Acquedotto impropriamente chiamato Claudio, (per quanto già spiegato nella storia di Forino), o semplicemente Acquedotto romano. Infatti, si trattava del "Fons Augusti" o "Fontis Augustei Aquaeductus", il possente acquedotto che tramite una galleria di sei chilometri sottopassa Contrada e la collina di Bufoni, che venne attribuito erroneamente dal Pontano all'Imperatore romano Claudio e che venne "rimesso in sesto" dall'Imperatore Costantino (317-326). Tale acquedotto, lungo all'incirca 80 chilometri, di strategica importanza per l'approvvigionamento delle navi della flotta romana, tramite opere di canalizzazione, iniziava a Serino e forniva acqua a Neapolis. Come risulta da un'iscrizione, beneficiarie erano anche Nola, Acerrae, Puteoli, Baiae, Cumae e Misenum. L'acqua in eccedenza veniva stivata in un amplissimo serbatoio detto "Piscina Mirabile", a cui attingeva la la Flotta Imperiale. Nel Medioevo, i Longobardi eressero un fortilizio in località Ogliara, detto "Civita", le cui prime notizie risalgono al IX secolo, quando rientrava nel Principato di Salerno. Successivamente, in epoca normanna, prese il nome di "Castrum Serini", secondo alcuni, verosimilmente, in quanto situato in località o "luogo sereno", secondo altri, in relazione a un Serinus, probabilmente il proprietario di un fondo. Tra i suoi feudatari ricordiamo i Balbano (o Balvano), i Saraceno, i de Tivilla. Gli Angioini concessero la Signoria della Contea di Serino ai Della Marra. Nel 1469, il feudo passò a Ludovico della Tolfa e, da tale famiglia feudataria, una donna lo portò in dote a Marino Caracciolo, principe di Santo Buono. I Caracciolo, Principi di Avellino, furono feudatari di Serino fino all'abolizione della feudalità (1806). Sulla cima di una collina ricca di vegetazione, in località Toppola, si trovano i ruderi del Castello Feudale di Serino che, assieme al Castello d'Orano, costituisce il gruppo delle fortificazioni presenti sul territorio del comune. Dell'originaria struttura sono visibili solo le mura perimetrali e l'antica cappella, oggi restaurata. Il castello sarebbe sorto, secondo alcune fonti, intorno all'839 d.C., come baluardo difensivo per gli abitanti del luogo minacciati dalle scorrerie delle milizie impegnate nelle lotte dinastiche per la successione al trono di Benevento. La conformazione attuale del castello dovrebbe risalire, tuttavia, al 1159, anno in cui Costanza Saracena, appartenente alla famiglia Sanseverino, elesse Serino a capitale del proprio feudo. Alla struttura si accede attraverso due suggestive porte ad arco che segnano il passaggio lungo le tre brevi rampe che un tempo conducevano all'ingresso principale. Ci si ritrova in un ampio spiazzo dominato da un tiglio secolare. Superata l'ultima porta si incontra il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie che oggi comprende la cappella privata dotata di campanile, un tempo collocata vicino alla residenza del feudatario. Con il venir meno della sua funzione difensiva il castello subì le incurie del tempo e fu progressivamente abbandonato. I ruderi dell'edificio, con l'annessa chiesa restaurata, si presentano oggi ben tenuti, inseriti all'interno di una cornice naturale di grande suggestione, nella quale fa bella mostra di sé il tiglio secolare antistante la chiesa. Altri elementi dell'antico castello ancora riconoscibili sono l'abbeveratoio e il campanile. Altri siti suggeriti per approfondire: https://www.sguardisullirpinia.it/guide-turistiche-360/serino/visita-serino/castello-feudale.html, http://www.irpinia.info/sito/towns/serino/toppola/castellogalleria.htm (con varie foto), https://www.youtube.com/watch?v=dBZ8K2c5ve8 (video di Solofra Oggi tv).

Fonti: http://www.irpinia.info/sito/towns/serino/storia.htm, http://www.museodeicastelli.it/castelli/66-serino-castello-feudale.html, http://www.comune.serino.av.it/index.php?action=index&p=76, http://www.paesaggiirpini.it/foto/serino/castello/4108/,

Foto: la prima è presa da https://www.sguardisullirpinia.it/guide-turistiche-360/serino/visita-serino/castello-feudale.html, la seconda è presa da http://www.grantourinirpinia.it/it/come-arrivare.html, la terza infine da http://picssr.com/tags/feudale/interesting

sabato 24 febbraio 2018

Il castello di domenica 25 febbraio



NALLES (BZ) – Castel del Cigno (o Schwanburg)

Il castello è ospitato nella "Casa nella stretta" (ted. Haus in der Graul). L'edificio fu ristrutturato nel XVI secolo, dandogli uno stile tipico dell'Oltradige. Le prime notizie di un certo rilievo su Castel Schwanburg risalgono al 1286, quando viene citato in un documento della parrocchia di Bolzano con l'appellativo di “Haus in der gaul”, cioè “casa nella stretta”. Dal XIV secolo l'edificio divenne proprietà del casato Boymont-Payersberg e, fra il 1560 ed il 1575, grazie all'opera di Jakob Von Payersberg, fu assogettato a lavori che gli resero l'attuale aspetto. “Schwan” in tedesco significa “cigno”, infatti i Von Payersberg su stemma e scudi di casato riportavano sempre un cigno bianco su fondo blu, accanto all'immagine del toro nero. Questi due animali rappresentano ancor oggi anche lo stemma ufficiale del Comune di Nalles in cui sorge il castello. Infine i Signori von Boymundt-Payersberg cedettero il castello ai Conti von Trapp. Castel Schwanburg è un agglomerato di vari edifici singoli, ciascuno munito di scale e logge che danno su un unico cortile interno. Entrando nel castello si scorge lo stemma della casata Boymont-Payersberg risalente all'anno 1560. All'interno del cortile è perfettamente conservato l'orologio solare del 1563 mentre due tavole di età romana, rinvenute nei pressi della costruzione, sono avvolte dal fogliame. Al giorno d’oggi il castello Castel del Cigno accoglie tra le sue mura la più antica cantina privata di tutto l'Alto Adige ed è abitato dai discendenti di Rudolf Carli. Nella cantina, accanto a centinaia di barriques francesi, ovvero botti realizzate in rovere, vi sono numerose botti in legno a forma ovale risalenti al tempo di Maria Teresa d'Austria. L’azienda agricola, che comprende ben 15 ettari di vigneti. è famosa per la produzione di due etichette di Cabernet Sauvignon e inoltre anche per una pregiata riserva di Pinot Nero e un Sauvignon. Il vino viene venduto con il nome “Castel Schwanburg”. In alcune giornate vengono organizzate delle visite guidate, dove viene anche mostrato il lavoro nei vigneti e la produzione del vino. Ogni anno presso il castello si tiene il luogo di partenza per una gara motociclistica con moto d'epoca: la Noise Sonderheft. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=ya60k2PMQVE (video di Stephan Reichegger)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_del_Cigno, scheda di Stefano Favero su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Trentino/bolzano/nalles.htm, https://www.weinstrasse.com/it/cultura-e-territorio/castelli/castel-schwanburg/, https://www.meranerland.org/it/cultura-e-territorio/castelli-di-merano/castel-schwanburg/

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/trentino-alto-adige/bolzano, la seconda è presa da https://www.meranerland.org/it/cultura-e-territorio/castelli-di-merano/castel-schwanburg/

Il castello di sabato 24 febbraio


MONTE SAN VITO (AN) – Palazzo Malatesta

Il primo documento scritto in cui si menziona Monte San Vito è del 1053. Successivamente si ha una citazione nel 1155, dai quali si deduce la formazione in un unico insediamento anteriore al X secolo. Nel 1177 Federico I il Barbarossa lo sottrasse dalla giurisdizione del marchese anconetano per porlo sotto suo diretto dominio, dandogli nel contempo in concessione un territorio comprendente i castelli di Morro, Alberello, Orgiolo e Morruco, sei ville (tra le quali quelle di San Marcello e di Antico) e il territorio che si estendeva fino al mare, includendo la Selva di Castagnola, ad eccezione dell'Abbazia cistercense. Alla morte dell'imperatore, andò sotto la giurisdizione della Diocesi di Senigallia, e poi, in seguito ad accordi, venne ceduto nel 1213 alla vicina e potente città di Jesi, generando aspre contese con la città di Ancona. Nel XV secolo il castello fu occupato dai Malatesta, che lo consolidarono, costruendo una rocca che è attualmente parte del Palazzo del Municipio. Ancona, si rivolse direttamente al papa Martino V, ma solo con il successore Eugenio IV (7 febbraio 1432) poté ottenere la sovranità su Monte San Vito. Le diatribe fra Ancona e Jesi terminarono solo quando papa Leone X De' Medici assegnò definitivamente il castello alla città dorica. Monte San Vito divenne quindi uno dei castelli di Ancona. I seguenti due secoli, sotto il governo pontificio, furono caratterizzati da una costante crescita dovuta allo sviluppo agricolo, che consentì al paese una certa ricchezza economica, testimoniata da un documento di papa Pio VII del 1803, da cui risulta che il patrimonio comunale era pari alla considerevole cifra di 100.667 scudi romani. Nel 1822 Eugenio Beauharnais (figliastro di Napoleone Bonaparte, ora Duca di Leuchtemberg e genero del Re di Baviera) vendette alla sorella Ortensia 30 terreni ed un palazzo ubicati a Monte S. Vito, facenti parte dei beni da lui ricevuti come "Appannaggio" quando era Viceré d'Italia. I beni erano stati requisiti alla Collegiata ed ai Conventuali di Monte San Vito e all'Abbazia Cistercense di Chiaravalle. Negli anni successivi Ortensia Beauharnais soggiornò frequentemente a Monte San Vito insieme ai suoi due figli, uno dei quali sarà il futuro Imperatore Napoleone III. Damiano Armandi, precettore dei due ragazzi ed amministratore dei beni di Ortensia, sarà ad Ancona uno dei protagonisti dei moti rivoluzionari 1931 contro lo Stato Pontificio. Il primo documento illustrato del castello di Monte San Vito è un disegno della fine del XV secolo che rappresenta una fortificazione composta da vari elementi, secondo alcuni studiosi il palazzo comunale fu costruito nei primi anni del 1400, sotto il dominio dei Malatesta, dove preesisteva un cassero o una fortezza. La porta era strategicamente posizionata verso est nel punto più difendibile del nucleo urbano, e per tutto il XVI sec. fu l'unico accesso al castello. Il mastio sembrerebbe coincidere con l'attuale torre dell'orologio posta sopra la porta del castello, l'orditura a pettine dei vicoli prende l'avvio dall'orginaria struttura delle mura difensive. Alla fine del '400 la sommità della cinta muraria era percorribile attraverso un cammino di ronda, mentre un fossato cingeva il castello. Il documento iconografico più interessante che ci aiuta a ricostruire la fisionomia del castello è un dipinto della metà del 1500 in cui è raffigurato San Vito che tiene in mano il castello stesso. L'aspetto generale è ancora medievale, ma si differenzia per i lavori di ampliamento del palazzo comunale con un corpo di fabbrica con tre livelli più il sottotetto, i piani corrispondo a quelli attuali. All'inizio del 1600 il palazzo subì diversi lavori di ristrutturazione e modifiche compresa la costruzione di una nuova facciata e la costruzione di una nuova torre campanaria che andarono ad inglobare le strutture medievali compresa la porta del castello. Il grande fornice al centro della facciata, privato dell'infisso e del ponte levatoio è ciò che rimane della porta d'accesso al castello medioevale Le notizie rintracciate dagli storici circa l'uso dei locali pubblici ci indicano una vita castellana condizionata da ambienti ristretti, chiusi, spesso malsani con un utilizzo delle stanze promiscuo e confuso. A metà del XVIII secolo il Consiglio decise di fare nuove stanze sopra il palazzo e fece ricostruire le scale in pietra, contemporaneamente proseguirono i lavori della nuova fabbrica in direzione est, annessa alla vecchia. Tra le varie modifiche subite dal castello quella più importante avvenne nel XVIII secolo quando una parte delle mura fu sostituita dalla collegiata di San Pietro e ne fu interrato il fossato. Palazzo Malatesta, con la sovrastante Torre civica, come già scritto, oggi è sede del Comune. Nella sala consiliare, recentemente restaurata, si conservano sette tele di prospettive architettoniche, anch'esse restaurate, attribuite a Lorenzo Daretti. Lorenzo Daretti, pittore ed architetto attivo nella seconda metà del XVIII secolo, probabilmente di nascita anconetana, si formò alla scuola bolognese del Bibbiena, presso la quale apprese l'arte della rappresentazione prospettica. Le opere mettono in rilievo il carattere familiare della bottega dei Daretti, mostrando in almeno due di essere, la presenza di più mani, che determinano, seppure nella unitarietà della concezione dell'apparato decorativo, una non omogeneità nei risultati pittorici. Le tele si fanno apprezzare per una solida costruzione generale, per la ricchezza dei dettagli architettonici e per una grande accuratezza nell'esecuzione. Oltre alle sette tele attribuite a Lorenzo Daretti, il Palazzo Comunale ospita anche dodici tempere nelle lunette del soffitto della Sala adiacente a quella consiliare: sono opere di Carlo Boria, pittore di Chiaravalle, e realizzate negli anni Ottanta; rappresentano i momenti salienti di vita e di storia locale del Novecento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_San_Vito_(Italia), http://www.montesanvito.pannet.it/Engine/RAServePG.php/P/257910020300/M/250910020300, http://www.comune.montesanvito.an.it/informative/palazzo%20malatesta/index.htm, http://www.italialuoghisconosciuti.info/Luoghi-sconosciuti-in-Italia/il-castello-di-monte-san-vito

Foto: la prima è presa da http://www.italialuoghisconosciuti.info/Luoghi-sconosciuti-in-Italia/il-castello-di-monte-san-vito, la seconda è di Stazio Vinicio su http://mapio.net/pic/p-82116536/

venerdì 23 febbraio 2018

Il castello di venerdì 23 febbraio



GREMIASCO (AL) - Castello Malaspina

Al tempo delle invasioni barbariche dei Longobardi, Gremiasco era un caposaldo del corno destro della linea di sbarramento a difesa della Liguria. Testimoni delle antiche vestigia romane sono le mura ancora visibili presso il castello vecchio. Nel Medio-Evo appaiono i primi documenti ufficiali che citano Gremiasco. La famiglia di origini viscontee che aveva avuto Gremiasco in feudo dal Vescovo di Tortona vi si rifugiò in seguito all'assedio ed al saccheggio di Tortona da parte di Federico Barbarossa (1155). Il borgo offrì loro protezione nel Castello costruito alla confluenza del Torrente Curone e del Torrente Dorbida (poi divenuto residenza dei parroci). Il Barbarossa, in seguito alla conquista di Tortona, ne pretese la consegna. Il Vescovo di Tortona si recò dal Papa per tutelare i possessi della chiesa tortonese e ne ottenne una Bolla di conferma nel 1157: è il primo documento che riporta Gremiasco. Il nome del paese ricompare nel testo di conciliazione che l'Imperatore Federico Barbarossa firmò con i Tortonesi nel 1177 in seguito alla Battaglia di Legnano in cui l'Imperatore fu sconfitto dalla Lega Lombarda cui Tortona aveva aderito, restituendo loro i castelli perduti. Il terzo documento ufficiale in cui ricorre il nome di Gremiasco risale al 1220. All'epoca il paese, dotato di un castello fortificato e di una torre di guardia (eretta in stile romanico), era un feudo del Comune e del Vescovo di Tortona, città che pur facente parte del Sacro Romano Impero godeva, come altri Comuni, di una certa autonomia. L'Imperatore Federico II pretese l'appoggio della città in caso di guerra coi Milanesi, ma questo fu negato. Allo scoppio della guerra, per mantenere Tortona dalla sua parte, Federico II riconfermò i privilegi concessi dal nonno Federico I. Con un atto del 1358 la famiglia dei Gremiasco che reggeva il feudo lo cedette ai Marchesi Malaspina. Questi vi costruirono un secondo Castello, dotato di una robusta torre che ospitò le carceri, da adibire a Palazzo di Giustizia, a Residenza del Principe, oppure a sede del Commissario e della sua Curia. Nel 1495 i Malaspina vendettero i loro possedimenti gremiaschesi ai genovesi Fieschi, nella persona di Gian Luigi II Fieschi detto il Grande. I suoi discendenti, in seguito al fallimento della congiura contro i Doria ordita e capeggiata da Gian Luigi III nel 1547, dovettero rifugiarsi in Francia: processati in contumacia, la sentenza decretò il passaggio dei loro possedimenti al Fisco Imperiale, e successivamente ai Doria (l'investitura imperiale avvenne nel 1565). Nel XVII secolo Gremiasco si trovava sulla celebre Via dei Feudi Imperiali, detta anche Strada del Sale. Su questa transitavano derrate e cereali provenienti dalla Pianura Padana e destinate alla Liguria. Il borgo aveva la fortuna di trovarsi a metà strada tra i due grandi capoluoghi, Genova e Milano, e anche piuttosto vicino a Piacenza. Era quindi una zona importante dal punto di vista economico e strategico che per questo motivo faceva gola a molti. I Doria, con l'appoggio del Sacro Romano Imperatore, ebbero a scontrarsi con gli eredi Fieschi che trovavano appoggio nella Francia del Re Sole Luigi XIV. Vennero in seguito riconosciuti i diritti dei Doria su questi possedimenti, diritti che mantennero a lungo, fino alla soppressione dei feudi. Nel corso degli anni parecchi dei loro beni, tra cui il Castello, furono venduti a privati. Il Trattato di Vienna del 1738 sancì la cessione alla Casa di Savoia della Provincia Tortonese "come posseduta da S.M. Imperiale". I Doria intendevano mantenere il possesso della zona di Gremiasco e di altri comuni della zona, rifacendosi al contratto di affrancamento del 1692, ancora valido. La guerra vide le truppe piemontesi in paese, praticamente ignorate dalla popolazione gremiaschese che le considerava del tutto estranee. La pace, come spesso avveniva al tempo, si compì con le nozze tra Andrea IV Doria e la Principessa Leopoldina di Savoia-Carignano nel 1767: Gremiasco divenne piemontese ed i Doria rimasero i padroni del feudo. Nel 1796, con il Trattato di Cherasco, Napoleone Bonaparte si fece assegnare tutto il territorio piemontese ed abolì il sistema feudale. Il Principe Andrea IV Doria lasciò quindi Gremiasco: al suo posto s'insediò un Commissario che aveva comunque il compito di incassare i tributi dovuti al Principe. Gremiasco presentò richiesta di affrancamento alla Municipalità di Tortona: in questo documento del 1799 compare per la prima volte l'appellativo di Sindaco. Sotto Napoleone terminò il periodo di fiorente commercio che avveniva sulla Via dei Feudi Imperiali: fu un momento triste perché l'agricoltura di Gremiasco, mai redditizia, in quel frangente addirittura non bastava a soddisfare il bisogno della popolazione; a questo si aggiunse un generale decadimento di strade e strutture. Alla caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna (1815) riassegnò il Piemonte ai Savoia, così Gremiasco e la Val Curone tornarono sotto il dominio sabaudo. Con atto ufficiale in data 18 Gennaio 1816, Gremiasco divenne un Comune con un Sindaco. Il paese conserva diverse ed interessanti testimonianze delle sue antiche opere di fortificazione: l'avanzo di una torre quadrata, in pietra da taglio, situata in posizione elevata con evidenti funzioni di osservazione, cui era originariamente affiancata l'abside semi-circolare di un piccolo edificio religioso, poi parzialmente atterrato per far posto alla canonica dell'attuale parrocchiale. Essa misura 4 m. per lato ed un tempo si elevava ad una altezza di 14 m.: attribuita al secolo XI, rappresenta un bell'esempio di torre romanica. Tra la fine del '600 e l'inizio del '700 fu innalzata fino a 36 m. per essere adibita a torre campanaria. Originariamente in paese esistevano due castelli, appartenenti alla famiglia dei Marchesi Malaspina. Dei due, uno, costruito nel XII secolo dai nobili Gremiasco con la funzione di palazzo gentilizio, venne poi adibito a canonica. L’altro, voluto ed iniziato dagli stessi Malaspina al tempo della loro floridezza, fu dagli stessi riadattato. In seguito, sotto la dominazione dei Doria, subì modifiche ed aggiunte che lo portarono allo stato attuale. La nobile famiglia genovese volle trasformarlo prima in Palazzo di Giustizia, poi in residenza occasionale del Principe, nonché in sede ordinaria del Commissario e della sua Curia. Il Castello dei Malaspina ha pianta quadrata, è costruito in pietra non squadrata, con una grande scarpatura a fare da base, ed aveva una merlatura ghibellina. Al pianterreno vi era un vasto salone con grandi finestre in stile gotico ed un ampio camino con cappa e rilievi. Dagli anelli infissi al soffitto della sala è possibile dedurre che si tratti del luogo dove in epoca medievale si amministrava la giustizia. Per mezzo di un loggiato si accedeva alle prigioni confinate nella Torre, in cui la luce filtrava attraverso anguste finestre munite di doppia inferriata. Un’ala del vetusto fabbricato venne abbattuta negli anni 1930 per la costruzione dell’Asilo Infantile, voluto da un benefattore, il Cavaliere Bonfiglio Dusio. Agli inizi dell'Ottocento era adibito ad osteria. Oggi è un’abitazione privata. Altro link suggerito: http://ontheroadinitaly.myblog.it/2016/05/27/gita-i-sentieri-della-val-curone-vacanza-presso-agriturismo-gremiasco/

Fonti: http://www.comune.gremiasco.al.it/section.php?page=a8, http://www.comune.gremiasco.al.it/section.php?page=a11, http://www.terredelgiarolo.it/index.php?page=a1_s1_f16

Foto: la prima è di Davide Papalini su https://it.wikipedia.org/wiki/Gremiasco#/media/File:Gremiasco-castello_Malaspina-complesso.jpg, la seconda è presa da http://www.lonelyplanetitalia.it/diari/gita-tra-i-sentieri-della-val-curone-in-vacanza-presso-un-agriturismo-a-gremiasco

giovedì 22 febbraio 2018

Il castello di giovedì 22 febbraio





FICULLE (TR) - Rocche e cinta muraria

Durante il Medioevo il Castrum Ficullensis fu fortificato e, nei lunghi anni delle lotte feudali, subì frequenti saccheggi e devastazioni, rimanendo pur sempre il più importante castello del Comune orvietano. Da queste distruzioni si salvarono comunque le due rocche e le antiche mura, che conferiscono tutt'oggi al paese la struttura tipica del borgo medioevale. La rocca situata a sud del paese, posta a difesa della Porta del Sole (che guarda la stupenda vallata che tra boschi, calanchi e prati fioriti si spinge fino alle pendici dell'Amiata) è stata recentemente ristrutturata ed è visitabile, durante la stagione estiva, nei giorni di sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30. L'altra rocca, a pianta semicircolare, vigila verso nord e via delle Mura, un balcone naturale che spazia sulla vallata del Chiani. L'Alto Medioevo ha portato inoltre alla costruzione dell'abbadia camaldolese di S. Nicola al Monte Orvietano, che ha ospitato il giurista monaco Graziano (giurista), il più illustre figlio del territorio ficullese, famoso per il suo Decretum Gratiani e per la sua attività di insegnamento all'Università di Bologna. Nel 1416 Ficulle, come territorio di Orvieto, passò sotto il dominio dello Stato della Chiesa: in questo periodo furono riparate le mura, le Rocche e la zona di Castelmaggiore e le chiese vennero arricchite con affreschi di scuola umbra. Nei primi decenni del 1500 iniziò ad acquisire una fisionomia più autonoma e un maggior peso nel circondario, tanto da ampliarsi con la nascita di due nuovi borghi e l'ingrandimento del centro storico. Nel 1610 si assistette alla consacrazione della chiesa parrocchiale collegiata di S. Maria Nuova, all'interno del paese. Fu anche il periodo della nascita di una particolare devozione popolare per la Madonna della Maestà, il cui nome deriva dal modo in cui la Madonna è rappresentata: seduta con il bambino in braccio su un trono di nubi, tra angeli e santi. La storia più recente vede Ficulle come centro importante dell'Alto Orvietano, diventato capoluogo di mandamento con proprio distretto militare, pretura e carcere. Il borgo medioevale è tutto un monumento con le antiche mura, le due rocche a difesa del paese e il centro più antico di Castel Maggiore (nucleo originario dell'antico castello, che rappresenta il luogo medioevale per eccellenza. Vi si giunge passando per un dedalo di scalette e viuzze, che talvolta si allargano a formare angoli pittoreschi e piccoli slarghi). Ficulle, intorno alla fine del XIII secolo risulta un castello ben formato con supremazia militare ed amministrativa su tutto il territorio limitrofo. La cinta difensiva del castello era costituita da una cerchia muraria, tuttora ben evidente nella parte orientale (SottofossiVecchio), lungo la quale sembra fossero dislocate diverse torri di avvistamento e difesa. Di esse, sono sopravvissute solo due rocche che presidiavano le porte d’ingresso del paese. Quella posta a sud è per eccellenza la Rocca di Ficulle, un elemento di grande impatto architettonico, che nel tempo è assurta ad emblema del paese. Altri link consigliati: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-ficulle-ficulle-tr/, https://www.youtube.com/watch?v=Fo9hv9NmWI8 (video di Il Sentiero Degli Elfi), https://www.youtube.com/watch?v=AVq5hRia1Hc (video di Claudio Mortini)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ficulle, http://www.comune.ficulle.tr.it/it/evidenze_monumentali.html

Foto: la prima è presa da http://www.comune.ficulle.tr.it/it/galleria_fotografica.html, la seconda è presa da http://www.tegolaia.com/index.php/it/news-eventi-it/127-rinnovare-con-betonella-il-borgo-di-ficulle

mercoledì 21 febbraio 2018

Il castello di mercoledì 21 febbraio





SANTERAMO IN COLLE (BA) - Palazzo marchesale Caracciolo-Carafa

Sono due le principali famiglie nobili sotto le quali è stato dominato il feudo di Santeramo nel corso dei secoli. Nel 1468 i Tolomei (discendenti di Buccio dei Tolomei ) cedettero il feudo alla famiglia Carafa, che lo resse fino al 1618. A seguito della morte di Porzia Carafa, il feudo passò nelle mani dei Caracciolo fino al 1806, anno in cui fu emanata la legge che abolì definitivamente la feudalità. Il Palazzo Marchesale fu edificato nel 1576 dal marchese Ottavio Carafa, così come testimonia l’iscrizione in latino presente in una fascia orizzontale lungo la parte centrale della facciata dell’edificio e chiusa da due apici rappresentati a forma di tralci d’uva (“Octavius Carafa Machio S. Easmi A Fundamentis erexit 1576”) su Piazza Garibaldi. Il Castello, addossato alle vecchie mura, era munito di fossato di protezione e complessivamente conserva l’originaria struttura caratterizzata dal tipico bugnato cinquecentesco. La costruzione del castello richiamò altra gente e fu necessario costruire altre case ed altre chiese: adiacente alla casa Marchesale fu costruita la casa dei De Luca in via Sant’Antonio, la chiesa del Purgatorio, e altre. Queste aggiungendosi alle case che verso sud costituirono il nuovo Borgo, dettero alla contrada il nome di “Casalinovo” e successivamente ‘’Casalnovo‘’. Vi fu così un nuovo slancio allo sviluppo urbanistico del centro abitato, che si estese anche verso il Borgo della Lama (alle spalle dell’odierna Chiesa di S. Erasmo). Quest’ultima venne ingrandita a partire dagli inizi del ‘700 per diventare la Chiesa Madre. L’urbanizzazione continuò a svilupparsi a macchia d’ olio anche verso sud-est, attorno alla chiesa di Santa Maria della Lama, dove si estese notevolmente il paese, ma ancora più verso sud la zona si arricchì di abitazioni, perché parte dei suoli vennero donati da Ottavio Carafa alle ragazze povere. Sulla facciata del Palazzo che domina largo Piazzola si distingue il grande portale a bugne alterne-piatte e a punte di diamante. Sul retro dell’edificio, si apre lo splendido cortile “Cavallerizza”, così anticamente denominato dalla famiglia Caracciolo in quanto adibito al passaggio e ristoro dei cavalli. I due leoni rampanti con bande trasversali sono lo stemma dei Marchesi Caracciolo che entrarono in possesso del palazzo in via ereditaria. ll palazzo conservò il suo aspetto di imponente abitazione marchesale fino al 1826, quando furono aperte le cinque botteghe che tuttora si trovano al pian terreno dell'edificio. Lo stabile è di pianta quadrangolare, con una superficie totale di circa mille metri quadrati, distribuiti su quattro livelli che conferiscono all'edificio un aspetto maestoso e allo stesso tempo lineare. Attualmente il palazzo è di proprietà del Comune ed è una prestigiosa location divenuta sede di concerti, incontri e rappresentazioni artistiche di ogni genere. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=na9WrXOudMk (video di DOT Studio)

Fonti: https://iltaccodibacco.it/puglia/guida/6633/, http://www.baritoday.it/eventi/location/palazzo-marchesale/, http://murgiapride.com/2015/i-palazzi-storici-santeramo-in-colle/, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/4/castellotorre/1428/it/Palazzo-Marchesale-Santeramo-in-Colle-(Bari), http://www.mrfogg.com/it/arte/citta/Santeramo+in+Colle/445.html, http://santeramo.altervista.org/famiglia-carafa/

Foto: la prima è presa da http://murgiapride.com/2015/i-palazzi-storici-santeramo-in-colle/, la seconda è una cartolina della mia collezione

martedì 20 febbraio 2018

Il castello di martedì 20 febbraio



VICOPISANO (PI) - Torre degli Upezzinghi in frazione Caprona

La località è ricordata a partire dal 1024. Il castello di Caprona subì una sortita ad opera della lega guelfa di Toscana, formato soprattutto da Lucchesi e Fiorentini il 16 agosto del 1289 che assalì e le truppe ghibelline del comune di Pisa, allora retto da Guido di Montefeltro, che vide i primi vincere dopo un assedio durato otto giorni. Alla battaglia per la presa di Caprona, combattuta il 16 agosto 1289, prese parte anche Dante Alighieri in prima persona arruolato nelle schiere di Nino Visconti: il poeta era uno dei quattrocento cavalieri e 2000 pedoni della milizia fiorentina che posero l’assedio alla piazzaforte pisana. L’Alighieri cita la circostanza nel XXI canto dell’inferno della Divina Commedia vv. 94-96 e si compiace ripensando ai ghibellini sconfitti, usciti dal castello tra le schiere dei vincitori:
" Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
(Inferno, XXI, 94-96) "

L’episodio fa riferimento alla paura che i soldati pisani, usciti “patteggiati” cioè dopo aver negoziato la resa, mostravano di fronte alla numerosa schiera di soldati fiorentini. Dante paragona i pisani ai diavoli, che rinunciano ai loro bellicosi propositi, arrendendosi per avere salva la vita. Il suddetto castello era collocato ai piedi dello sperone roccioso su cui sorgeva la torre di avvistamento, che permetteva la comunicazione con le strutture fortificate circostanti, cioè la Rocca della Verruca e le torri di Uliveto, per il controllo della stretta zona di terra posta fra il fiume Arno e la propaggine meridionale del Monte Pisano. Sullo sperone roccioso a monte del paese spicca la "torre degli Upezzinghi", copia ottocentesca della torre dell'antico castello esistente alla metà dell'XI secolo e smantellato da Firenze nel 1433. La torre chiamata, comunemente "Torretta", si trova , in una posizione altamente suggestiva che domina le pendici del monte Pisano. Oggi è in completo stato di abbandono e necessiterebbe di un'opera di messa in sicurezza. L'estrazione di pietra dalle cave capronesi ha progressivamente trasformato il paesaggio della cittadina. Quando lo sperone roccioso era ancora sostanzialmente integro era possibile scorgere intorno alla torretta i resti del forte medievale. Fino agli anni cinquanta, inoltre, a qualche centinaio di metri a ovest dei suddetti ruderi erano visibili le mura di un palazzo la cui costruzione, voluta da Cosimo I, non venne mai portata a termine: l'edificio era popolarmente noto col nome di "Palazzaccio". Oggi la torre versa in condizioni fatiscenti, ma nonostante il degrado, la sua posizione sull’orlo di un precipizio scavato dall’uomo, la rendono una curiosità paesaggistica di forte impatto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=iDbfpLl_z0g (video di Mauro D'Avico), http://www.montipisani.com/index.php/la-storia-dei-monti-pisani/caprona

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/, https://it.wikipedia.org/wiki/Caprona

Foto: la prima è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/, la seconda è presa da https://www.space-drone.it/torre-degli-upezzinghi-caprona-pi/

lunedì 19 febbraio 2018

Il castello di lunedì 19 febbraio



SANTA CROCE DI MAGLIANO (CB) - Torre di Magliano

La prima citazione storica del paese viene riferita in documenti del XIII secolo. Nel 1266 divenne, per donazione, feudo del monastero di Sant'Eustachio in Pantasia e tale restò fino alla prima metà del XVI secolo. Appartenne poi ai Caldora, agli Acciapaccio, ai Ceva Grimaldi, a Rocco Stella di Modugno. Nel XV secolo fu popolata da una minoranza slavo croata proveniente da Costantinopoli, che costruí la chiesa greca, un raro esempio di architettura ortodossa del Molise. Il centro è stato danneggiato dal recente terremoto del Molise del 2002, che in particolare ha lesionato la chiesa di San Giacomo Maggiore, oggi restaurata. La Torre di Magliano si trova in contrada Magliano, in una riserva naturale, ed è distante alcuni chilometri da Santa Croce di Magliano. La Torre si trova in cima ad una piccola altura ed è circondata da una fitta vegetazione che è visibile dalla strada provinciale 148 che collega Santa Croce di Magliano e Rotello. Le sue notizie storiche sono molto vaghe e si ritiene che essa risalga al XIII secolo e che sia stata innalzata per sorvegliare la zona circostante infestata da briganti. La costruzione ha pianta circolare ed è spezzata in due. Durante gli scavi di luglio 2007, diretti dal prof. Carlo Ebanista, docente di Archeologia Medievale all'Università degli Studi del Molise, sono emersi importanti reperti archeologici medioevali e a nord della Torre è emerso un muro lungo oltre 6 metri, e un'altra scoperta significativa è stata il ritrovamento di un altro muro a struttura circolare sul lato sud dalle Torre. Nella seconda fase degli scavi (luglio 2008), il prof. Carlo Ebanista ha comunicato al comune la possibilità di portare alla luce definitivamente il grande edificio signorile riemerso presso la Torre per studiare i reperti rinvenuti dagli scavi precedenti. Nel terzo e ultimo anno consecutivo degli scavi (luglio 2009) della Torre Di Magliano si è cercato di capire l'importanza e di valorizzare il sito archeologico. Altri video suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=Gv45VmLTMkQ (video di Michele Antonio Blanco), http://www.santacroceonline.com/fotografie/album/torre_magliano/index.htm, http://www.francovalente.it/2010/03/28/la-torre-di-magliano-a-dominio-della-piccola-valle-del-tona/ (consigliato per approfondire l'argomento!)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Magliano, https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Croce_di_Magliano

Foto: la prima è di Franco Valente su http://www.francovalente.it/2010/03/28/la-torre-di-magliano-a-dominio-della-piccola-valle-del-tona/, la seconda è presa da http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Notizie/Italia/2010/santa-croce-di-magliano/santa-croce-di-magliano_fotogallery.php?id=7

domenica 18 febbraio 2018

Il castello di domenica 18 febbraio



MONTECATINI VAL DI CECINA (PI) – Castello in frazione Miemo

Miemo è situato nel comune di Montecatini Val di Cecina (PI), su un versante del poggio di Mela. Il borgo è di origine medioevale, con la Chiesa intitolata a S. Andrea, la fattoria, la bella villa residenziale ed alcune abitazioni. È situato in un punto di importanza strategica sullo spartiacque tra la val di Cecina e la val d'Era. Oggi è ridotto a pochissimi abitanti e l'attività principale è dedicata agli allevamenti di selvaggina come cinghiali, mufloni, caprioli e cervi. Il Repetti riporta che Miemo (Castrum Miemi) ebbe titolo di castello ed ebbe i suoi nobili, "fra i quali la storia ci rammenta un Gualando del fu Saracino, per opera di cui nel 16 novembre dell'anno 1108 fu alienato a Ruggeri vescovo di Volterra la metà del castello e corte di Miemo. Il castello di Miemo fu tra i beni concessi al vescovo Ildebrandino Pannocchieschi da Enrico VI nel 1186, finché non perse l'autonomia quando venne inglobato definitivamente nel comune di Volterra sul volgere del XIII secolo. Nel 1225 Pagano vescovo di Volterra rinunziò in favore del Comune al diritto che aveva ereditato dai suoi antecessori; cioè di esigere la metà di alcuni dazi dagli abitanti di Miemo, di Bruciano, di Gabbreto, Montecatini, ecc. La comunità di Miemo, alla fine del secolo XIII, dipendeva totalmente dal governo di Volterra, come si rileva dai libri dell'estimo del territorio volterrano. Ma la dipendenza da Volterra non lasciò Miemo fuori dalle dispute come ci fa intuire una convenzione stabilita il 21 maggio del 1316 fra il Comune di Volterra e quello di Pisa, in seguito alla battaglia di Montecatini, dopo la quale i Volterrani si obbligarono a demolire le fortificazioni del castello di Miemo e di Gabbreto. Il borgo conobbe un periodo di forte declino, dai 131 abitanti nel 1551 si passò ai 49 del 1745. Soltanto al volgere del XVIII secolo, sotto il granduca Leopoldo I, Miemo ebbe un periodo di ripresa. Nel 1845 erano censiti 237 abitanti. Oggi Miemo è un pugno di case in una zona immersa nei boschi, sulla strada provinciale 14. Il paese è tutto costruito in mattoni rossi: vi s’incontra la villa–castello, la chiesa di Sant’Andrea, la fattoria e gli altri edifici connessi alla fattoria stessa. Altro link suggerito: http://stats-1.archeogr.unisi.it/repetti/includes/pdf/main.php?id=2714.

Fonti: http://www.fototoscana.it/mostra-gallery.asp?nomegallery=miemo, https://it.wikipedia.org/wiki/Miemo, http://www.ursea.it/walking/831/percorso.htm,

Foto: la prima è presa da https://carrozzadergambini.it/montecatini1/il-piccolo-borgo-di-miemo.html, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/pisa/miem01.jpg

sabato 17 febbraio 2018

Il castello di sabato 17 febbraio



CAMPO LIGURE (GE) – Castello Spinola

Nel III secolo le legioni romane edificarono qui un accampamento, sotto la guida dell'imperatore Aureliano, come presidio sull'Appennino Ligure contro le prime invasioni dei popoli germanici. Da qui la derivazione del toponimo Campofreido. Il luogo venne ulteriormente fortificato dai Bizantini nel VI secolo contro i Longobardi. La posizione è molto strategica, il luogo è infatti protetto su tre lati dai torrenti Ponzema, Stura e Langassino e chiuso alle spalle dalla rocca sulla quale furono eretti successivamente la torre di guardia ed il castello. Diventato dominio feudale di Bonifacio del Vasto, nel X secolo sotto influenza sicuramente longobarda fu costruita la prima chiesa o pieve di Campo, dedicata a san Michele Arcangelo, santo protettore del popolo longobardo. Tra il XII ed il XIII secolo fu terra di diverse famiglie nobiliari del tempo quali i Vento e i Del Bosco che nel 1217 cedettero il feudo alla Repubblica di Genova. Con diploma del 27 giugno 1329, Ludovico IV il Bavaro, Imperatore del Sacro Romano Impero, investì la famiglia Spinola della linea di Luccoli del feudo di Campo; i nuovi feudatari, successivamente ampliarono e fortificarono il già preesistente castello. Durante i secoli XIV e XV secolo gli Asburgo, giunti ad occupare stabilmente la carica imperiale, andarono consolidando il loro potere diretto sui moltissimi Feudi Imperiali in Italia, quello di Campo compreso, il quale godeva da sempre dall'indipendente politica e giurisdizionale da Genova; non solo, ma anche dai propri feudatari Spinola, obbligati ad ogni cambio generazionale all'omaggio feudale all'imperatore. Durante la seconda parte del XVI secolo, i feudatari Spinola, caduti in bassa fortuna in Genova, furono costretti a vivere quasi costantemente nel feudo campese, partecipando così al lungo conflitto per la determinazione dei confini con i vicini padroni del feudo di Masone, la potente famiglia Grimaldi Cebà. Dopo innumerevoli scontri e sanguinose battaglie tra abitanti, si giunse alla breve pace tra i due feudi, grazie - secondo quanto testimoniato dalla tradizione locale e dall'atto notarile del 10 ottobre 1595, redatto dal notaio genovese Michele de Podio - alla "miracolosa apparizione" della Madonna presso il monte Bonicca, avvenuta l'11 settembre del 1595. Nel XVI e XVII secolo a Campo Freddo (da alcuni interpretato quale adattamento di Campo Frei ovvero Campo libero; in verità piuttosto adattamento da Campo feudo) cominciarono le prime ribellioni dei paesani contro i feudatari Spinola, i quali stavano cercando di intromettersi nella giurisdizione del feudo, mirando altresì a sfruttare a tutto proprio vantaggio le risorse locali. La comunità campese temeva, infatti, di perdere gli antichi privilegi e immunità acquisiti e confermati da ogni atto di investitura imperiale. Il conflitto tra Campo e gli Spinola culminò nel luglio 1600 con l'invio da parte della Repubblica di Genova, su sollecitazione dei feudatari, di truppe mercenarie assoldate in Corsica. Dopo una strenua resistenza durata diversi giorni, il borgo, tra il 22 e il 26 luglio, venne invaso, saccheggiato e incendiato; gli uomini di Campo subirono altresì il bando per 36 anni da parte della repubblica genovese. Nel 1635 metà del feudo fu venduto da due fratelli Spinola alla Repubblica che, sostanzialmente, tuttavia sempre rispettò le prerogative e le immunità imperiali concesse dagli Imperatori al feudo; al contrario della nuova famiglia Spinola, infeudata con Domenico I nel 1663, che mirò a diventare padrona assoluta di Campo. Gli abitanti chiesero aiuto direttamente al Consiglio Imperiale di Vienna lamentando i continui soprusi della famiglia genovese, che continuava a mostrarsi prepotente verso di essi. Carlo VI d'Asburgo nel 1721 ribadì le antiche prerogative ed i privilegi locali diffidando i feudatari dal continuare a non rispettarli. Durante la guerra di successione austriaca tra il 1746 e il 1748, Campo dimostrò la propria fedeltà all'Imperatrice Maria Teresa d'Asburgo, subendo gravi danni e disagi derivati dal passaggio di truppe e dagli spostamenti del fronte. Il XVIII secolo fu un periodo prospero per l'economia campese: ferriere e fucine producevano manufatti di ferro (soprattutto sotto forma di chiodi) destinato all'edilizia ed ai cantieri navali, gli oratori di san Sebastiano e di Nostra Signora dell'Assunta vennero riedificati in tardo barocco e nel 1754 la popolazione demolì la piccola chiesa urbana di Santa Maria, risalente alla metà del XV secolo, per edificare la nuova grande chiesa parrocchiale della Natività, terminata nel 1762. Con Napoleone Bonaparte, nel 1797, tutti i feudi passarono alla Repubblica Ligure e successivamente all'Impero francese. Il castello Spinola è un edificio difensivo sito in via del Rivale a Campo Ligure, nella valle del torrente Stura. È difficile datare la reale edificazione del castello poiché la sua architettura e struttura presenta diverse fasi edilizie. Alcune parti di esso, quali il tessuto murario della struttura esagonale esterna, sembrerebbero risalire al periodo medievale, databile tra il XII e il XIII secolo, mentre la torre potrebbe essere un rifacimento molto più moderno di una precedente torre eretta nel Medioevo. Le diverse fasi costruttive sono dovute per lo più a causa delle frequenti lotte e battaglie culminanti per la maggior parte dei casi nella distruzione o assedi del castello, dovendo quindi ogni volta porre rimedio ai danneggiamenti. Come sistema passivo, venne edificata, in un primo tempo, un’alta torre su una collina ad est dell’abitato, che misura 5,85 metri di diametro, 28 metri di altezza, 1,70 metri di spessore del muro alla base. Non esistono documenti attestanti l’anno esatto di costruzione, il 936 tuttavia potrebbe essere datazione attendibile date la forma e la struttura della torre del castello che rispondono in pieno alle esigenze belliche del X secolo, periodo generalmente caratterizzato dalla difficoltà di condurre attacchi contro postazioni particolarmente fortificate, a causa della mancanza di macchine d’assedio. La muratura della torre è in ciottoli fluviali, pietre e mattoni disposti secondo una linea elicoidale. Grossi conci squadrati e bugnati si ritrovano, invece, negli spigoli esterni della cinta muraria esagonale, che racchiude la torre. Si può pensare che il fortilizio di Campo, in prima istanza, fosse stato pensato come quartier generale per piccole milizie locali. Il maschio centrale occupa lo spazio dove venne edificato il primo edificio a difesa del territorio: ha ingresso soprelevato, raggiungibile attraverso un passaggio mobile posto all’altezza del cammino di ronda della cinta esagonale o tramite scala detraibile in modo da rimanere completamente isolato. L’apertura attuale presenta un arco ribassato non medievale, ma in uso almeno dal XVI secolo. Non trascurabile la presenza sottostante di una cisterna, interrata per gran parte del suo volume, profonda 7,50 metri, in origine completamente isolata dall’esterno. In seguito all’evoluzione delle tecniche militari, il torrione fu circondato, probabilmente attorno al XII secolo, da mura che formavano un esagono irregolare di 10 metri circa. Il maniero subì notevoli danni fra il 1225 e il 1273 a causa delle forti tensioni fra il comune di Genova e i marchesi Del Bosco, arrivando ad un assedio genovese nel borgo e quindi del maniero campese. La famiglia Spinola, ottenuto il controllo del feudo, scelse il castello come alloggio temporaneo proprio per porre maggiore controllo - difesa del paese e soprattutto della valle circostante (Valle Stura) e delle sue vie di comunicazione. Nel 1310 il maniero venne ulteriormente fortificato, onde adeguarsi alle nuove arti belliche e alle nuove macchine d’assedio; il fortilizio venne circoscritto da un’imponente cinta merlata di forma pentagonale: la lunghezza dei lati è di metri 60, 35, 35, 25, 50, con torrioni ai tre vertici di diametro di sei metri e passaggi di ronda. La cinta esterna si estende maggiormente verso sud perché in questa direzione si sviluppa naturalmente il colle, ma anche perché questa rimaneva sempre la direzione di maggior labilità di fronte ad un attacco nemico. Deterioratisi i rapporti tra Campo e Genova divenne una necessità primaria rinforzare le strutture difensive del castello: la cinta esterna lasciava fuori da tre lati una parete rocciosa inaccessibile; a sud un piano facilmente controllabile terminava con un terrapieno inclinato capace di assorbire le eventuali palle di granito dei cannoni quattro-cinquecenteschi; il torrione centrale e quelli ai lati, più il restante corpo esagonale, erano coperti da un tetto in tegole di mattoni. Le torri - aperte verso l'interno - furono modificate nel XV secolo con l'aggiunta di una base a scarpa e dotandole di aperture per il fuoco, inoltre furono scavati diversi passaggi sotterranei e aerei in modi da collegare il castello al borgo di Campo. Il castello di Campo ebbe una sua utilità fino all’inizio del secolo XVII, dopodiché la lontananza dell’impero e la presenza di Genova in Feudo quale condomina rese del tutto marginale la fruizione dell’edificio. Il castello venne collegato al Palazzo Spinola in Paese attraverso due cavalcavia, uno che andava dal Palazzo marchionale alla casa detta tutt’oggi “la Galleria”; un secondo che dalla Galleria andava al castello. A partire da metà secolo XVIII, a seguito degli eventi rivoluzionari di quel periodo, il castello fu abbandonato dagli Spinola e lasciato per anni in completo abbandono. Ad oggi delle tre principali costruzioni soltanto quella più ad est (riadattata nel secolo XV per parare la nuova minaccia delle armi da fuoco) è maggiormente conservata, quella a sud è stata trasformata in seguito in abitazione privata, mentre della parte a nord (verso il torrente Langassino) non rimane più nulla a seguito del crollo per il cedimento delle fondazioni, erose dall’impeto della corrente sottostante. Intorno agli anni novanta l'intero complesso, divenuto nel frattempo proprietà del Comune di Campo Ligure, è stato sottoposto a lavori di restauro permettendone così l'agibilità. Tale azione di recupero, condotta sotto la direzione dell’architetto Bruno Repetto, è riuscita a riconferire al castello un aspetto finale dell’organismo che consente oggi una chiara lettura delle trasformazioni succedutesi nel tempo e dalle quali ha preso corpo un episodio di architettura militare di rilevante valore storico e monumentale. I lavori iniziati nel 1992 hanno riconferito agli spazi recuperati una fruibilità che, pur nella sua valenza contemporanea (spazi espositivi, spazi per riunioni, spazi di documentazione, spazi per concerti e rappresentazioni) risulta compatibile con le caratteristiche dimensionali, distributive e soprattutto in assonanza con le stesse peculiarità monumentali. Attorno al castello è stato ricostruito il parco, con l’intento di conseguire la massima fruibilità. Oggi alcuni ambienti sono adibiti a riunioni ed esposizioni ad es. per iniziativa della pubblica amministrazione e l’importante contributo del Commendatore Pietro Carlo Bosio, esperto collezionista, è sorto il Museo della filigrana, mentre nello spazio racchiuso dalla cinta pentagonale vengono eseguiti concerti e spettacoli all'aperto. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=jyzGapST6R8 (video di Città Metropolitana di Genova), http://www.prolococampoligure.it/index.php?option=com_content&view=article&id=24&Itemid=170&lang=it, https://castlesintheworld.wordpress.com/2014/05/22/castello-spinola-di-campo-ligure/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Campo_Ligure, https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_Ligure, http://www.comune.campo-ligure.ge.it/it/il-castello, https://www.icastelli.it/it/liguria/genova/campo-ligure/castello-spinola-di-campo-ligure

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.spinola.it/work/castello-spinola-di-campo-ligure/

venerdì 16 febbraio 2018

Il castello di venerdì 16 febbraio



VALMONTONE (RM) – Palazzo Doria-Pamphilj

Il palazzo Doria-Pamphilj e l’adiacente Collegiata dell’Assunta rappresentano oggi le uniche strutture superstiti dell’antico nucleo urbano della città di Valmontone, quasi del tutto rasa al suolo dai bombardamenti ed in seguito ricostruita con criteri che ne hanno completamente snaturato l’assetto originario. Gli sfollati che persero le loro abitazioni durante la guerra si insediarono nel palazzo e vi rimasero fino alla metà circa degli anni Settanta. Il palazzo appare ancora compromesso a causa di molteplici eventi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi cinquant’anni e che hanno impedito a lungo qualsiasi intervento di recupero. I danneggiamenti bellici, le trasformazioni ad uso abitativo subite dagli ambienti durante il lungo soggiorno degli sfollati ed in ultimo l’incuria a cui fu abbandonato il palazzo dopo lo sgombero degli inquilini, sono in sintesi i maggiori responsabili del degrado subito dall’edificio. Si tratta del palazzo baronale: in origine fu un castello fortificato, almeno fino alla breve parentesi dei Barberini, che iniziarono a rinnovare e ampliare la fortezza nella prima metà del XVII secolo. Quando nel 1651 Camillo Pamphilj, nipote dell’allora pontefice Innocenzo X, acquistò da Francesco Barberini il feudo di Valmontone eleggendolo a propria residenza extraurbana, la sua era senz’altro la famiglia più potente della Roma di quegli anni. Egli volle creare una sorta di città ideale, la cosiddetta Città Panfilia, che comprendesse non solo il palazzo (di notevoli dimensioni), ma anche la vicina chiesa e altri edifici, come foresteria, armeria, stalle, granaio, carceri, piazza del mercato e botteghe. Camillo desiderava creare uno spazio alternativo ai grandi centri, in cui ritirarsi dalle tensioni cittadine e dove gli fosse consentito un contatto diretto con i suoi sudditi. L’esedra del cortile interno suggerisce infatti l’idea di un teatro in cui i rapporti umani e la vita del borgo si svolgono in una dimensione armonica. Per questa ragione richiamò a Valmontone una grande varietà di artisti. La fase costruttiva principale avvenne sotto la supervisione del padre gesuita Benedetto Molli e durò dal 1653 al 1658 circa, con modifiche più tarde, fino al XVIII secolo. Nel 1652 si diede avvio alla quasi totale demolizione dell’antico castello Sforza - già dei Conti di Valmontone - e successivamente iniziarono i lavori per il nuovo palazzo. A partire dal 1666, il cantiere fu affidato ad Antonio Del Grande (1607 ca. – 1679 ca.). L’impianto architettonico attuale, che in corso d’opera dovette subire delle variazioni rispetto al disegno originario voluto da Camillo, sembra corrispondere ad una soluzione di compromesso che sintetizza le caratteristiche tipologiche del palazzo nobiliare, del casino di campagna e della fortezza. Il volume chiuso e compatto dell’edificio, collocato nel punto più alto del borgo, fa pensare ad una posizione strategica funzionale all’avvistamento che la fabbrica pamphiliana dovette certamente ereditare dall’antico castello medievale. Il prospetto esterno presenta un massiccio basamento a bugnato con andamento a scarpa e quattro ordini di finestre inquadrate da cornici in tufo. Dove oggi sorge l'ala occidentale (quella rivolta su Piazza Umberto Pilozzi) esisteva una Chiesa medioevale; ne testimoniano la sua esistenza alcuni ritrovamenti, tra i quali una muratura a blocchetti di tufo visibile dal cortile interno del palazzo. Il massiccio e squadrato edificio (trenta metri d'altezza, sessanta di lunghezza, si presenta su quattro piani: il pian terreno, il piano nobile ed altri due piani di minore altezza, per una superficie totale di 7400 m² e un volume di 48000 m³), secondo il piano del principe, è diviso in 365 stanze, le più importanti delle quali si trovano al Piano Nobile, cioè il primo: qui si possono ancora ammirare, dopo lunghi restauri, alcuni importanti affreschi, tematicamente divisi: le quattro stanze degli Elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra), i quattro camerini dedicati ai Continenti (le Americhe, Europa, Asia e Africa), la stupenda Sala del Principe, con le pareti decorate a Trompe-l'œil, e due cappelle private, dette "del Padreterno" e "di Sant'Agnese", patrona dei Pamphilj. Gli affreschi sono stati realizzati tutti tra il 1657 e il 1661 da artisti quali Pier Francesco Mola, Gaspard Dughet, Guillaume Courtois detto il Borgognone, Francesco Cozza e Mattia Preti. Il Salone del Principe è l’ultimo gioiello del Palazzo ad essere stato recuperato e restituito alla fruibilità. Traendo ispirazione dalle pitture realizzate solo l’anno prima nel palazzo del Quirinale, Gaspard Dughet vi ha realizzato un sistema di architetture delineando, lungo le pareti, un colonnato sormontato da una trabeazione oltre il quale si possono scorgere estesi brani paesistici quasi ritratti “dal vero”, sia pur attraverso il filtro di una visione della natura e di una luce idealizzanti. Completa la decorazione dell’ambiente il sistema architettonico della volta. Qui lungo il perimetro dell’imposta corre una sorta di terrazza, delimitata da balaustrate e ringhiere, dalla quale si affacciano gruppi di giovani dame – una delle quali identificata nella figlia del principe Camillo, Flaminia Pamphilj - accompagnate da un cavaliere dal capello piumato. Alle loro spalle un cielo luminoso, appena oscurato da fronde di alberi e sulla sommità della volta nel riquadro centrale lo stemma partito di Camillo Pamphilj e della moglie Olimpia Aldobrandini. Il “salotto dipinto”, così indicato begli antichi inventari della famiglia Pamphilj, fu dipinto da Dughet in tempi assai brevi tra l’estate e l’autunno dell’anno 1658, 1659, con la collaborazione dell’amico Guillaume Courtois, al quale si devono, come ben precisato dagli studi e da disegni preparatori, anche i ritratti delle “belle” di famiglia. Il Museo di Palazzo Doria Pamphilj è stato inaugurato nel 2003 grazie ad un accordo stipulato con il Comune di Valmontone, la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e la società Treno Alta Velocità. I lavori per la costruzione di nuove infrastrutture ferroviarie avevano infatti messo in luce una serie di siti archeologici di notevole importanza. I reperti in essi rinvenuti e i dati raccolti sul campo, risalenti ad un arco cronologico compreso tra l'età arcaica e quella tardo-imperiale, costituiscono il primo nucleo del MAV. Il piano terra del museo (ingresso, libreria, tre sale espositive e una sala conferenze) trova posto una sezione introduttiva al territorio e alla viabilità antica e contemporanea ospita una sezione introduttiva al territorio e spazi adeguati ad accogliere oggetti di vecchia e nuova acquisizione, mostre temporanee, eventi culturali ed iniziative civiche. Il primo livello è dedicato all'illustrazione del territorio con importante suddivisione ed accenni alla Valle Latina e Valle di S. Ilario. Il secondo livello (quattro sale espositive) è invece dedicato alla presentazione analitica dei siti archeologici rinvenuti e all'illustrazione di temi generali ad essi connessi: il villaggio di carbonai di Colle Carbone, l'insediamento produttivo e la necropoli di Colle dei Lepri la mansio, le terme e la fornace di Colle Pelliccione. Nella Quarta sala detta “archeologia ad alta velocità” troviamo un plastico illustrativo del territorio attraversato dalla linea e comprendente i comuni di Valmontone, Artena, Labico e Colleferro. La prima sala del piano superiore è dedicata a Colle Carbone, colle valmontonese denominato dal villaggio dei carbonai documentato dai ritrovamenti risalente attorno ai secoli IV e II a.C. La sala successiva dedicata al sito di Colle dei Lepri dove sono state studiate numerose stratificazioni murarie che hanno rivelato una continuità d'uso che va dal IV secolo a.C. al IV d.C. Tra i corredi funerari rinvenuti nelle sei sepolture, significativo è il così detto “pettorale della fanciulla di Valmontone”, ornamento in cuoio traforato decorato con lamine di rame dorato e lamine d'oro. E’ il reperto più importante e anche il simbolo del museo. La terza sala illustra il sito di Colle Pelliccione, punto in cui, secondo le cartografie antiche, si incontravano la via Latina e la via Labicana; archeologicamente si delineano due principali fasi costruttive che lo descrivono come luogo di sosta e ristoro dotato di terme. L'ultima sala è completamente dedicata alla manifattura di laterizi prodotti dalla fornace rinvenuta nel 1996 a Colle Pelliccione e collocabile tra il I secolo a.C. e il II d.C. Nell'aprile 2011 è stato rinvenuto un massiccio sarcofago in tufo, non lontano dal campo di volo di Valmontone: datato approssimativamente al III secolo d.C. nel manufatto sono stati rinvenuti i resti del defunto. Al momento il sarcofago è visibile in una delle sale del museo, in attesa dei lavori di restauro conservativo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=b_tZHaLxjgo (video di LeCollineRomane), http://beni-culturali.provincia.roma.it/content/museo-di-palazzo-doria-pamphilj, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio_member.php?id=96404 (per visitare il palazzo virtualmente), https://www.youtube.com/watch?v=CoOx_dxHjbw (video di Museumgrandtour).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Doria-Pamphilj_(Valmontone), http://www.comune.valmontone.rm.it/pagina1908_palazzo-doria-pamphilj-museo.html (da visitare per approfondimenti), http://www.prolocovalmontone.it/it/palazzo-doria-pamphilj

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.cronachecittadine.it/valmontone-con-laboratori-per-le-scuole-centinaia-di-bambini-palazzo-doria-pamphilj/

giovedì 15 febbraio 2018

Il castello di giovedì 15 febbraio



PATU' (LE) - Torre del Fortino

Il territorio di Patù è stato abitato sin dall'antichità; ha ospitato l'importante città messapica di Vereto distrutta dai Saraceni nel IX secolo d.C. con lo scopo di guadagnare un punto di riferimento nel Capo di Leuca e invadere così l'intera penisola salentina. L'invasione saracena venne tuttavia sventata dall'imponente esercito mandato dal re di Francia Carlo il Calvo durante la battaglia del 24 giugno 877. Dalle rovine del centro messapico ebbe origine l'agglomerato urbano di Patù fondato, secondo la tradizione, nel 924 da alcuni superstiti veretini che si spostarono più a valle. A ricordo della vittoria sui Saraceni venne edificata la chiesa di San Giovanni Battista, la cui memoria liturgica ricorre proprio il 24 giugno. Durante il periodo feudale si avvicendarono varie famiglie: nel 1318 erano feudatari i Sambiasi; ad essi succedettero i Capece e i De Electis. Contemporaneamente appartenne alla Curia Vescovile di Alessano e al principe d'Aragona di Cassano, passò poi ai Guarino ed infine ai Granafei. Da Piazza Indipendenza percorrendo un piccolo tratto di Via Giuseppe Romano si arriva ad incrociare, sulla sinistra, via Silvio Pellico dove, superata la prima curva, si incontra sulla destra l'ultimo dei quattro torrioni angolari che, uniti da cortine, costituivano le mura del Castello. La fortificazione è della prima metà del '400. Le mura erano circondate da un fossato in parte interrato, in parte convertito in giardino. Il Castello, andato totalmente distrutto, fu spesso rifugio per la popolazione durante le incursioni piratesche. Verso la fine del 2017 sono partiti i lavori di manutenzione straordinaria e restauro conservativo della Torre del Fortino, unica testimonianza ancora visibile del castello. Nel mese di luglio il progetto aveva ottenuto un finanziamento di 500mila euro da parte dei ministeri dei Beni culturali e delle Infrastrutture: i fondi serviranno per intervenire su due aree – entrambe situate lungo via Silvio Pellico – dove si trovano la torre e ciò che resta di un tratto delle mura. La prima fase dei lavori ha visto gli archeologi della ditta Arvarcheologia impegnati – sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto – nelle operazioni di scavo a ridosso del tratto di mura superstiti. L’obiettivo è individuare eventuali altre tracce del fortino, a cominciare dal fossato – in parte interrato e in parte convertito in giardino – che secondo alcuni storici circondava le mura dell’antico castello, dominate da quattro torrioni angolari. Si spera inoltre di ritrovare resti di un arco decorato di epoca romana che componeva il portale d’ingresso. Il sindaco Gabriele Abaterusso sottolinea che l’intervento rientra in un più ampio progetto di valorizzazione dei beni culturali, per restituirli alla fruizione pubblica e realizzare così dei percorsi di visita che amplino e diversifichino l’attuale offerta turistica. Altri link suggeriti: http://www.comune.patu.gov.it/item/scavi-archeologici-alla-torre-del-fortino (con foto antiche),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pat%C3%B9, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/provincia002.htm, http://www.piazzasalento.it/patu-partono-lavori-restauro-della-torre-del-400-85404

Foto: la prima è presa da https://www.borghimagazine.it/public/03_04_17-01_45_31-Rd62214667361104b3ca02b00708d17e.jpg, la seconda è presa da http://www.comune.patu.gov.it/images/notizie/Notizie/Patu_Torre_Est_del_Fortino.jpg

mercoledì 14 febbraio 2018

Il castello di mercoledì 14 febbraio





CARDE' (CN) - Castello Marchesi di Saluzzo

Sul principiare del secolo XIII si ingrandiva la potenza del Marchese di Saluzzo. Manfredi II aveva accresciuto i propri domini di nuovi feudi: ma Saluzzo, dove egli aveva posto residenza, rimaneva senz'altra protezione, che il turrito castello che la dominava dal culmine settentrionale della sovrastante collina. Occorreva provvedere alla difesa del territorio di Saluzzo, che si distendeva, a notte, fertile di prati e, più lungi, denso di folte boscaglie, aperte ad insidie di nemici e malfattori. A ciò intese Manfredi II. La scelta cadde su una zona a nord-nordest dell’Abbazia Santa Maria di Staffarda (edificata un secolo prima dai frati cistercensi), vicina ad un guado del Po, dove, tutt’attorno a fertili prati e lussureggianti boscaglie, crescevano numerosi i cardi selvatici. Proprio quest’ultima particolarità indusse Manfredi II a dare il nome Cardé a quel luogo. Quindi Cardé deriva da cardo. Intorno al 1207 egli fece costruire, nella regione della Gerbolina, una forte torre, che più tardi si disse "Torre Schiappata" a cagione di una fenditura, fattasi verso la cima ed a ponente, al guado del Po, fece innalzare un castello. Il borgo o "villa" di Cardè era circondato di mura, fuori e intorno alle quali correva un fosso profondo, che si riempiva di acqua in pericolo di assedio. Un massiccio torrione ricongiungendosi alle mura vegliava a difesa del borgo. Si entrava nella villa per una porta dalla fronte alta e turrita: qui si trovava la campana della Comunità, di cui si serviva anche la vicina Crociata di S. Sebastiano. I fossi correnti dattorno alle mura non favorivano certo la pubblica igiene, quantunque le ripe declinanti fossero coltivate ad orti: la Comunità li faceva nettare di quando in quando. Lungo i fossi e intorno distribuite i "particolari" della villa avevano le loro "ayre" per la battitura del grano ed altri servizi campestri. All'estremità del borgo, presso il Po, si levava severo e minaccioso il castello, cinto di alte mura e di fossati, munito di torri e di bertesche. Sul maschio, il signore doveva tenere a sue spese un "torriero" in pericolo di guerra. Vicino al castello, probabilmente dal lato della parrocchiale, esisteva il Ricetto, luogo murato, dove in tempo di guerra le famiglie del luogo mettevano in salvo le robe, le vettovaglie e il bestiame, e dove riparavano i vecchi, le donne e i bambini; perciocché é da sapere che nell'oscurità del Medio Evo la guerra aveva pure le sue leggi; né contro gli inermi abitanti scagliavansi i sassi dalle catapulte, e dirigevasi il fuoco delle artiglierie. Nella sua storia il castello subì numerose distruzioni e successive ricostruzioni, l’ultima delle quali dovrebbe risalire all’inizio del secolo XVII, dopo la guerra contro Carlo Emanuele I di Savoia, appoggiato da François De Bonne, Duca di Lesdiguieres, conclusasi nel 1595. Nel 1729 il castello e il borgo già avevano mutato di aspetto, come raccogliesi dalla Cedola della Comunità nella causa contro il Marchese di Garessio barone di Cardè dinanzi all'Eccellentissimo Senato di Torino; e le trasformazioni erano accadute prima del 1562, nel quale anno, il 13 luglio, il signore del luogo facendo la consegna dei diritti feudali, accenna alle fortificazioni come esistenti in passato. Difatti Cardè ebbe a soffrire danni gravissimi in tutte le guerre e devastazioni, cui fu esposto il territorio di Saluzzo. Memorabili le luttuose vicende del 1552. Mentre il marchesato di Saluzzo era in potere della Francia, lo spodestato marchese Giovanni Ludovico, figlio di Ludovico II e di Margherita di Foix, aveva ottenuto che le proprie ragioni fossero sostenute dall'imperatore Carlo V, il quale diè ordine a Ferrante Gonzaga di ristabilirlo nel principato. Il Gonzaga si avanzò con forte esercito ed occupò Verzuolo, mentre Cesare Maggi e il Conte della Trinità suoi generali ponevano l'assedio a Saluzzo. L'11 maggio cadde la città e il giorno seguente si arrese il castello, dove si erano difesi i francesi. Allora essendosi accampato nei dintorni della città, fino al luglio, l'esercito imperiale, prima di levare le tende, diè il sacco al territorio di Saluzzo e di Cardè. Posta guarnigione in entrambi i castelli, gli imperiali si allontanarono; ma, come narra il Muletti seguendo la cronaca del Miolo, repentinamente piombarono i francesi guidati da Grognetto di Vasse governatore del Marchesato, Renato Birago e il conte di Bonnivet; posero l'assedio al castello di Cardè, che dopo una difesa micidiale cedette il 18 luglio. Codesto fortilizio venne rovinato, e più di 200 soldati del presidio perirono tra le fiamme. L’ultima casata proprietaria del castello è stata quella dei Marchesi di San Martino di San Germano, imparentati con i Ruffo di Calabria e quindi anche con Paola, l’attuale Regina del Belgio che nel 1988 venne a Cardé col marito Baldovino e coi figli Astrid e Filippo al funerale del cognato Casimiro di San Martino di San Germano e nel settembre 2003 al funerale della sorella Maria Cristina, moglie di Casimiro. Oggi la struttura, addossata al torrione quadrato, mozzato, presenta muratura in laterizio coronata superiormente da una fascia dentellata. Di proprietà privata, parzialmente in cattivo stato di conservazione, è in parte adibito ad abitazione. Recentemente è stato oggetto di un’importante ed ottima opera di recupero e di restauro nella parte sud, verso il paese. Altri link: http://mapio.net/pic/p-77291008/ (dove poter vedere altra foto),

Fonti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Piemonte/cuneo/provincia000.htm, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), http://spazioinwind.libero.it/strobino/html/mio_paese.htm

Foto: è di Antonio Mei su http://mapio.net/pic/p-28193181/